“L’uomo di carta” di Sharon Bolton, Newton e Compton editore. A cura di Alessandra Micheli

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Sarà l’età o il particolare momento che sto vivendo, ma il libro di Sharon Bolton mi ha colpito fino in fondo all’anima.

Non è solo un thriller, non c’è solo quel senso di claustrofobia o di orrore davanti alla scelleratezza umana.

C’è molto di più.

Esiste un je t’accuse profondo e pertinente a questi strani tempi che stiamo vivendo.

Tempi in cui tutto è alla portata di tutti, le distanze si annullano, le capacità umane danno il meglio di se instaurando, per ironia della sorte, una specie di dittatura tecnocratica.

E a farne le spese sono i rapporti umani, la comunicazione fatta di gesti e di mimica facciale, sostituiti oramai dalle macchine e dai social.

Le tradizioni ci appaiono obsolete, ingombranti in questo nuovo millennio di sfide superate e di nuove da guardare con arroganza.

La superstizione è relegata nell’angolo oscuro di una mente che ha scelto di credere nella meccanica e mai più alle suggestioni dei sentimenti.

Perfetto direte voi.

Peccato che per quanto ci sforziamo restiamo umani, totalmente umani, in balia degli stessi demoni che oggi rinneghiamo.

E cosi la conoscenza diviene pugno o coltello per incidere sulla carne della nostra socialità e iniziare a servirsene per scopi non proprio luminosi.

L’uomo di carta racconta di questa costante perdita di noi stessi, palesandoci come, oggi alla soglia del terzo millennio, siamo ancora attaccati a stereotipi e tradizioni.

Solo che le capovolgiamo.

Ecco che la strega torna in una forma diversa.

Non più colei che manteneva intatte le speranze di un popolo annichilito dal potere, di chi fungeva da collante per tenere unita una solidarietà contadina lacerata dalle nuove realtà sociali delle città.

Oggi la strega è colei che si oppone alla massa, si oppone al diventare omologata e accettare in modo pedissequo, le leggi oramai legittimate e conclamate dall’alto.

L’uomo di carta è la storia di un mondo che perde se stesso, ma anche la storia di un potere femminile braccato dalla volontà di dominazione rappresentata appunto da chi, alla tradizione, preferisce la finalità cosciente.

In questa storia di colpe e di redenzioni è palese come oggi tutto sia sacrificato al dio business, al dio affare, al dio denaro.

Persino le antiche tradizioni.

Ecco l’urlo di ribellione di quelle donne rese dissidenti perché incapaci di abbassare la testa e di farsi cancellare dalla realtà:

È da tempo ormai che abbiamo smesso di fidarci degli uomini interessati alla stregoneria. Gli uomini vogliono entrare nella nostra congrega per imparare le nostre arti e poi usarle per fini sbagliati».

E questa l’Amara realtà.

Ci chiamano streghe perché non riusciamo e non vogliamo riuscirci a entrare nei loro sordidi giochi di potere.

Ci chiamano streghe e ci bruciano perché tentiamo di rendere reali i nostri sogni, di un mondo dominato dalla cooperazione e mai dalla sopraffazione.

Chi chiamano streghe perché amiamo il contatto con l’essenza di ogni cosa, fuggendo inorridite la costante apparenza.

Che è e resta prigione dei sensi e delle volontà.

Ci chiamano streghe quando non accettiamo di interpretare il ruolo che loro hanno scelto per noi, persino il modello di abito da indossare, il saluto con cui entrare in società, il trucco e la camminata, sempre sui tacchi in punta di piedi per non disturbare.

Ci chiamano streghe perché abbiamo cosi tanto amore per il nostro corpo da impedirci di mostrarlo ai lupi affamati.

Ci chiamano streghe perché immaginiamo vite diverse, immaginiamo e con questo potere plasmiamo realtà.

Ci vogliono al rogo perché rappresentiamo l’alternativa a una vita monotona e standardizzata.

Ci chiamano streghe perché proteggiamo, impastiamo con lacrime e sangue il nostro domani.

Perché il dolore lo abbracciamo e con esso danziamo un ballo tondo, un ballo persino con la morte che davanti a noi si inchina con riverita ammirazione.

Ci chiamano streghe perché sappiamo vedere oltre il velo, sollevarlo con rispetto e rimetterlo a posto, vincendo la tentazione di usarlo per i nostri fini.

Ci vogliono bruciare perché urliamo la nostra indignazione, perché cantiamo a squarciagola, perché siamo scollacciate e a volte irriverenti. Perché l’autorità per noi non è un qualcosa calato dall’alto ma donato dal popolo.

Ma mentre noi bruciamo sui roghi di anni di prigionia, noi restiamo donne.

Voi uomini di carta, cosi fragili che la pioggia vi distrugge.

E mentre scivolate via in rigagnoli di limpido liquido disceso dal cielo, noi veniamo ri-battezzate e ne usciamo diverse.

Credo che le donne battezzate in questo lago cambino»,

La donna che nuota nelle acque torbide degli eventi, non affoga.

Ne emerge diversa.

Non abbiate mai paura del flusso anche selvaggio, devastante della vita. Voi siete parte di quel flusso.

Voi siete l’oggi e il domani.

Voi rappresentate la terra e il cielo.

Non abbiate mai paura di chi vi teme.

L’uomo di carta:

è la storia delle donne e delle streghe. Dei bambini che amiamo e dobbiamo proteggere. E degli uomini che ci temono.

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