“Alla ricerca delle Origini di Halloween. Halloween o Samahin?”. A cura di Alessandra Micheli

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Cos’è davvero Halloween

Per capire bene la natura di Halloween è utile usare l’analisi semantica. Il nome Halloween rappresenta una mutazione (in lingua scozzese) del nome All Hallows’Eve “la vigilia di tutti i santi”; in pratica la festa di ognissanti. E’ una festa che deriva da una più antica festività celtica Samahin, che è rimasta viva nella tradizione anglosassone, una tradizione non del tutto toccata dal dominio del cattolicesimo. (non credo debba spiegare il perché). Questa festa ha in se diverse nature tutte di importanza notevole per il mondo antico che ha però come essenza quella di continuare a tener vivo nella memoria l’antico culto degli antenati nato nel paleolitico e che ha improntato la religione di quella concezione sacrale della vita e della morte e di quella fede inesauribile verso la rinascita e la sopravvivenza delle anime.

Vediamo di analizzare in breve le molteplici nature della festa.

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Samahin/Halloween. Festa del fuoco

Il fuoco è stato da sempre considerato sacro, sia per ragioni religiose sia per il suo evocativo simbolismo cosmico. Perché il fuoco?

Immaginatevi un mondo diverso dal nostro, ostile e misterioso pieno di prodigi che l’uomo primitivo accoglie con stupore reverenziale. Immerso in un mondo che deve iniziare a capire e analizzare anche il più piccolo avvenimento diventa un segno divino. Forse centomila anni fa il fuoco è stato scoperto per caso, quasi sempre di origine vulcanico risultato di un fulmine improvviso. Nei miti antichi è presente l’immagine del fulmine che, colpito un albero lo rende un immenso agglomerato di fiamme incandescenti. Un’immagine che si è fissata così tanto nell’inconscio umano da essere giunta fino a noi vivida e intensa. È un immagine che ci appartiene nel profondo e che rende, tuttora affascinante e ipnotico il fuoco stesso.

Complici le migrazioni causate dal terribile assalto dell’era glaciale, il primitivo spingendosi a nord dalle zone subtropicali d’origine si è trovato a combattere con il terribile inverno, in cui la durata del giorno diminuiva sensibilmente, gli alberi perdevano le foglie, il terreno sembrava addormentarsi sotto la coltre fredda della neve e tutto appariva triste e desolato. Tutto questo sembrava suggerire che la morte prendeva finalmente il suo dominio facendo perire il sole e tutta la vegetazione circostante. Un tempo di paura in cui quasi sembrava che le forze maligne minacciassero la sopravvivenza stessa della specie umana divorando letteralmente la luce il calore. Ecco che il fuoco, era un simbolo di speranza che rischiarava quelle tenebre così profonde donando un sollievo alla vita dura che, nei mesi successivi l’uomo si sarebbe accinto ad affrontare.

L’antica cerimonia del fuoco diviene cosi rito propiziatorio e esorcismo contro le forze oscure. In particolare venne dato un grande significato magico-sacrale all’albero incendiato dal fulmine e questo tipo di fuoco veniva custodito gelosamente dagli antichi tanto che, quando questo accadeva, bisognava estinguere tutti gli altri fuochi e se ne dovesse accendere uno nuovo, prendendolo dall’albero in fiamme. Fu da questo antico ricordo che in tutta Europa, i contadini usavano accendere falò (fuochi di gioia)coincidenti a alcune importanti festività quali i solstizi, gli equinozi e i momenti di passaggio stagionali, come a imitare e propiziare il ciclo solare. Tutte le feste del fuoco risultano associate al sole e con una funzione purificatrice derivante dai ricordi inconsci di tempi cupi e difficili. Se in alcune date i fuochi simboleggiavano le tappe fondamentali del ciclo del sole, sfociando in veri e propri culti solari, nel caso di fuochi purificatori si assiste a una forma di esorcismo dell’aspetto distruttivo del cosmo, quello in cui il sole viene “mangiato” dalle tenebre e le forze maligne incombono sulla vita della collettività.

