“Stirpe” di Jordan L. Hawk, Triskell edizioni. A cura di Alessandra Micheli

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Abbiamo un nuovo capitolo della meravigliosa saga scritta da una sempre eccellente Jordan Hawke.

E stavolta sarà il capitolo decisivo, quello che riuscirà finalmente a completare il cammino evolutivo del buon Whiborne.

Lo abbiamo visto brutto anatroccolo aggirarsi in una realtà dominata, invece, bellissimi cigni.

Cigni che lo guardavano con una sorta di ribrezzo o di compassionevole compatimento.

E non so cosa sia davvero peggio.

Cosi lo incontriamo, nascosto ai margini di una vita che gli scorreva davanti, mai protagonista e sempre attonito spettatore.

E cosi il imo primo incontro con Perceval fu strano, permeato da sentimenti contraddittori. Da un lato mi riconoscevo in lui, quel suo essere cosi distante dalle convenzioni, e dall’idea di uomo, quella acclamata come unica possibile. Dall’altra parte provavo una sorta di rabbia sorda per quella sua indefinitezza, quel suo essere quasi evanescente nonostante si avvertisse nelle buie regioni del suo io più nascosto, una certa passionalità e un certo grado di spregiudicato coraggio. La stessa autrice lo tratteggiava con penna sicura, facendo emergere da quel suo grigio oblio dei tratti di colori vividi e brillanti.

Ecco che la sua indeterminatezza lo rendeva difficile da conoscere e capire: chi era questo strano ometto cosi simile a noi nerd cosi colto e cosi poco adatto alla sua società, un alieno silenzioso e invisibile che scivolava attraverso la realtà cercando quasi di mimetizzarsi.

E poi avventura dopo avventura, complice l’incontro con quella forza che sa risvegliare le anime dormienti (l’amore) lo abbiamo visto crescere, comprendere la sua unicità e prendere sempre più consapevolezza del suo essere uomo prima che animale sociale.

E piano piano, tra tentativi ed errori si è riappropriato della sua immagine.

Finalmente si è specchiato negli occhi innamorati di Griffin e ha visto che si, forse non era un cigno.

Ma un aquila stupenda, vissuta per troppo tempo credendosi un pollo. Un percorso di crescita perfettamente descritto nel quale non è difficile riconoscersi.

Un percorso simile a quelli di tanti eroi dei racconti graaliani, ma sopratutto simile al mio che ho stentato a accettare le mie ali cosi diverse eppure cosi totalmente mie. Ma con una sostanziale differenza.

Per gli eroi della famosa Queste du Graal, il corpo non era altro che uno strumento di estasi divina. Era attraverso l’amore sognato ma anche toccato con mano che avveniva il cambiamento dell’io. Era attraverso l’amore per la dama che si trovava il proprio Graal interiore. Intento dei racconti era solo esaltarlo, raccontarlo e illustrarlo a chi ambiva alla stessa completezza.

Nella nostra realtà è totalmente diverso.

Nelal nostra realtà l’idea che ci domina e ci limita è una cesura profonda tra spirito e metaria che li considera non solo inconciliabili ma persino nemici. Chi ama il piacere terreno non può ambiare la paradiso. Chi ama il paradiso deve tenersi lontano da ogni tentazione.

Ecco che, nonostante l’apparenza di società postmoderna libertina, ci troviamo avvinti dalla più esacerbata sessuofobia.

Ne è esempio l’emergere costante e inquietante di tanti libri che reiterano l’idea di come il sesso sia trasgressivo, peccaminoso e provocatorio. Ne è esempio di come, per i diritti fondamentali, spesso ci si affidi al corpo, mostrato senza pudore come un atto dissacratorio.

Impensabile per i tempi in cui prosperarono racconti che danno il nome al nostro eroe, laddove il sesso era semplicemente un aspetto della vita cosi quotidiano che non era necessario usarlo come arma di protesta.

Era parte della vita e come tale, accettato nei cicli dei viventi.

