“Quello che sulla terra sapete” di Federica Soprani. A cura di Alessandra Micheli

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I due piani della materia sono irrimediabilmente separati.

Tanto che noi umani aspettiamo momenti particolari dell’anno, in cui una tradizione che si aggrappa alla nostra mente con unghie e denti, ci indica come le porta in cui accedere a quella dimensione che ci è negata dalla quotidianità.

E che la rende ai nostri occhi assetati, attraente e indispensabile, capace di ridonare colori a un grigiore sempre più opaco.

Senza quella dimensione onirica, fantastica o spirituale, ci sentiamo randagi in cerca di un cammino caldo capace di riscaldare un gelo nelle ossa che consideriamo normale.

Lo straordinario è il fuoco che arde nelle vene, quella capacità di superare i confini, dono inestimabile di pochi, alieni esseri capaci di viaggiare tra i mondi.

Artisti, poeti, scrittori, sono i nostri modelli, irraggiungibili e evanescenti, degni di appartenere la regno delle creatura mitologiche. Ecco che nei libri si racconta il dramma del distacco e della perdita, si racconta di un tempo in cui tutto era uno e nell’uno era il tutto.

Tempi in cui la parola definiva e modellava i mondi, tempi di incanti e miracoli, tempi in cui la scienza non aveva ancora esteso i suo dominio rendendoci schiavi della finalità cosciente.

Quello che sulla terra sapete diviene quindi un memento mori, di qualcosa che il Re di turno assiso sul suo trono ci ha strappato.

Ossia la consapevolezza che l’apparenza non è altro che un velo che nasconde e offusca il vero autentico splendore del vivere: la nostra mente.

E’ da quel luogo inaccessibile, isolato e impervio, fatto di grotte e di stalattiti cosi come di giardini rigogliosi che il miracolo della scrittura ci racconta in modo allegorico la nostra vera natura.

Siamo esseri intessuti di sangue e sogni.

Siamo miracoli capaci di coniugare in noi carne e spirito, sangue e essenza fluida, mana e ossa.

Siamo capaci di scrivere più e più volte innumerevoli finali e ogni volta renderli reali, ingombranti e decisivi.

Siamo azione e reazione, siamo scelte, e follie.

Siamo interno che si riversa nell’esterno.

E siamo esterno che nutre il nostro interno.

Quello che sulla terra sapete è il costante ricordo di cosa possiamo e in cosa spesso falliamo.

E’ un percorso tutto interiore che dalla scrittura si avvicina a un centro tanto raccontato dai saggi ma cosi poco visitato.

Laddove bellezza e orrore, magia e dramma danzano assieme come figli della stessa natura bizzarra, come sorelle e come amanti irriverenti.

E cosi in quegli attimi in cui è finalmente la mente a dettare il giusto ritmo in cui adagiare ogni passo, il corpo è soltanto l’involucro che contiene la nostra frizzante volontà:

Il modo in cui il drappeggio cade, definendo i contorni del corpo, enfatizzando anziché celare l’armonia delle membra, il loro languido abbandono. Basterebbe un soffio di vento per sollevare quel velo, per ridestare la carne dormiente che giace sotto di esso, racchiusa in un bozzolo impalpabile, pronta a flettersi, a guizzare, a estendersi in tutta la sua inquietudine. Questo è ciò che sembra. Questa è l’apparenza.

Noi che oggi viviamo di finte realtà, cangianti e soffocanti.

Noi che oggi nascondiamo la forza del pensiero sotto i rigidi dettami del consono, del consueto o della scienza.

Noi che evitiamo di definirci angeli caduti, esseri decisi a sperimentare ogni delizia cosi come ogni dolore, un salto nella letteratura pungente come spillo e tagliente come lama, può terrorizzarci.

Eppure è un viaggio che consiglio, ascoltare quella voce cosi strana, cosi fastidiosa ma cosi attraente, capace di graffiare la nostra anima eppure di sollazzare ridente, la nostra essenza.

L’oggi ha soppiantato il per sempre. L’eternità non è mai stata così breve.

