“E lo chiamano Amore” di AnnaMaria Vargiù, edito Porto Seguro Editore. A cura di Ilaria Grossi

e lo chiamano amore.jpg

 

Una raccolta di 9 racconti, dove ciascuna storia cerca di dare contenuto alla parola Amore e non sempre ci riesce, nasconde puntualmente la delusione di ciò che si credeva, professava, gridava rassegnato Amore.

Strike è un racconto che mi ha rapita subito, la violenza fisica e psicologica non è mai Amore, con la giusta suspense ci porta fino alla fine della storia con un preciso messaggio.

La storia del maestro Dario, mi ha colpito particolarmente, l’amore non trova spazio nella sua storia, si maschera di inganno e illusione, la prepotenza sceglie la sua vittima e la conduce senza rimpianti in un buco nero.

E quel treno delle cinque, nasconde in sé una storia di profonda solitudine, l’abbandono di un’anima fragile, stanca di credere di poter essere all’altezza, dove neppure l’entusiasmo di un bambino che amava disegnare treni riesce a lenire il suo dolore.

Quanto è difficile dare un contenuto all’amore?

Siamo sicuri di dare il giusto peso all’amore?

O siamo troppo condizionati dall’idea che ci viene trasmessa dalla famiglia, dalla società o da canoni standardizzati?

E lo chiamano Amore è tutto un mondo, ma non è Amore, si nasconde dietro la maschera della violenza, dell’innocenza, dell’ingenuità, della prepotenza, dell’inganno, della solitudine, della pazzia, dell’abbandono.

Lascio a te lettore, scoprire gli altri racconti.

Il libro si legge con fluidità, grazie ad uno stile diretto, semplice e sincero che ha il merito di contenere un mondo complesso, dove l’amore non è mai ripagato con l’amore, si traveste con inganno e sceglie le sue vittime, spesso fragili e troppo sensibili.

Vittime dell’amore che non è amore, cadono in una ragnatela ben costruita e non riescono più ad uscirne, schiacciate dal peso del male.

Non chiamatelo Amore, l’amore non uccide, non spegne il sorriso, non inganna, non è violento né subdolo, non taglia le ali ed è proprio questo il messaggio che trasuda dalle pagine del libro e che dovrebbe essere costantemente evidenziato e mai dimenticato.

Complimenti AnnaMaria Vargiù.

Buona lettura.

Ilaria Grossi per Les fleurs du mal blog letterario

Review Tour “Heimaey” di Ian Mannok, Fazi editore. A cura di Alessandra Micheli

73303297_786796058457001_2625710230431858688_n.jpg

 

Una delle teorie che mi hanno più intrigato negli ultimi anni, è quella che vede la divina commedia del sommo Dante, ambientata in Islanda. Li, in quella terra misteriosa, assolutamente unica, divisa tra acquea e fuoco, il nostro poeta massimo avrebbe immaginato l’inferno, il paradiso e il purgatorio.

Forze della natura che sembravano unirsi in un coro soprannaturale, vortici di acqua bollente, fanghi ustionanti, solfare ribollenti sembrano davvero usciti dalle migliori illustrazioni di Gustavo Dorè, quelle che da ragazzina infestarono i miei oscuri sogni.

E leggendo il libro di Ian Mannok, con le sue descrizioni che ammantano la mente di odori sulfurei, non puoi non esserne ancor di più persuasa. L’Islanda diviene non tanto un mondo fatato, come Irlanda o Germania, ma luogo in cui la potenza di un dio che tuona dal turbine contro l’ingratitudine umana, si fa parola, e poi immagine e al tempo stesso carne e realtà.

Una volta entrati in Heimaey ci si sente prigionieri di una veglia che sa di incubo ma chel al tempo stesso, titilla l’animo arricchendolo di suggestioni che fanno della bellezza gotica, il proprio Dio.

E’ bello il libro.

Nonostante l’orrore la bellezza selvatica, indomita della forza naturale avvince il lettore, tanto che la vera protagonista assoluta del testo, resta l’ambientazione.

Una forza primigenia in cui noi, attoruncoli, piccoli esseri infimi davanti a tanta potente maestosità, ci muoviamo come formiche, pallide comparse di una storia millenaria fatta di erosioni, di mutamenti e di forze incontrollabili.

Davanti alla nostra piccolezza la natura gloriosa del libro ci deride: persi in vendette privata, in amori limitati, in vizi e poche virtù, in drammi costanti che ci rendono perdine sulla scacchiera manovrate da qualche dio inferiore, forse un arconte geloso della magnificenza di un creato che in Islanda si manifesta senza limiti.

Ecco che la descrizione che dona un sorso di infinito, cozza contro le vicende umane, troppo limitate, troppo assurde descritte con una penna ironica e pungente, che non fa sconti, non salva, non dipinge mai redenzioni ma solo la nostra storditaggine.

Non ci sono eroi.

Non c’è vittoria, ne restituzione dei torti.

Tutto è un ciclo continuo di nascita e morte, di conti mai pagati e di debiti mai saldati.

Di una cacofonica amalgama di voci fastidiose che ci distraggono dall’incanto di una natura che in questo testo domina.

Persino il buon Kornelius, figura quasi mitologica, è assimilato a una delle prorompenti forze della natura, che i nostri progenitori hanno mitizzato nella figura del Troll, possente, senza regole, totalmente preso dai propri bisogni.