Samahin/Halloween è il caso dei fuochi propiziatori e purificatori festeggiata dalle antiche popolazioni celtiche. Samahin era la festività più importante poiché essa faceva iniziare l’anno che si annunciava accompagnato dal rigido clima invernale e dalla coltre di gelo che addormentava campi e vegetazione. Nell’isola di Man, una delle roccaforti in cui lingua e folclore celtico resistettero più a lungo alla invasioni sassoni, il primo Novembre del vecchio calendario, è stato considerato fino ad epoca recente, come il giorno di Capodanno. Era il giorno in cui gli isolani giravano mascherati intonando nel dialetto locale un canto chiamato Hogmanay1. Anticamente in Irlanda, veniva acceso un grande fuoco alla cui sacra fiamma si accendevano i focolai di tutto il paese come simbolo dell’inizio di un nuovo anno affinché l’influenza benefica del fuoco sacro si prolungasse in tutto l’arco dei dodici mesi, benedicendo la rinascita della terrà che avverrà a primavera, e la prosperità e fecondità del bestiame. Samahin era anche propizio per i vaticini e i presagi, era una notte di passaggio in cui i poteri vagavano liberi e stava al sacerdote usarli per il bene della comunità di cui era custode e legame vivente.

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Samahin come festa pastorale/agricola

Samahin rappresentò per le antiche popolazioni celtiche un evento di importanza cruciale. I celti formavano attorno all’anno 800una vera e porpia società dedita all’agricoltura e all’allevamento. Quando l’estate finiva e iniziava la stagione gelida tutto il loro quotidiano subiva uno stravolgimento. Per delle popolazioni legate simbioticamente alla terra,il ciclo naturale era di fondamentale importanza. L’arrivo della stagione fredda, seppur temuto e considerato un momento di difficoltà oggettiva, era comunque un evento da festeggiare.

Il 31 ottobre gi pastori portavano a valle i loro greggi, un evento di grande rilevanza sociale, mentre i contadini preparavano le scorte per il lungo inverno e restavano a casa facendo lavori manuali e passando più tempo assieme ai loro familiari. Questo cambiava letteralmente gli equilibri non solo del piccolo nucleo ma della collettività intera. Simbolicamente, l’inverno rappresentava la ripetizione di un evento mitico legato la ciclo del seme e della vita. La discesa della Dea negli inferi seguendo lo schema del più antico mito di Cerere /Demetra

Ecco perché per le popolazioni che si basavano sull’agricoltura e la pastorizia, l’anno nuovo iniziava il primo novembre e nella notte precedente il 31 Ottobre si festeggiava la fine dell’estate,2 un evento in cui, la comunità, ringraziava gli spiriti e le divinità per i raccolti estivi. Samahin, infatti, cadeva nel periodo più cupo, quando il tepore del sole lasciava il posto a un clima più gelido; l’arrivo della festività scandiva il cambiamento di stagione. Questo passaggio veniva celebrato con numeroso festeggiamenti che ringraziavano il Dio per la prosperità dell’anno passato e cercavano di ingraziarsi i suoi favori per l’anno venturo. Inoltre questi festeggiamenti servivano a esorcizzare l’arrivo dell’inverno e i suoi pericoli unendo e rafforzando tramite il culto degli antenati, i legami della comunità. Una comunità che priva di ogni tecnologia moderna trovava proprio nell’unione la sua forza.

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Samahin e il culto dei morti

Per la comunità il legame tra antenati e viventi rappresentava qualcosa di più profondo che un mero dovere etico. Era il simbolo della continuità della tradizione, il punto fermo da cui la società nonostante i cambiamenti legati al clima e all’evoluzione, poteva rivolgersi per ritrovare le proprie radici quando tutto sembrava instabile.

Inoltre, Il rito della comunione con i morti è spiegabile con quello che avveniva in natura, la stagione invernale con la sua coltre fredda addormentava letteralmente la natura e la fauna e la vita sembrava davvero vivere una sorta di morte apparente, mentre in realtà si rinnovava con un lungo sonno sottoterra pronta per rinascere in primavera. Un eterno straordinario e mitico ciclo di vita, morte vita veniva osannato come cardine fondamentale di un intera cultura dipendente strettamente dal ciclo naturale. Ecco la riverenza dei morti, di quegli antenati che custodivano la tradizione e la donavano ai loro discendenti affinché la civiltà e la vita non si fermasse mai.

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Samahin/ Halloween il ponte tra due mondi

La credenza in un periodo dell’anno di transizione tra due eventi cruciali per la sopravvivenza avevano anche ripercussioni sulla concezione dell’universo in cui le popolazioni si trovavano a vivere. Quest’alterazione non avveniva soltanto sul piano fisico come mutamento stagionale, ma anche sul piano spirituale.