E’ il momento che un libro vi riveli la strada e vi renda capaci di sfiorarlo, berlo e mangiarlo fino all’ultima briciola quell’eterno che vi spetta di diritto.

Non vi è nulla di più desolante che perdere ciò che non si è mai posseduto. Un cuore disabituato all’amore non sanguina di meno. Anzi, il vuoto che si spalanca in esso si assomma a quello che da sempre vi alberga. Vuoto nel vuoto, e solo l’eco assordante del silenzio a colmarne la vastità.

“E se fosse domani” di Daniele Sbaraglia. A cura di Raffaella Francesca Carretto

E se fosse domani- Daniele Sbaraglia

…e se fuggire fosse l’unico modo per ritrovarsi, e per trovare la propria identità e le proprie emozioni e la propria dimensione?

…e se fossimo stanchi di aspettare qualcosa o qualcuno, e la vita ci mettesse di fronte a nuovi eventi e nuove situazioni che ci pongono di fronte a una scelta?

…e se questa scelta fosse dominata da un destino che riflette delle precise congiunzioni astrali, tali da darci la possibilità di fare una scelta diversa di vita, seguendo magari le proprie aspirazioni e le proprie emozioni, desideri repressi, sogni accantonati…che poi ci consentono di vivere appieno qualcosa di cui non avevamo progetto, che non si era preventivato, o che forse si aveva solo paura di sperare si avverasse anche per noi.

“E se fosse domani?” potrebbe essere intesa come una storia come tante, quella di un uomo che trascorre la sua vita lasciandola scorrere senza lode e senza infamie, quasi per inerzia; una vita quasi piatta, senza particolari eccessi o slanci, una vita che, appunto, scorre come un fiume calmo, le cui acque placide sono quasi stagnanti, e non presentano quella vivacità che dovrebbe essere insita in ogni ambiente. La vivacità, lo slancio, sembrano inesistenti nella vita del protagonista, che si trascina nella sua esistenza senza scossoni.

Manuel, così vuol chiamarsi il protagonista, ha un che di lassismo, è quasi passivo, accetta ciò che intorno avviene, e non sembra colto da quel fermento vitale che caratterizza l’essere umano.

Ma forse, la realtà è differente, e di fatto il nostro protagonista, che inizialmente può sembrare la fotocopia dell’uomo medio, normale, che da piccolo borghese qual è, è sempre pronto a commiserarsi e brontolare per le presunte angherie subite dagli altri, siano essi famigliari, una fidanzata, dei colleghi di lavoro o chiunque, a suo dire, abbia più di lui.

Inizialmente prende piede l’immagine di un uomo mediocre, da cui emergono vizi, errori e difetti; Manuel è un uomo che nella sua estrazione culturale medio-bassa mostra un disinteresse per tutto ciò che lo circonda, persino se stesso, soprattutto in virtù del fatto che mette a tacere anche quelle passioni che lo spingono verso nuovi orizzonti. Manuel ama la pittura, ma dopo qualche approccio scoraggiante alla vita di galleria, guidato soprattutto dal paragone con gli altri , sopisce questa sua passione…portandolo a una vera e propria assunzione che nonostante la vita sia priva di soddisfazioni personali, forse vivere in una comfortzone non è il male peggiore.

La vita di Manuel però riceve uno scossone e lui cambia il suo approccio, e guarda a nuove situazioni tali da “compromettere” la sua insoddisfazione e dargli un nuovo incipit per cambiare la sua vita.

La lettura rappresenta quasi un dialogo tra il lettore e il protagonista, che quasi vuol raccontare un percorso,che però si presenta a tratti piatto e confuso. La storia di Manuel ricalca quella di molti altri uomini e donne che insoddisfatti della loro esistenza vivono in balia della corrente, che si lasciano trasportare dagli eventi senza opposizione, eppure in questa storia c’è molto altro…c’è la ricerca di una dimensione, della propria dimensione, e questo avviene per Manuel a seguito del licenziamento, che scatena un cambiamento di pensiero, di vita, quasi a dargli quello slancio per affrontare una nuova esistenza e far vivere un nuovo Manuel

lo stallo in cui sembrava affogare, viene bruscamente spazzato via, e quest’uomo sceglie di cambiar registro… quasi potremmo dire che Manuel fa un colpo di testa e sceglie di seguire la sua strada viaggiando, andando via dai suoi affetti e dai suoi amici, pochi in realtà, per costruire qualcosa di nuovo e diverso, lasciando una porta aperta alle emozioni e alle passioni, quelle più intime…

Ma non tutto è così semplice, come ci si può aspettare..