Non era, forse il troll delle leggende svedesi, il demoniaco abitatore di boschi, montagne e luoghi solitari?

E non è un termine usato oggi indicante colui che intralcia il normale svolgimento di un evento, di una discussione, di un tema?

Il troll Kornelius è fuori dal mondo.

Immerso nelle leggende e nella tradizione antica tanto vada intonare come una cantilena una musica folkloristica:

Questo canto lugubre!».

Il lamento del corvo, il krummavísur?Quest’aria mi butta sempre giù. La versione metal eseguita da In Extremo passi pure, al limite, ma così, a cappella in modo mistico, c’è da farsi saltare le cervella».

Kornelíus scruta la dottoressa della scientifica con occhio sorpreso. La donna sta fotografando attentamente il corpo, scatta brevi raffiche coscienziose, con il flash nonostante il sole estivo e con una messa a fuoco manuale per isolare i dettagli.

«Ida, il krummavísur fa parte del nostro patrimonio», si offende Kornelíus.

«È roba del Medioevo, questa solfa sinistra del folclore non ha più senso. I corvi di oggi non hanno nessun motivo di lagnarsi. Ai giorni nostri, per i corvi è un fast-food a qualsiasi ora nelle nostre pattumiere. Quegli uccelli del malaugurio mangiano più di noi»

Ecco che il lamento del corvo, diviene il lamento della tradizione dimenticata, che si vendica marchiando a fuoco un mondo che tenta di andare per la sua strada, dimentico dei legami antichi, dei valori e persino della cavalleria di strani figuri immersi nelle nebbie delle leggende.

Ma L’Islanda, diversamente dal resto d’Europa a smettere di cantare non ci pensa affatto e cosi rimbomba la sua voce melodica e al tempo stesso stridente per tutte le pagine, con la forza dirompente del movimento tellurico e con la sognante nenia del potente oceano che ribolle sotto di noi:

Tutto un tumulto millenario di rocce fuse irrigidite nell’istante, di cui lei intravede ancora le colate molli e dense. Esplosioni pietrificate come sagome dilaniate che sgorgano dalla terra con terrore. Bolle solidificate di lava, alte come colline, spaccate al centro come meringhe sventrate sulle loro viscere nere e cave.E di colpo, a una svolta della pista, un muro di lava. Una lunga lingua di roccia nera e tormentata che venti e piogge non hanno avuto il tempo di smussare. Una parete alta molti metri, priva di vegetazione, vestigio di un’ultima fusione. Beckie è subito ipnotizzata da quella forza brutale, da quella violenza immobile e da tutto quello che ciò implica di cataclismi infernali e di caos dantesco. All’orizzonte, in lontananza, coni scuri si stagliano contro il cielo bianco e lei si chiede quale di quei vulcani abbia vomitato fin lì la sua melassa incandescente. E quale vento gelido l’abbia rappresa. La colata è perpendicolare alla pista che l’attraversa da parte a parte, scavata rozzamente per più di un chilometro. Beckie guarda sfilare contro il vetro la roccia porosa, schiuma nera di pietra carbonizzata, e Soulniz la sbircia con la coda dell’occhio, felice del suo stupore.

E il mare risponde a questa oscura meraviglia:

Il mare è là sotto, ancora invisibile, ma agitato, mutevole e cupo, improvvisamente percorso da esplosioni di schiuma quando le sue onde s’infrangono contro la falesia che erodono da migliaia di anni…..L’acqua è gelida e lei soffoca, ma, passato il tremito, capisce perché Soulniz ha insistito. Sono là, nella sera islandese, sospesi in una vasca naturale scavata nel fianco di una falesia nera a strapiombo sul fragore delle onde. Tutto l’oceano sembra ondeggiare le spalle per darsi delle arie sotto di loro e ogni tanto un’ondata più forte solleva spruzzi più alti della scogliera. Il frangente disperso su di loro fa piovigginare un’acquerugiola di schiuma leggera che crepita sulle loro spalle e scompare.

Ed è in questa strana dialettica che il libro rapisce:

È l’esatto contrario di Gunnuhver, l’altra faccia dello stesso furore. L’acqua contro il fuoco. Il continente mobile dell’oceano gelato contro la forza ardente della Terra che si scioglie. Lo stesso inferno che vomita le sue lave conquistatrici e subito erose da tempeste caparbie. Per alcuni minuti rimangono sospesi nel tempo e nello spazio a impregnarsi di tutta l’eternità di quella violenza. Sotto di loro la collera millenaria dell’oceano e dietro di loro la rabbia eterna delle viscere terrestri.

Un mondo in collera.

Un mondo arrabbiato.

Un mondo che in fondo si sente deturpato e tradito da un umanità patetica che nei sordi traffici e nelle irriverenti ripicche, tradisce la sua origine numinosa.

Ed è in questo spettacolare affresco, che l’anima assetata, a tratti turbata da cotanta potenza, riesce a sognare e perdersi nel volo immaginario di un corvo.

Si librano sulla scogliera, alteri e sicuri di sé, indifferenti agli schiamazzi degli uccelli marini, e vengono a mangiare nella sua mano

Che forse il corvo sia la nostra anima tradita?