“Gli adorabili gatti di Nancy Jones” di Amy Bratley, Newton e Compton editore. A cura di Doriana Torelli.

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Per mia mamma, Anne Cook

I gatti sono più compassionevoli

e affettuosi degli esseri umani.

Florence Nightingale

 

Inizia così, con una citazione, la lettura de “Gli adorabili gatti di Nancy Jones. Solo il titolo, o la stessa citazione potrebbe far pensare che ci troviamo di fronte ad un romanzo di semplice lettura.

Mi dispiace invece deludervi, ma è un romanzo carico di emozioni, con un crescendo di sentimenti e sensazioni con quel lieto fine che tutti attendiamo.

Ma partiamo dal principio.

Protagonista assoluta ed indiscussa è Nancy Jones, una donna di cinquantasei anni con un matrimonio fallito alle spalle, che vive la sua vita circondata dai suoi cinque gatti ai quali ha deciso, in maniera alquanto coraggiosa, di assegnare dei nomi a lei molto importanti, di persone a lei molto care ma ormai lontane.

Insegnante part-time in una scuola primaria, viene etichettata da colleghi e conoscenti come “la gattara”, ed è in una di queste occasioni che viene spinta a pubblicare un annuncio sul giornale locale come cat-sitter.

Fin qui sembrerebbe un susseguirsi di eventi alquanto scontati, ma è qui che scatta il colpo di scena, tra ricordi passati, vecchie ricomparse, tante lacrime e soprattutto quella redenzione di errori di gioventù si arriva alla pace interna.

I temi trattati sono molto delicati, tra cui quel modo di percepire e giudicare gli altri e al fatto stesso che le persone “diverse” o fuori dagli schemi sono semplicemente così per un motivo.

Magari sono tristi, o forse hanno vissuto una tragedia che li ha cambiati irrimediabilmente.

Nancy è solo bloccata in quel passato e non convinta di poter migliorare la sua tristezza.

L’unico modo per raggirare questa situazione sono i suoi amati gatti, in grado di percepire i suoi stati d’animo e di darle quel sostegno tanto agognato, con calore e affetto.

Lo stile è molto fluido e scorrevole, ma mai banale.

Mi sono piaciuti tanto i suoi monologhi con i gatti, ed è proprio lì che riusciamo a capire bene l’animo di Nancy.

E’ una lettura molto profonda e sofferta che consiglio!

“Favola imbandita” di Paola Gula, Golem edizioni. A cura di Alessandra Micheli

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Tutto parte da Pirandello.

Conoscete vero le sue idee?

Ve le mostro in modo approssimativo ma efficace (Luigi perdonami). Secondo il sommo, noi indossiamo a contatto con la società, con l’altro e con l’ambiente una maschera.

Che parla non di come davvero siamo, ma di come vorremmo essere e sopratutto, di come ci vorrebbero gli altri.

Questo perché nell’evento più importante della nostra vita, l’incontro, ci ritroviamo a dover rispondere a aspettative, a desideri, a immagini illusorie fallaci, ma utili come geografia emotiva, ossia coordinate prestabilite con cui iniziare a muoverci nel cosiddetto reale.

Che reale non è, ma che noi, menti fervide e mai instancabili, ci troviamo a plasmare.

Cosi tra reali che sono frutto di nostre percezioni e di un lavoro certosino di artigiani, tra proiezioni altrui, tra approcci adombrati dalla volontà di rispondere ai bisogni inconsci dell’altro, la maschera diviene il nostro biglietto da visita con cui ci presentiamo all’altro.

Come nei racconti vittoriani, in cui il visitatore X porge al solerte maggiordomo, il proprio biglietto con ogni credenziale utile a creare un rapporto superficiale.

Ciao sono Alessandra, blogger esigente.

Ciao sono l’autore tal dei tali che vuole essere letto.

Ecco che queste identità fittizie utili solo, appunto, per creare agili mappe e per instaurare convenevoli utili al mantenimento della società, divengono fissi, divengono l’altra identità, prigione per tante anime creative e selvaggiamente libera.

Cosi, i nomi che servono solo per orientarci divengono definizioni, rigide e granitiche, dalle quali non si può scappare…conseguenza atroce è l’esilio. Tu sei stereotipo e stereotipo resti.

Tu sei ciò che sei senza mai diventare ciò che potresti essere.

