“L’arte di cavalcare il vento” di Francesco Tiberi, 96 Rue de la Fontaine. A cura di Alessandra Micheli

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Un vento può avere diversi gradi di forza.

Può essere lieve e piacevole sulla pelle, caldo o profumato di effluvi floreali.

O può essere forte, indomito e selvaggio e avere il sapore della libertà. Liberi come il vento e selvatici come gli alberi attraverso cui passa.

Ma può anche essere la tempesta che devasta tetti e case, che stappa gli alberi dalle radici e suona con un rumore quasi malvagio.

Bisogna saperci dialogare con il vento.

Parlarci e imparare a conoscerlo.

E perché no, se non domarlo imparare e cavalcarlo a essere tutt’uno con lui.

Il vento può avere mille volti.

Può essere l’amato che va via, un ideale che si spegne con la luce del giorno.

Una sensazione che non ha abbastanza ali per volare.

O passioni frustrate da una vita che di dipana tra meraviglia e stantia quotidianità.

E in questo contesto cosi sfumato e variegato, siamo tutti giocolieri o attori della nostra commedia dell’arte.

Talenti che come farfalle si dibattono in una stanza chiusa, bramando la luce della luna che brilla fuori dalla finestra.

Siamo immersi in una duplice realtà che ha il sapore dell’incanto ma anche l’amarezza della disperazione.

Ecco che Tiberi racconta di esseri che sono alieni al reale cosi chiuso e provinciale e cosi a volte scomodo, tanto da essere osservati con una sorta di timore reverenziale.

Perché leggerlo il libro da due sensazioni opposte e contrastanti.

Il sorriso di chi si riconosce nell’errante, colui che è di nessun modo e di ogni mondo, che sa guardare con il giusto distacco la vita e provare quell’empatia, quella compassione necessaria per viaggiare attraverso se stessi.

Non a caso il suo compagno è il cane, quello psicopompo capace di far orientare il viandante dentro gli impervi percorsi dell’anima.

E poi c’è chi leggere con una sorta di brividi di ripulsione perché il libro deriderà con un certo tono picaresco, tutte le sue assurde convinzioni.

Nulla è più provinciale, per un provinciale, che ripudiare il suo provincialismo” 

Ed è la consapevolezza che ci rende erranti.

Ed è nella volontà di fidare le convenzioni di camminare con un certo tono scanzonato che nulla toglie alla profondità del nostro essere.

Ecco che nel libro la vita si dipana come se fosse un enorme arazzo colorato, assurdo a tratti disturbante, ma cosi attraente per chi ha sete di infinito.

Ecco che le verità che si svelano ai nostri occhi sono semplici eppure cosi poco assorbite dal nostro io: l’amore per tutti gli esseri come riflesso dell’amore per la nostra complessità di essere umano.

L’amore e basta.

L’istinto che ci guida e che ci rende creature complesse e favolose, cosi ricche di cosa da dire e di sentimenti da regalare.

E Tiberi sa creare la giusta magia, donando sogni, donando arte. Donando un po’ di se stesso al lettore.

E il lettore ne sarà irrimediabilmente conquistato.

La rubrica Viaggi attraverso la storia presenta “Le bandiere perdute di Dante”. A cura di Alfredo Betocchi

Bandiere di Dante

Tutti sappiamo quanta poca sensibilità e quanta superficialità c’è in Italia nel trattare l’argomento delle bandiere. Forse nell’Ottocento c’era più considerazione perché i vessilli erano visti nell’ottica irredentista del Risorgimento. Quante volte abbiamo visto su stampe antiche feste imbandierate, città, castelli e perfino casali in campagna pavesati di cento bandiere, appese, ondeggianti o sventolate dalla gente.

Col passare degli anni e con il calare del sentimento patriottico per la nazione, dovuto soprattutto alla reazione, nel secondo dopoguerra, dell’esasperato sciovinismo del passato regime, è caduta anche l’attenzione verso i suoi simboli.

Negli anni ’70, a seguito dei successi calcistici della nostra nazionale, il tricolore riapparve nelle nostre strade e sui balconi.

Fortunatamente negli ultimi tempi, con il risveglio della coscienza nazionale promossa dal nostro Presidente della Repubblica, il più amato di tutti i precedenti Capi di Stato italiani, (fatta eccezione forse per Azeglio Ciampi), si è assistito a dimostrazioni popolari in cui l’esposizione della bandiera è stata la più considerevole espressione.

Tuttavia, l’incuria e il disinteresse verso tale simbolo hanno prodotto in passato immensi danni al nostro patrimonio vessillologico.

Ed ecco una storia emblematica di quanto l’indifferenza degli uomini incida nella distruzione dei preziosi cimeli del passato.

Nel maggio 1865 venne celebrata a Firenze appena proclamata capitale d’Italia, una grandiosa festa per il 6° Centenario della nascita del Divino Poeta Dante Alighieri, con la presenza del re Vittorio Emanuele II e la partecipazione di centinaia di delegazioni provenienti da tutta Italia, soprattutto da quelle regione da poco liberate in seguito alla Seconda Guerra d’Indipendenza. 