Certo, Manuel è in fuga da un’esistenza che gli andava stretta, ma in questo suo percorso ha la possibilità di esplorare se stesso, i propri limiti, quasi a confessarli. Nella narrazione di fatto Manuel parla al lettore di sé, delle sue insicurezze, di quelle incertezze che minano sempre la sua esistenza.

Eppure il protagonista ha anche la capacità di fare un’autoanalisi, forse fa comprendere al lettore qualcosa di più, forse anche di se stesso, perché riesce a dar voce a quelle insicurezze, a quegli stati di ansia e di insoddisfazione che talvolta anche noi lettori viviamo, e che talvolta possiamo aver paura di confessare; e quindi forse l’autore, attraverso le parole di Manuel, ha dato voce a tanti altri Manuel…

La storia in sé parla di una quotidianità di insoddisfazioni che viene interrotta e da un evento che dà modo al protagonista di rimettersi in gioco e di fare una scelta che lo porta a vivere un nuovo stato di grazia, oserei dire

Manuel vive una vita nuova, fa esperienze diverse da quelle vissute sino a quel momento…ha la possibilità di viaggiare, conosce nuovi luoghi da cui resta affascinato e di cui coglie, attraverso la fotografia, nuovi particolari, trova scorci vivaci, fissa scene affascinati…eppure questo suo viaggiare riflette sempre un’insicurezza, un’insoddisfazione che lo spinge sempre a muoversi, quasi a scappare…

Devo continuare a viaggiare, devo continuare a spostarmi. Saluto le poche persone con cui ho scambiato pochissime parole, li ringrazio della loro ospitalità e prendo il primo aereo che mi porta ancora lontano da me stesso. Non sto viaggiando, sto scappando.

quasi come fosse un modo di confessarsi al lettore.

Quest’uomo cerca la sua dimensione…e la trova dopo aver conosciuto una ragazza madre. Questo è l’inizio di una nuova esperienza per lui, che lo riempie di soddisfazioni; vive una vita piena, e riconosce di voler amare. E lo fa con una donna che pare completarlo.

Ma è la realtà quella che ci descrive?…o stiamo leggendo di un sogno?

Nella storia si alternano momenti che paiono veri e propri racconti onirici, e quindi non riusciamo a identificare quale sia il sogno e quale la realtà; sino alla fine si arriva ad avere una versione della storia che ci convince e di cui crediamo di aver percepito i tratti e le peculiarità, per poi rimanere disarmati nell’epilogo, che ci racconta di una nuova realtà..

Ma qual è la realtà allora?

L’autore ci fuorvia con le descrizioni di momenti che paiono irreali, e che forse tali non sono… o almeno io l’ho inteso in tal senso. C’è il ripetersi cadenzato di un sogno, che forse poi sogno non è.. C’è il vivere una realtà che viene presentata al lettore con salti temporali, e che forse ha una natura diversa…

L’autore ci coglie di sorpresa con questi momenti che inizialmente destabilizzano, ma poi danno un senso a tanti piccoli particolari di cui non si comprende il significato nell’immediato.

Pochi dialoghi, molte descrizioni e tante riflessioni del protagonista…

Linguaggio scorrevole e semplice, che non stanca il lettore ma che non coinvolge subito, in quanto la storia di per sé confonde il lettore su alcune dinamiche.

Nel complesso è però un libro interessante che può aiutare anche chi lo legge a porsi in uno stato di autoanalisi.

A chi avrà il piacere di avvicinarsi a questa storia, Buona Lettura.