Il nome, l’aggettivo, l’idea di una persona diviene cosi definitiva.

E diventa abitudine da reiterare costantemente con l’assenso societario, amicale o consuetudinario.

Certo, ogni tanto a qualche folle è concesso andare oltre le righe, oltre il confine.

Ma serve tutto per dire al tremebondo neofita: vedi che a voler seguire l’orrore della libertà si rischia di perdere il consenso sociale?

Consenso di chi, poi non ci è dato sapere, forse qualche burattinaio sconosciuto dal volto adombrato dall’invisibilità.

Forse un mostro di quelli che a Halloween funestano le nostre notti. Del resto è cosi se vi piace.

Se non vi piace accomodatevi: l’esilio è deserto laddove non fiorisce assolutamente nulla.

C’è solo sabbia, sete e nulla.

Strano aver citato l’opera di Shakespeare vero?

Cosi è se vi piace una della mie opere preferite.

Come direte voi.

Inizi con Pirandello e arrivi a Shakespeare?

Non vi pare strano che accanto alla deliziosa cosi è se vi pare esista un’opera di Pirandello, cosi è se vi piace?

Io la trovo una coincidenza adorabile, prova che la letteratura azzera distanze e unisce le menti sotto la venerabile sovranità della parola.

Ma andiamo avanti.

Tutto il mondo è un palcoscenico, e tutti gli uomini e le donne solamente degli attori. Essi hanno le loro uscite e le loro entrate. Ognuno nella sua vita recita molte parti, e i suoi atti sono sette età.

Shakespeare

E’ il fulcro della bellissima opera degli equivoci.

Tutti noi siamo attori, indossiamo una maschera e recitiamo a soggetto (Luigi smettila di intrometterti) il copione che ci è stato assegnato alla nascita.

O alla socializzazione primaria e secondaria.

Ognuno legge le proprie battute e interpreta, chi il medico, chi il guitto, chi il folle, chi il probo.

La donna segue il suo copione di donzella smarrita o di feroce virago senza cuore (come disse Vecchioni la stronza che pensa come un uomo, sola più di un uomo).

E l’uomo il macho testosteronico di turno, bello tatuato volgare, capace di mirabolanti salti mortali sul letto.

E se è palestrato, sportivo, sexy, deve essere anche un demente senza intelletto.

Che il massimo che può leggere è la gazzetta dello sport. Esistono questi stereotipi.

Bionda e scema, donna intellettuale sciatta, idealista vestita di cotone di pecore felici, intellettuali pomposi e convinti di se.

La fissata con l’outfit che è vuota e superficiale.

Diciamocelo.

Quanto ci piacciono questi clichè: lettrice che legge solo romance. La casalinga che è frustrata e sogna appunto un frustino dal Mr Grey di turno, che non è quello che salva i colori.

L’uomo che non piange nei libri perché non esiste un maschio sensibile se non appartenente all’altra sponda.

E cosi Rosalinda, la protagonista di As you like it, che è cosi stufa di assecondare le aspettative del suo tempo.

E cosi si traveste da uomo, e in quel suo travestimento ha il coraggio di essere…tutto ciò che per nascita, sesso, cultura le è negato.

Fantastica Rosalina.

E fantastico il suo spasimante Orlando che richiamato dal sentimento di amore, va oltre i vestiti e alla fine, se la sposa.

Interessante.

Ma cosa c’entra con il libro?

Tutto miei cari. Perché la bravura della nostra autrice, Paola Uula, crea essa stessa un As you like perfetto per questi tempi disperati.

Abbiamo la nostra Rosalinda, detta Ross, integerrima snob giornalista enogastronomica.

E abbiamo il nostro Orlando, un fisico scolpito dal nuoto, salutista, astemio e fissato, niente male.

Ecco il cliché.

Lei dura ma assetata di vita lui bello e focoso.

Ma…la storia prende una svolta inaspettata.

La nostra Ross si ritrova a vestire dei panni che non sono i suoi, che non coccolano e stuzzicano la sua anima composita, meravigliosa e cosi simile alla mia.

E non solo nel suo amore per i gatti giganti.

Ma anche per quella sua forte fragilità che si rivela leggendo un libro e amando non solo il buon cibo, ma la cultura che esiste dietro.

Perché chi ama libri e cibo, coloro che donano le stesse emozioni, lo fa perché entrambi raccontano storie.