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Ogni delegazione, formata da sindaci, presidenti di Province, rappresentanti di Accademie culturali, Istituti scolastici, Società operaie e ogni sorta di organizzazioni civiche, portò con sé una bandiera con i colori nazionali o del proprio ente. Alla fine della celebrazione, tutte queste bandiere e gonfaloni furono donate alla città di Firenze e depositate in un ambiente di proprietà comunale.

Nel 1869, appena otto anni dopo l’Unità d’Italia, mentre Firenze era ancora Capitale, la raccolta di vessilli e gonfaloni, in numero di 370, venne depositata presso il Reale Museo annesso alla Chiesa di San Marco, la stessa da dove nel ‘400 governò Girolamo Savonarola e nella quale soggiornò negli anni ’70 del secolo scorso, prima di morire, il Sindaco in odore di santità, Giorgio La Pira.

Anche allora la burocrazia non è che fosse un fulmine. Dal giorno della donazione, ci vollero quattro anni buoni prima di vedere le bandiere in mostra al Museo.

Le bandiere furono esposte in un ambiente attiguo alla Biblioteca Monumentale, nella quale, detto per inciso, anch’io ho lavorato con tanti altri giovani al restauro delle pagine infangate dei testi antichi, nel novembre del 1966, dopo l’alluvione che spazzò tutta la città.

Le bandiere rimasero in quell’ambiente fino al 1878, dopo di che il Comune pensò bene di trasferirli in un’altra più prestigiosa sede: in Palazzo Vecchio, luogo preposto al governo cittadino. Essi furono sistemati prima nella Sala dei Gigli, così detta per i fiordalisi d’oro su fondo azzurro sulle pareti affrescate in onore del Re d Francia da Benedetto da Maiano nel ‘400 poi nella Sala delle Bandiere, cosi detta appunto per le bandiere ivi esposte.

Nel 1908, le bandiere furono traslocate ancora nel Museo del Risorgimento seguendolo poi, nei suoi vari spostamenti, da Palazzo Vecchio a Casa Buonarroti, l’antica dimora del celebre Michelangelo.

Il Museo del Risorgimento venne spostato, e con esso le bandiere, presso il Collegio Militare di Via della Scala, nei pressi della Stazione, dove oggi c’è la Scuola per allievi sottufficiali dei Carabinieri. Infine, dal Collegio Militare, il Museo del Risorgimento fu nuovamente trasferito in locali annessi alla Chiesa di Santa Maria Novella, non lontano da lì.

Nel 1938, il Museo venne smantellato e le opere d’arte e i cimeli di proprietà del Comune finirono in parte nei magazzini e in parte in depositi presso altri istituti, come la Biblioteca ed Archivio del Risorgimento, a tutt’oggi nel complesso dell’ex monastero delle Oblate, nei pressi dell’Ospedale di Santa Maria Nuova. E’ questo il caso delle nostre bandiere. Nel 1953, in occasione della mostra “Firenze Capitale d’Italia” ospitata in Palazzo Pitti, antica residenza dei Granduchi di Lorena e del Re d’Italia tra il 1865 e il 1870, furono esposte 370 bandiere e nel catalogo della mostra sono state indicate come provenienti dalla Biblioteca e Archivio del Risorgimento. 

 

Poi, in quel tragico avvenimento che fu chiamato “l’Alluvione di Firenze”, la preziosa raccolta subì gravi danni. La protezione civile e “gli Angeli del fango”, così si chiamarono i volontari, si adoperarono generosamente per alleviare gli immensi disagi della popolazione e per salvare i capolavori dell’arte e della scultura. Ovviamente, nessuno ebbe un piccolo pensiero per gli antichi e gloriosi vessilli che tuttavia non furono portati via dalla furia delle acque e dispersi in Arno come si credette per molti decenni ma semplicemente spariti dalla memoria collettiva.

Poi, all’improvviso e sicuramente per caso, la sovraintendente di Palazzo Pitti, già reggia del re d’Italia nel quinquennio 1865-70 di Firenze Capitale,accompagnata da un professore della Scuola Normale Superiore di Pisa, scoprì nei sotterranei del palazzo decine di casse lunghissime. Aperte alcune di esse si trovò dove erano finite le famose bandiere scomparse. La gioia di aver ritrovato quelle illustre bandiere credute perdute fu unanime tra gli intellettuali e i politici italiani e la sua eco arrivò fino ai massimi livelli, fino al Presidente della Repubblica che volle un Convegno dedicato proprio a quell’evento così straordinario. Il 15 ottobre 2013, in Palazzo Vecchio, a Firenze, nel Salone de’ Dugento, parlarono illustri studiosi di Storia Patria e di Vessillologia mentre il Presidente della Repubblica inviò un messaggio di plauso. Purtroppo nessuna delle bandiere ritrovate potè essere messa in mostra a causa del loro precario stato di conservazione. Il restauro sarà lungo e costoso.