Alla ricerca delle Origini. “Halloween in Campania. Il volto segreto di Pulcinella”. A cura di Micheli Alessandra

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Quando ero piccola e innocente (se mai lo sono stata), i miei genitori mi portavano al famoso Pincio, luogo che mi estasiava non solo per la statua di Garibaldi, ma per il teatrino dei burattini, laddove il mitico pulcinella, ne faceva di tutti i colori. Dispettoso, irriverente, era il mio burattino preferito.

Lui con quel suo candido vestitino e quella maschera sugli occhi nero pece, mi affascinava e, al tempo stesso, inquietava, quasi fosse un membro di quel misterioso popolo dei Faerie che già da bimba affascinava i miei sogni.  Solo più tardi ho compreso il volto fosco di Pulcinella.

Ed è di questa tenebrosità che voglio parlarvi, specie oggi che è la festa più terrificante dell’anno: Halloween.

Come è ormai noto, Halloween o All Allow’s eve, è una festa dedicata al lato inquietante del vivere, la morte e i suoi misteri, e quindi comprende un intero mondo parallelo al nostro, dove abitano non solo i nostri defunti, gli antenati e gli eroi mitici del nostro passato, ma tutte le creature sovrannaturali, che popolano quel mondo numinoso dove è sita la vera creatività umana, cosi come ci racconta Giordano Crisciuolo nel meraviglioso vinile di Penny Lane.

Nonostante non sia, come dicono gli ultras cattolici, un vero compleanno satanico, questa festa dà vita a misteriosi figuri che in realtà non sono altro che rappresentazioni simboliche del mondo ctonio, della morte e del mistero, quelle ombre junghiane che devono essere danzanti nella nostra psiche affinché possiamo vivere una sana vita interiore ed esteriore. Reprimere incubi e fantasmi non è mai una buona cosa, ma fonte di disastri incommensurabili (e qui vi rimando al nostro articolo sull’horror terapeutico).

Premesso ciò, andiamo a scoprire l’adorabile Pulcinella.

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 Come maschera, il nostro Pulcinella, ha origini misteriose e oscure, tanto che alcuni studiosi pensano sia una sorta di mescolanza di antichi miti, di divinità, e un simbolo dei difetti/pregi di una città controversa come quella di Napoli.

Fece la sua comparsa nei teatrini ambulanti già nel 1600 a Napoli, capitale del regno Borbonico e i suoi spettacoli erano un tripudio di dispetti e lazzi da affascinare lo stesso Voltaire, tanto da fargli esportare la maschera addirittura in Francia.

Una leggenda antica (che personalmente adoro) trae le sue origini dalle vicende di un vignaiuolo di Acerra, un tale Paolo Cinelli, dal volto grottesco, reso più buffo da una voglia di vino sulla parte superiore della faccia. Oggetto di derisione costante da parte dei saltimbanchi francesi che passavano per le campagne, Paolo, a dispetto di tutto, ne trasse forza, e imparò a rispondere con termini cosi arguti da mettere in difficoltà i dispettosi artisti. Ecco che ebbe origine la battaglia verbale tanto cara al Pulcinella delle commedie dell’arte; e fu così che il nostro Cinelli divenne Paul Cinell.

Adorabile leggenda sulla capacità dialettica e sarcastica, che divenne icona di un popolo che alla difficoltà preferiva reagire con una battuta e con la capacità di trovare il lato ironico.

Totò ci insegna ancor oggi a farlo.

Però io non mi accontento di questa spiegazione e voglio andare ancora più indietro, e raccontarvi della leggenda che vuole il Pulcinella non identificabile con una persona reale, ma dal Vesuvio stesso.

In questa versione, viene creato dalle streghe (ci avviciniamo allo spirito autentico di Halloween) che vivevano sulle falde del cratere, ma che invece di incutere terrore causò una spontanea risata, diciamo abbastanza stridula da far scoppiare il Vesuvio stesso.

Ci siamo, ma voglio andare ancora più a fondo.

I suoi miti di nascita sono tra i più fantasiosi in assoluto ma anche pieni di inquietanti simboli: nato dal testicolo di un castrato covato per sbaglio da una gallina, il che lo avvicina in modo inquietante al basilisco reso famoso da Harry Potter, ma nato anche per magia da una conchiglia, come invece è propria la nascita della Dea Venere.

E, infatti, uovo e conchiglia sono simboli intriganti che lo accomunano a una divinità femminile che al tempo era ctonia. E questo termine usato e abusato, indica le divinità femminili, legate a culti sotterranei, protettori di fonti o personificazione delle forze sismiche e vulcaniche.