La vigilia del nuovo anno comportava, letteralmente, una straordinaria sospensione del tempo. In questo sacro passaggio si pensava che, i veli tra i mondi si assottigliassero, permettendo alla forze sovrannaturali di passare attraverso queste porte e portando scompiglio e caos nel mondo umano. Spiriti, forse naturali, paure timori e anche una sorta di senso di baldoria permeava questa notte sacra, dove ruoli, consuetudini, regole venivano momentaneamente sovvertite. Era un caos necessario apportatore di nuove energie, momento in cui ( al pari del carnevale) potevano essere vissute quelle emozioni tenute fuori dal regolare andamento della società. In questo tempo sospeso si univa non tanto la paura, quanto il timore riverenziale per quelle forze oscure, misteriosa e affascinanti che irrompevano nel mondo stabile e ordinato, all’allegria dei festeggiamenti al ringraziamento e alla gratitudine per la benevolenza della divinità. E’ su questo senso della gratitudine che la divinità custode dell’equilibrio concedeva ai suoi fedeli sudditi un po’ di caotico giubilo che li distraesse dalle fatiche quotidiane di una popolazione che davvero combatteva contro ignoto e instabilità.

Una festa fondamentalmente sovvertitrice delle regole quotidiane, di quella necessaria separazione tra mondi che comunque volenti o nolenti facevano parte di uno stesso universo, facce della stessa medaglia che in alcune occasioni potevano scambiarsi energie, comunicare e far accedere la persona normale allo straordinario. Il caos benefico che irrompe e elettrizza, che riesce a conservare intatto nei secoli quello straordinario senso di meraviglia terrificante che si prova davanti al sacro:

terribilis est locus iste…

Un evento cosi straordinario da incutere timore riverenziale, da scrutare finchè lo sguardo umano non lo ritenere insopportabile ma cosi necessario per mantenere questo legame religioso tra noi e il mondo numinoso.

I riti di Samahin sono straordinariamente simili ai nostri, tipo l’uso di lasciare davanti alle porte delle abitazioni dolcetti e cibo in modo da ingraziarsi le anime dei defunti e gli spiriti degli abitanti del Sidh ( il popolo fatato) o di appendere lanterne ricavate da zucche per guidarne il cammino ( le famose Jack o’Lantern). Questi riti profondamente sentiti non sono mai stati soppre4ssi dalla nuova religione cristiana e sono giunti a noi defluendo nella attuali feste e riti di Ognissanti.

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I celti e la concezione del tempo

L’importanza che i celti attribuivano a Samahin risiede nella loro concezione del tempo e dell’universo. Per loro il tempo non era un continuum rettilineo ma circolare e pertanto la fine di ogni ciclo aveva una forte valenza magica e simbolica3. La caratteristica straordinaria di questa concezione comune d’altronde a molti popoli è che per i celti questa aveva un aspetto duale. Ogni manifestazione ciclica era formata da una parte oscura e una luminosa. Per questo l’anno veniva suddiviso in due stagioni distinte e complementari inverno ed estate. Allo stesso modo i mesi venivano divisi in due settimane di quindici giorni, legate alla luna nuova e alla luna piena. Ma nei vari ritmi temporali il passaggio da un ciclo all’altro, non era visto come una progressione di periodi caratterizzati da qualità antitetiche, quanto la spontanea e naturale manifestazione della realtà di due opposte ma complementari modalità di esistenza. L’opposizione buio e luminoso aveva un profondo valore ontologico come simbolo della complessità umana e della fondamentale natura duale del mondo, tutte le manifestazioni dell’esistenza (cielo, mondo e essere umano) devono la loro forma a questa dialettica di stati diversi che lungi da essere antagonisti di fondono creando e ricreando la vita attraverso il loro scontrarsi e interagire. Lungi dall’essere immobile la creazione tutta è dinamica e questa dinamicità evolutiva era la manifestazione più visibile di un ordine sovrannaturale che nella dualità trova la sua essenza unica. La dualità del microcosmo non era altro che simbolo in cui si riassumeva la totalità del tempo e dell’essere. Le tenebre, paragonate al caos primordiale che precedeva la creazione venivano prima della luce come simbolo di nascita e gestazione ( il termine venire alla luce indica la nascita). Come il mondo rinasce a primavera, raggiunge la maturità in estate e muore nel freddo dell’inverno, così è l’uomo. Ne consegue che le tenebre e l’inverno e cosi la morte non è una vera morte ma il periodo di attesa che precede la rinascita; non è morte ma una forma di sonno in cui si aspetta il risveglio, è un esistenza in potenza un esistenza in procinto di sbocciare. Il pensiero celtico era un pensiero intriso di opposti e questi opposti creavano un ordine proporzionato nel mondo, un ordine che trovava la sua controparte nel cielo e nel mondo dei sidhe. Il tempo non era altro che un continuo ciclo di passaggi tra diverse esistenze e diverse dimensioni e i cicli stagionali, dei giorni dei mesi e degli anni sono soltanto l’aspetto temporale di quel continuo flusso vitale che trasfigura i due stati opposti della realtà (luce e buio,vita morte, mondo altro e mondo materiale) l’uno nell’altro in un eterno e vitale avvicendarsi, da cui deriva l’essenza stessa del mondo in cui vivere.

