Anteprima da brivido ” Geografie delle Tenebre” di Davide Camparsi, Dunwich edizioni. A cura di Alessandra Micheli

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Un libro perfetto per una festa tenebrosa?

Per alcuni neofiti sicuramente si.

Per noi, avvezzi ai peggiori abissi della mente umana, agli orrori più atroci, il testo regalerà una certa vena poetico/malinconica.

Pur partorendo i suoi deliri dall’universo lovencraftiano, ogni racconto ha quella bellezza gotica tipica dei racconti di Poe o dei migliori romanzi della Radcliffe.

Una certa venatura d’amore, nonostante le raccapriccianti descrizioni, ci avvince, ci avvolge, rendendo la raccolta un canto, oscuro beninteso, ma non per questo meno brillante o meno luminoso.

E’ assurdo per molti lettori sentirmi usare i termini luminoso e brillante, riferiti a un libro sulle tenebre.

Eppure, in fondo, la distruzione, la devastazione, gli abomini partoriti dalla mente dell’autore, non sono fatti di tragedia quanto di sogno e di lamenti melodici.

E nessuno può negare che è proprio nella stratificato universo del dolore, che possono trovare posto fantasie, incubi, meraviglia, arcano e incanto.

E’ un dolore che parte dalle radici di un mondo che non sogna più, che non crede più, che usa l’arcano per le proprie assurde pretese.

Usa l’abisso per partorire pensieri che, per ironia della sorte, rendono l’umano non più vittima, come nei precedenti horror, ma carnefice di se stesso.

Gli orrori di Cthulhu non sono altro che esseri alieni con, però, una loro morale, totalmente diversa dalla nostra, con loro regole e con loro desideri.

Quello più preponderante è vendicarsi di quell’essere cosi piccolo e fragile, che dimenticandoli non ha fatto altro che abbracciare il vero male: quello della disgregazione e del non rispetto per l’intero cosmo.

Rinnegando il sogno e la fantasia, rinnegando anche un certo odio per la parte oscura, quello che ci permetteva di combatterla, forse capirla, dialogarci e infine abbracciarla, l’uomo ha in fondo dimenticato la sua umanità, trasformandosi nel vero abitatore dell’abisso.

Non è un caso che la prima parte dei racconti, narri proprio del volto del vero mostro.

Che è l’uomo reso animale, reso selvatico, ma quel selvaggio che sa di putrido e non di libertà.

Il matto scorgeva la verità delle cose.

Vedeva le persone per i mostri che erano.

E cosa cercano I nuovi, orripilanti, disgustosi mostri?

La conoscenza al servizio della finalità cosciente:

indica che la conoscenza richiede sempre un sacrificio, ma che spesso ciò che sacrifichiamo per ottenerla è l’innocenza.

Ed è questo il baratto atroce della nostra società: quell’affannarsi a svelare i segreti, a conoscere ha come orrido patto il sacrificio di un innocenza primordiale che stabiliva legami tra noi e il numinoso.

Ed ecco che il numinoso tradito si ribella, riemergendo con più forza e forse più rabbia dalla terra in cui lo avevamo rilegato, forse imprigionato.

«Le radici sognano, laggiù, sotto terra. Sotto i nostri piedi, oltre gli abissi marini, in profondità.»

E sono proprio la radici profonde del nostro essere, cosi dilaniato, cosi abnorme e cosi deformato che reclamano il loro pasto, la loro vendetta:

Là sotto, sotto la terra, dove finiscono le ossa e le cose morte. Sognano, e non sono sogni belli, affatto. Sognano di noi. Confabulano, meditano, progettano la loro rivalsa. Ciò che è sopra, finirà sotto, e ciò che è sotto tornerà alla luce.»

E cosi, in questo eterno incessante scordare la vera origine dell’uomo, noi ci troviamo a essere prigionieri di un vero incubo: la realtà.

Ecco che i racconti offrono, se li si legge con animo curioso, un afflato di infinito, nonostante l’apparente brutalità delle immagini, nonostante l’apparenza di incubo.

I demoni e le paure sono nostre sorelle, partorite da noi, decise a tornare a camminare accanto alla nostra mortalità, forse per renderci più umani, forse per ricordarci che, il vero abisso non è solo incubo ma anche sogno, quel sogno strano, folle, colorato, a tratti cacofonico.

Ma dietro lo stridere dei suoni esiste una sorta di anima immortale che è il vero motore della vita di ogni essere umano: la paura, l’orrore sono rigeneranti.

Le divinità partorite dal Necronomicon, hanno la loro orrorifica bellezza.

Esse sono parti di noi e raccontarle significa purificarle e dare loro la chiave affinché mantengano intonsa e pura l’anima.

Perché è l’orrore che rendiamo immagine simbolica o allegorica, a ingoiare e divorare ogni scoria.

E’ nel momento in cui rinneghiamo questo arcano legame a favore della totale fiducia nella perfezione umana, che siamo perduti in un universo reso ostile perché privato del suo lato magico.

Ed ecco che il canto oscuro diviene melodia nel racconto più bello, più vicino all’anima di ogni folle Sotto il mare la montagna sogna:

Tu possiedi un potere, figlio mio, le cui possibilità ti sfuggono.»

Dai neri pozzi dell’immaginazione, tu trai le storie.

Di più: le crei.

Le storie esistono perché tu le hai plasmate, narrate.

Con le tue storie dai vita a leggende, divinità, miti.

Quei miti siamo noi.

I Grandi Antichi, io stesso… persino gli Dei Esterni.

Prima delle tue storie noi non esistevamo.

Dopo le tue storie, noi esistiamo da sempre….«Non solo: hai sparso le nostre terribili visioni nel mondo.

Le hai rese possenti come sogni indimenticabili, ne hai fatto leggende.

E ascoltare, ripetere queste meravigliose parole, come un mantra salvifico, ci rende ciò che siamo destinati a essere demiurghi in grado di colorare il mondo che vogliamo oggi chiuso e statico, cosi insozzato da apparenza e caso, quel luogo di arcani poteri, di draghi oscuri, di feroci fiere, di orrende streghe e folli esseri alieni.

E la bellezza di queste oscure esistenze è che fanno parte di noi, che possiamo combatterle o trasformarle nel loro opposto: fate unicorni, coboldi, ondine e divinità compassionevoli.

E’ l’esistenza di questo potere creativo in grado di far nascere l’arcano, il mistero e la bellezza cangiante che porta con se:

E lo lascerò cantare tutte le sue leggende – mio figlio – tutte le sue storie, fino a quando avrà fiato.

Fino a quando non ne rimarrà nulla.

Fino a quando anche il ricordo della sua vecchia carne non sarà altro che ciò che noi siamo: sogni, incubi e terribile, oscura bellezza.

Libera.

Selvaggia.

Avevate proprio ragione Edgar, Howard, Ambrose.

L’orrore salva.

E rende liberi.

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