E le storie ci servono non solo per sognare ma per ritrovare le nostre radici e crescere forti come querce.

O noccioli, o aceri.

Io quando assaggio uno dei piatti della mia bella Albaneto, paradiso a cavallo tra Abruzzo e Umbria, ascolto le voci dei contadini che le hanno inventate.

E cosi l’amatriciana diviene il racconto di un pastore che contemplando l’infinito oltre il pascolo assapora il frutto delle sue fatiche: guanciale dato magari dalla fine di un maiale tanto amato, il pecorino prodotto dalle sue rude mani. E cosi la panunta il pane rosolato in quel grasso che sfrigola sul fuoco e il cui borbottio ricorda la lite del ramino nel Grillo del focolare.

E cosi per Ross il castelmagno è un intero racconto di un popolo che lavorava con le mani, guardando magari fuori le cime innevate dei monti. E questo vedere e amare la natura lo ritrovi oggi in quel piatto che non è solo gusto, ma emozione, l’emozione delle storie.

Lo stesso vale per i libri.

Non sono solo parole, regole, codice del linguaggio.

Sono sogni, emozioni, dolore, amore mescolati con inchiostro e lacrime, e come balsamo coccolano il tuo io cosi solo, cosi perso, spaesato in un mondo che non conosce più.

Non le rimanevano che i libri. Erano il suo rifugio, la sua coperta di Linus, il suo paradiso artificiale, il suo scudo. Era un piacere affondare nelle storie di altri, lasciarsi trasportare in altri paesi, in altre vite. Leggeva fin da bambina. E aveva continuato da adulta. Ma non leggeva per fare sfoggio di cultura e in quel senso invidiava chi riusciva in quel tratto mondano

Ma a un certo punto quando si corre inseguendo fallaci illusioni, ci si perde.

E si è più soli di quando si è iniziata la corsa.

Perché si perde quella capacità unica di volare e travalicare i stretti confini di questa stretta realtà..

Era la stessa strana malinconia che non le aveva permesso di godere a pieno il pranzo da Marsupino; era la stessa che le aveva fatto trovare tutto fastidioso, primo fra tutti Antonio. Una sensazione che sperava di lasciare sullo zerbino, ma che invece entrò con lei.

E quello il momento in cui si perde sangue dal cuore.

In cui la vita bussa urlando il suo bisogno, quella sua voglia di ritrovare passione e leggerezza.

Io ci sono passata cara Ross.

Quando ho iniziato a leggere per far salire le visite, lasciando lontano i miei amici di carta, senza ascoltare le storie dietro le storie, senza incantarmi davanti la prode Artù o prendere il tè con il mio amato cappellaio.

Senza poter scrivere ma sentendo quello come un dovere

i pezzi iniziali, quelli che hanno intasato la mail, sembravano scritti per passione, gli ultimi per dovere.

E allora come si ritrova ciò che si sta perdendo?

Erano… Sì, erano gioiosi. Non credo di riuscire a spiegarmi.»

Altroché se si spiegava. La felicità di quei giorni se la ricordava anche troppo bene.

Beh prendendo come esempio la Rosalinda di Shakesperare. Travestendosi.

Perché solo in quel momento, al riparo da occhi indiscreti si lascia affiorare la parte più vera di noi, quella che un Orlando qualsiasi amerà con tutto se stesso, cosi incantato a vedere quell’entusiasmo bambino colorare le guance di un delicato rossore.

Ale non sapeva se fosse più affascinato da quanto vedeva o dall’entusiasmo di lei. La seguiva e osservava stupito le tracce di un mondo che non esisteva più, cancellato dal progresso e dalle comodità.

Questo è in fondo l’amore che deve celebrare un libro.

L’amore per se stessi con il ritorno alle più autentiche origini dell’io.

La capacità di togliersi la maschera e iniziare a danzare, incuranti degli sguardi riprovevoli sotto la pioggia.

E amare non tanto il fisico, ma quella forza che lo pervade.

L’entusiasmo, la dolcezza, l’allegria, la passione e I sogni.

E i sogni non svaniscono all’alba se divengono parte di te, se si fanno carne e acquistano il tuo viso.

I sogni non sono folli ma sono l’essenza che ci permette di viaggiare attraverso questa meravigliosa terribile vita, coscienti di essere come dice Negiotti:

Ma in fondo siamo storie con mille dettagli

Fragili e bellissimi tra i nostri sbagli