“Il manoscritto” di Franck Thilliez, Fazi editore. A cura di Alessandra Micheli

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Sono arrivata a bramare la lettura del manoscritto attirata dalle tante parole non solo di lode, ma anche ricche di un miscuglio di emozioni che virano dal orrore al disagio profondo.

Chiunque abbia aperto questo libro ne è rimasto profondamente colpito, traumatizzato, disturbato, turbato, quasi disgustato.

Come se esso contenesse dentro un canto oscuro, simile a unghie che stridono sul vetro, un suono difficile da dimenticare, che irrompe magari in notti strane, quelle senza luna, senza luce, senza nulla che un buio profondo.

E’ pur vero che il thriller deve far rabbrividire.

Ma in quel brivido esiste un inizio e una fine, decretata dall’ultima illuminante pagina.

E’ una sorta di viaggio nelle menti più perverse dove, però, alla rivelazione finale i colpevoli hanno la loro giusta punizione.

Ecco che altri ne usciranno redenti, altri “puniti” e la verità scioglierà i nodi che tengono il lettore avvinto al testo.

Questo, nel manoscritto, non esisterà.

La verità, oscura viscida, strisciante non sarà affatto una redenzione, ma una condanna.

Il male, la perversione, faranno da padrone sullo sfondo di una società per nulla idilliaca che non avrà più tappeti dove nascondere il suo marcio.

L’autore vi nutrirà di quelle scorie e ve le farà conoscere come base fondante di ogni azione umana.

Nessuno si salva.

Nè le vittime ne i colpevoli.

Nessuno avrà la giustizia perché quando la pazzia e il male iniziano a dominare le menti e le azioni, nessuna eventualità di riscatto è mai possibile.

Ecco che da thriller con una sua motivazione etica, il testo diventa solo una voragine di oscurità che prende il lettore impreparato, curioso o convinto che, in fondo, la bellezza salvi e lo trascina con se.

Ecco il perché di tanti commenti che evidenziano lo stile serrato, e il ritmo sempre più cacofonico che diviene un urlo finale acuto come quello di una Banshee, nella loro testa.

Questo perché da sempre il male, la pazzia, la follia, la perversione, sono, in fondo, tollerati come sfoghi necessari di una società che perde pezzi di se.

Troppo abituata alle apparenze e totalmente estraniata dal cosiddetto patto con l’ombra, quello di junghiana memoria.

Noi di ombre, di dolore, di tragedie ne siamo costantemente informati e plasmati, tanto da riconoscerle come parte inevitabile della nostra evoluzione.

Che però, priva di slanci emotivi, di afflati ideali, di volontà caparbia di guerrieri contro questi tentacolari alieni, diviene involuzione.

Perché un mondo, una società che accettano la perversione come elemento necessario alla nostra sanità mentale non è che una società che accetta dentro di se il cancro che la porterà alla morte.

E il manoscritto, in questo senso è altamente etico, più di chi pone, come risoluzione, la luce della giustizia.

Perchè dobbiamo renderci conto che, il progresso, non porta e non può portare con se anche il disfacimento morale e mentale.

Che non significa alienazione, perché è in questo baratro che germogliano demoni e mostri.

Dobbiamo capire che non si vince sottomettendo l’altro.

Che non si sfoga il giusto dolore con la violenza e con la trasgressione. Che la trasgressione morale è una porta aperta sull’abisso, permettendogli di guardarci e di iniziare a sedurci piano piano.

Siamo troppo abituati a accettare il peccato e il male, come altra faccia della medaglia e non più come un interlocutore da affrontare con parole di speranza.

E’ vero.

Il bene ha come controparte il male.

E’ vero.

Molti psicologici parlano della necessità di non combatterlo, ma di parlarci e di modificarlo alla radice.

E’ una lotta costante, diversa da quella tra buoni e cattivi.

E’ un dissolverne le ragioni che lo sostengono e trasformalo in altro.

Ecco il significato oggi della lotta al male e al peccato.

Conoscerlo, ricordarsi della sua esistenza, parlarci e vederlo nella sua costituzione interna per iniziare a smontarlo.

E ricostruirli in un altra forma.

Dobbiamo individuare quelle cesure societarie che portano alla scelta sbagliata.

Dobbiamo imparare a prenderci cura delle componenti della nostra realtà.

Il male ci pone davanti alla nostra vera natura di demiurghi, di eredi del potere creativo di dio.

Non dobbiamo contemplarlo in una società relegandolo ai bassifondi. Dobbiamo iniziare a usare l’arte della creta e ri-modellarlo.

Altrimenti il manoscritto in tutta la sua aberrante di-sincronia, non diverrà altro che profezia.

E alle battute finali noi avremmo solo la conferma che ci siamo perduti. Inevitabilmente, orrendamente, perduti.