Intrigante sempre di più.

Andiamo avanti.

L’uovo da cui Pulcinella nasce è il simbolo per eccellenza che racconta la creazione dell’universo, dominato dal caos e regolato da una mente superiore o Dio. E in quanto elemento primordiale è considerato femminile, visto che la vita scaturisce grazie alla fecondazione dell’Uno. E infatti, rappresenta lo zero, ossia il nulla che attende la mano della mente divina che metta ordine dal caos.

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Negli antichi miti il caos era quel vuoto che precedeva e rendeva possibile l’ordine della struttura (creazione) così come rappresentato nella carta del matto che ha, appunto, i simboli dello zero e del caos.

Alcuni studiosi, intrigati da queste iconografie, hanno cercato di far luce su queste origini studiando antichi reperti che potessero parlarci di questo strano essere.

E infatti, addirittura in una tomba etrusca (tomba di Pulcinella), appare in rilievo la sua immagine stilizzata,

Si nota a destra, una figura che indossa un coppolone, cioè il famoso copricapo del nostro Pulcinella.

E indossa una maschera, anche se molti propendono per l’ipotesi che la tomba sia stata danneggiata dal tempo.

Quella figura è il Phersu che però in etrusco vuol dire maschera.

Che coincidenza!

E per alcuni studiosi questo Phersu rappresenta un demone infernale collegato con la morte. Ci sono poi le interpretazioni di Massimo Pallottino, che considera Pulcinella semplicemente un attore protagonista dei giochi che anticiparono, addirittura, quelli dei gladiatori.

Certo è che Pershu ha una stretta assonanza con Persefone (Phersipinal), regina dei morti accanto ad Ade. Certo è che la sua natura selvaggia, legata a giochi cruenti, lo assimila a un’altra maschera, stavolta veneziana, cara alla nostra tradizione, ossia Arlecchino. Pulcinella, infatti, sembra quasi rappresentare il volto mite, giocoso e ludico di quella morte che, a volte inganna, e a volte viene ingannata, cosi come emerge dal racconto della Rowling “I tre fratelli”.

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Un’altra antica origine lo accomuna al Maccus atellano, che ha molti dettagli in comune con il nostro birichino: ossia il naso prominente e il pancione che dà quel senso goliardico proprio della caratterizzazione. Le atellane diffuse nei dintorni di Acerra, in fondo erano questo: uno spettacolo licenzioso, gioviale, celebrativo, della parte irridente dell’esistenza. Ma, soprattutto, le popolazioni che crearono e diffusero questo tipo di commedia erano gli Osci, provenienti dall’oriente forse dall’India.

E in India, abbiamo divinità cosi particolari, legate al mondo sotterraneo?

La risposta è ovvia. Restando fermo il concetto che distruzione e caos, nell’induismo, non sono considerati aspetti nettamente malevoli, ma un bisogno profondo che mantenga in equilibrio il sistema universo.

E in questo panorama non posso che citare lei, la dea Kali.

Vieni, Madre, vieni!
Perché terrore è il Tuo nome,
La morte è nel Tuo respiro,
E la vibrazione di ogni Tuo passo
Distrugge un mondo per sempre.Vieni, Madre, vieni!
La Madre appare
A chi ha il coraggio d’amare il dolore
E abbracciare la forma della morte,
Danzando nella danza della Distruzione.

Vivekananada

 

Kali è una divinità dalla pelle scura, benefica e terrifica al tempo stesso. Il suo nome deriva dalla parola sanscrito kala, ossia tempo, ma anche nero.

E pertanto la traduzione del suo nome è “colei che è il tempo” o “colei che consuma il tempo” e “colei che è nera”. Pertanto è la manifestazione terribile, aggressiva e energetica, affatto materna, della Dea, assimilabile alla Morrigan cletica e alla Cailleach irlandese. È la forza prorompente dell’universo inteso come distruzione, necessaria alla successiva ristrutturazione in una nuova forma. Ed è, quindi, associabile al senso della morte come stadio da raggiungere per acquisire il livello sciamanico e psichico superiore.

Non è un caso che stringa tra le mani strumenti di trasformazione profonda che recidono nettamente il legame con il modo manifesto (e materiale).

Tale concetto associato a Pulcinella diviene un ulteriore conferma della natura oscura del nostro personaggio.