Ecco che letto in quest’ottica, il racconto amoroso di Perceval è semplicemente un rifiuto netto e coraggioso della paura della carnalità considerata cosi naturale da essere inserita quasi con noncalanche in un testo che parla di crescita ma anche di problematiche sociali.

Senza scandalo, senza pretesa di scioccare è semplicemente parte del percorso umano del nostro “eroe”.

Ecco perche la sua presa di coscienza, non può avvenire solo a livello mentale, ma sopratutto corporeo proprio in virtù della sua iniziale inconsistenza.

La passione che aleggia in ogni libro sensualità soffusa e a tratti intensa che incendia il cuore e la mente ci fa comprendere come la passione e la carnalità non siano da sfuggire come mostri tentacolari e minacciosi, ma fiumi in cui immergersi e rinascerne mutati.

A questo punto possiamo pensare che l’evoluzione del personaggio avesse trovato la sua compattezza.

E invece no.

Cosa mancava allora a whiborne per diventare un vero eroe?

L’incontro più importante, decisivo, quello a cui è stato preparato per tutta la sua vita: quello con l’ombra.

E’ solo facendo emergere tutto il nero che è in lui, mettendo a repentaglio tutto ciò che ha conquistato, rispetto, amore di se, passione e felicità, Percival può diventare davvero pienamente “umano”.

Solo perdendo può ottenere un armatura resistente incisa con i nomi di di giustizia e rispetto per l’altro, e difendere come un vero eroe della tavola rotonda, difendere tutto ciò in cui crede.

Ma in cui crede davvero.

E non solo per sentirsi migliore, unico, diverso e dominante.

Per essere un “cavaliere” moderno deve ottenere la coscienza che, in fondo, mette a repentaglio se stesso per un’idea più grande: il bene comune.

E il bene comune non può essere difeso scendendo a patti con le stesse forse che lo minacciano.

Il bene comune non può accettare compromessi che mettano a repentaglio le parti che lo compongono: gli uomini.

Senza la tentazione, non potrà mai essere davvero libero.

Non potrà mai amare davvero.

Non potrà mai avere ideali cosi saldi da erigersi come un muro scintillante come un diamante dall’onda del male che si abbatte costantemente sulle nostre isole.

Per divenire il protettore della sua realtà e dei suoi affetti Percival deve accendere una luce nel buio.

Scendere nell’abisso sentirsi perduto e alzare lo sguardo verso le stelle.

E decidere di stringerle forti a se.

Deve perdere l’amicizia per capire quanto essa sia preziosa.

Deve rischiare di perdere l’amore per stringerlo poi forte tra le sue braccia.

Deve incontrare le lusinghe del potere, per capire la sua inutilità.

Deve sentirsi spavalderia e sicuro per capire quanto sia la sua fragilità l’unico vero bene prezioso l’unica difesa contro il male che spesso si maschera da ideale.

E capire che è sempre preferibile sacrificare il proprio sabato, le proprie convinzioni per poter difendere quel misero ma unico essere chiamato uomo.

E’ necessario dividere in buoni e cattivi per poter poi comprendere come tutto dipenda dalle sfumature e dalla visuale.

E che in fondo il mostro non è altro che qualcuno diverso da te, magari semplicemente da conoscere.

E’ necessario essere arroganti per diventare davvero umili.

Perché solamente la tentazione, come fece a Gesù nel deserto ci rende davvero forti e ferrei sulle nostre scelte e decisioni.

Perché chi troppo sicuro di se, troppo certo delle sue convinzioni lastrica la strada dell’inferno con le sue buone intenzioni.

Frasi fatte?

Forse.

Ma reali.

Perché quando l’ideale diviene più importante della compassione allora credetemi, l’abisso vi ha guardato fisso negli occhi e ha preso in ostaggio la vostra anima.

L’arrogante diventa umile nel momento in cui si rende conto che tutta la sua prosopopea non vale il sorriso dell’amato, o l’abbraccio dell’amico.

Whiborne lo impara sulla pelle, ed è quella cicatrice che pulsa che diventerà il suo marchio e il suo scudo.