“Arcani maggiori” di Sergio L. Duma, Biblioteka edizioni. A cura di Alessandra Micheli

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Quando immaginazione e realtà si confondono e valicano i muri, oltrepassando i confini, arrivano le risposte più importanti.

Perché vedete, ciò che ci sfugge di giorno, è ciò che, in realtà, è più importante per il benessere della nostra anima.

Sono gli impulsi profondi, le frustrazioni che il quotidiano produce con i suoi ostacoli, con i suoi no e i suoi se.

Sono i sogni traditi e i sogni che svaniscono all’alba e ci lasciano soli e insoddisfatti.

Ma, soprattutto, la veglia nasconde sotto un tappeto elegante, proprio i segreti più scabrosi, quelli che dobbiamo nascondere a ogni costo, per sopravvivere e per continuare a sostenere la facciata di sanità.

Ed è l’arcano che si alimenta nel lato oscuro di noi stessi che, seppur per molti è considerato una scoria, è in realtà il germoglio da cui una nuova vita può crescere, svilupparsi e diventare albero frondoso.

Arcani maggiori è proprio questo, incontro tra finzione che diviene realtà e realtà che al tempo stesso si nutre di finzione.

La finzione che in fondo va tutto bene, finché si nega quel bussare costante della parte ctonia del nostro io.

Duma sa giocarci con questi temi.

Ama sollevare i tappeti del perbenismo, rendere protagonista indiscusso quel lato inconscio che tutti noi temiamo perché considerato foriero di ostri.

E che, invece, può essere anche padre di incredibili lampi di creatività, qualora un eroe cosi coraggioso abbia l’ardire di andare alla ricerca del vero.

La vera finzione, dunque, non è nella irrealtà di una recita, ma nella costante negazione che, in quella commedia dell’arte fatta di maschere e personaggi, si celi la verità.

Ecco che arcani maggiori si trasforma in dramma dramma pirandelliano in cui si reiterano cliché e stereotipi, in cui l’apparenza inganna perché funestata dalla continua menzogna e mancanza di consapevolezza.

Ecco che il reale è reality, manifestazione ambigua di sentimenti e di motivazioni assurde, di tentazioni e di debolezze che prendono il sopravvento e diventano le mani con cui si gestiscono i fili delle molteplici e disarmanti personalità.

Reale e finzione.

Dove inizia l’una e finisce l’altra?

Quando si imbraccia l’arma della negazione.

Neghiamo i lati oscuri e loro sorridono feroci, prendendosi piano piano il dominio della nostra anima, finché non divengono impulsi cosi potenti da compiere la deflagrazione finale, lasciando solo macerie davanti a noi. E’ la negazione della parte eclissata, che potente nel sicuro grembo dell’invisibilità prospera tentacolare, invadendo appunto ogni anfratto del nostro io.

E alla negazione si accompagna sempre la fandonia, sulle motivazioni alla base di ogni azione, sulla volontà di redenzione che ci è prospettata come unica ancora di salvezza.

Bugia del nostro vero volto, troppo adombrato da patetiche maschere ridenti, il cui riso però assomiglia ancor più a un ghigno satanico.

Arcani maggiori è la fiera dell’ipocrisia, un paese di pazzi, di scellerati troppo presi dai propri vizi per pensare al vero autentico benessere.

In realtà non sono personaggi egoici in questo testo.

Sono solo caricature patetiche di anime che scappano dalla luce della consapevolezza.

Che tentano di stendere il pietoso velo su ogni mancanza, su ogni vuoto, su ogni impulso scaturito quasi come un grido per essere visto, per essere odiato, ammirato…in sostanza per esistere.

E esistere solo con la trasgressione è il canto morente di una fenice che non sa rinascere dalle proprie ceneri.

E cosi si recita a soggetto.

Peccato che la recita non è altro che pantomima pedissequa del nostro essere umano in bilico tra fallimento e caduta.

Come Sempre Duma intinge la sua penna nei lati più deludenti dell’essere umano.

E lo fa perché solo incontrando il nostro abisso forse, possiamo alzare la testa e riuscire a rimirar le stelle

 

 

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