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Concezione celtica del cosmo.

I celti si muovevano dentro un universo a tre livelli.: il mondo superiore, il mondo di mezzo, e il mondo inferiore. Questi tre mondi erano tutti collegati al grande albero della vita. Il druido, il sacerdote, siede al centro appoggiandosi all’albero stesso che si protende verso l’alto, nelle più profonde regioni dello spazio, dove sole e luna si alternano dando vita alle stagioni. L’uomo abita nel mondo di mezzo che è dotato di una dimensione ultraterrena che definisce costantemente la forma del nostro, sovrapponendosi in un modo tale che, in certi momenti,si poteva passare da una dimensione all’altra.

Per i celti, questi tre mondi, sono strettamente collegati tanto che il druido ricerca costantemente quel punto di unione quel confine dove tutte le forme archetipe possono essere ricercate e ogni cosa è collegata all’altra. E’ in questi punti di confine che si ritrovano i veri aspetti di tutti gli esseri e dove possono interagire tra loro, cambiare e influenzarsi. La realtà diventa eterna e si toglie l’illusione della personale percezione fino a comprendere che il nostro universo è soltanto un mondo-ombra.

Ecco che Samahin con il suo culto degli antenati, la sua venerazione degli spiriti, con la semina invernale che dà nuova speranza ai campi, diventa il punto di apertura di quei canali ultraterreni in cui, è possibile ritrovare il vero aspetto e la vera essenza dell’umanità.

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L’altro mondo celtico

L’altro mondo, o mondo dei Faerie, è la residenza degli spiriti antichi personificazioni delle energie che animano la nostra materialità. Questo mondo ha degli ingressi specifici che lo collegano al nostro paino di realtà. Una caverna particolare, una fessura nella roccia o nella terra, un luogo di sepoltura, sono gli accessi al mondo numinoso e ogni luogo che permette questa intromissione è dichiarato sacro, e rappresenta un centro in virtù dell’intensa concentrazione di forze spirituali. Sono luoghi che l’uomo comune (non adeguatamente e spiritualmente preparato) deve evitare, e che invece il sacerdote può penetrare liberamente.

Il pensiero celtico considera l’altro mondo immagine speculare del nostro, dove le leggi sono stravolte, dove alto e basso, destra e sinistra, giorno e notte sono totalmente rovesciati. Tempo e spazio risultano dissimili e quelle che sembrano poche ore nell’altro mondo diventano anni e non addirittura secoli. A differenza poi di altre civiltà ( che spesso temono questo mondo magico) per i celti queste due realtà si toccano, si abbracciano e si completano tanto da combaciare perfettamente come pezzi di uno stesso mosaico. Ed è un sottilissimo velo di illusione (maya) a fungere da confine. Ecco che le festività, figlie di una concezione particolare del tempo, dello spazio e dell’universo sono più di una commemorazione di eventi passati o di eventi materiali, diventa un punto a cui tornare anche dal punto di vista simbolico, uno spiraglio attraverso cui il velo si può sollevare e ogni luogo anche il meno potente si fa porta.

Note 

1. Era un canto che iniziava con le seguenti parole “ Questa è la notte dell’anno nuovo Hogunnaa!”

2. Samahin in Irlandese antico significa fine dell’estate

 

3.Samahin si trovava in un punto fuori della dimensione temporale che non apparteneva né all’anno vecchio, né a quello nuovo. E’ questo il motivo per cui il velo sottile si può sollevare.

 

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