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Altri studiosi legano l’origine di Pulcinella addirittura a una divinità egizia, Horus figlio di Iside e Osiride, il cui nome significa Falco, ma anche “colui che è al di sopra”, “il superiore”. E questo ce lo rende simbolo del necessario equilibrio del mondo, una sorta di mediatore, nato dalla congiunzione tra il mondo sotterraneo (Osiride) e della magia e della vita (Iside).  E quindi, rappresenta l’ordine tra vita e morte e, forse, anche la rappresentazione vivente di quella porta che mette in comunicazione i due mondi.

Pulcinella è una sorta di custode della porta?

***

Vediamo la sua iconografia.

La sua maschera nera e il vestito candido sono elementi simbolici che richiamano proprio il mondo ultraterreno e il rapporto che questo instaura, e deve instaurare, con quello manifesto (dei vivi insomma). Ed è questo rapporto che deve avere la sua parte orrorifica (simboleggiata da Arlecchino) ma anche ludica, giocosa, grottesca, affinché possa trasportare le energie rigenerative da un mondo all’altro. Anche la cosiddetta voce chioccia di Pulcinella fa riferimento al mondo altro, visto che i gallinacei erano considerati, nell’antichità, psicopompi al pari dei cani, capaci di metterci in contatto con il mondo sotterraneo.

Ecco che Pulcinella rappresenta, con la sua scanzonatezza guascona, la vita nella sua interezza, quella che non fugge la morte, ma la incorpora in un sistema interconnesso, in una rete d’interdipendenza delle varie fasi vita-morte-vita. E senza luce non può esistere la tenebra, cosi senza morte non esiste vita e viceversa.

Ed è questo movimento, visto nella sua natura giocosa, che Pulcinella porta con sé, accettando ogni evento e reinterpretandolo a suo vantaggio, cosi come la vita tenta con l’arte (ballo in fa diesis minore) di gabbare la morte, e la morte stessa tenta con patti e con una danza di gabbare la vita.

Ma alla fine entrambe divengono un solo uno, così come simboleggia perfettamente il Tao.

***

Pulcinella non è la parte misterica di una morte Terribile (ossia straordinaria), ma è la speranza che le paure, esorcizzate, affrontate, possano rigenerare la nostra anima, donando nuova linfa vitale e nuovo stimolo a proseguire per quel tratto, nonostante le tenebre ci minaccino a ogni passo. È la morte che significa nuova rinascita; è la gioia di vivere che si prospetta e spera in una nuova forma. È la capacità di meravigliarsi della trasformazione; e forse simboleggia quello che ha tentato di dirci Lorenzo il Magnifico:

chi vuole esser lieto sia

del domani non v’è certezza.

 

E chi meglio dello scugnizzo Pulcinella può accompagnarci nel viaggio conoscitivo del mondo altro?

Chi meglio di lui, con la sua scanzonata irriverenza, può avvicinarci senza pregiudizi e paure al mistero unico e incredibile della morte?

Come scrive Bruno Leoni ( http://www.guarattelle.it)

Pulcinella è la rappresentazione più evidente di quel mediatore tra uomini e divinità che è stato sempre nelle culture più antiche il mediatore eccellente col soprannaturale, “il buffone divino”.

***

Queste particolari entità adempiono a un sacro compito: quello di renderci consapevoli delle nostre rigidità strutturali che, spesso, ostacolano il flusso e il processo della vita. Essi sono specchi che mostrano il vero volto, al di là di maschere e ruoli e, così facendo, ci liberano. Ecco che questi divini buffoni operano ai margini della vita e ci portano sull’orlo di un caos rigenerativo mettendo in discussione tutte le nostre certezze. Egli dissolve affinché possa essere rigenerato.

Il buffone porta la fertilità nell’oscurità, porta alla luce gli aspetti del sovrannaturale, liberandoli dall’aspetto terrificante del proibito e del segreto. Ci fa toccare la magia e la follia sacra con mano, ci accompagna verso l’ardua strada di apprendere ad apprendere. Porta nuovo ordine nel centro, permettendo all’eroe di andare incontro al caos per conquistare.

E restando integrato e non integrabile, ci mostra la bellezza dell’anima, quella che, in fondo, resterà per sua natura selvaggia, indomita e ribelle. E che andrà sedotta, forse ammansita, ma mai davvero vinta.

Buffone è solo marginalmente in relazione con l’Io, con la centralità strutturata della coscienza, e tuttavia contiene, porta la vera essenza della vita, la fertilità creativa della gioia e dell’immaginazione umana. Il buffone, per usare il termine di Victor Turner, sembra portare uno spirito di communitas, di gioiosa integrità, di umanità unita piuttosto che frammentata e in conflitto. Egli lavora a servizio del Sé piuttosto che dell’Io.

 Ladson Hinton, Palo Alto

 

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