Alla scoperta delle origini della festa di Halloween. Il culto dei morti. Alle radici della civiltà. A cura di Alessandra Micheli

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Cos’è la religione?

La religione è uno dei più affascinanti temi di studio delle cosiddette scienze umane. Tramite essa si sono fondati imperi, giustificate guerre, e creato poteri. Ma non solo. La religione ha reso popolazioni nomadi popoli civili che hanno avuto un enorme impatto sulla società odierna, ha creato le basi per una pietas capace di contenere entro limiti stabiliti da qualche ente soprannaturale, la follia dell’uomo. Dalle religioni sono nate grandi aspirazioni, grandi idee, e grandi riforme. Un fenomeno di luci e ombre che da sempre affascina e desta curiosità: è spiegabile in concetti scientifici questo enorme fenomeno di ampia portata?

La religione ha molte definizioni, quella più comunemente usata dagli studiosi la fa rientrare in un insieme di comportamenti sociali e rituali con cui i gruppi umani si rapportano con le divinità, considerati come esseri sovrannaturali potenti e creatori dello stesso universo.

Secondo Frazer1 questi comportamenti rituali hanno lo scopo di conciliare e propiziarsi questi esseri supremi visto che, si suppone, il loro ruolo di dirigenti e controllori del corso della natura e della vita. Quindi, secondo quest’impostazione, la religione ha due aspetti: uno teorico e uno pratico che riassume il tentativo (i riti) di propiziarsi i loro favori e di soddisfare le esigenze umane, sia materiali che interiori. L’idea di conquistare la benevolenza di queste misteriose energia ha anche un interessante aspetto ontologico, presuppone un determinato modo di concepire l’universo, presupponendo che, il corso degli eventi naturali sia, in una certa misura, . elastico e variabile. Si tratta come si vede, di una concezione che presuppone una rigidità del sistema e che, può, tuttavia essere ampliata se si considera che la religione (termine che deriva dal latino religio2) sia un contenitore più ampio di una sorta di essenza vitale che usiamo denominare Sacro3. Il sacro, in questo caso non rappresenta il sentimento di riverenza verso una divinità ben definita, ma, indica piuttosto un sentire condiviso che ha certezza in una sorta di energia originaria che pervade, dà sostanza e forma all’intera creazione, distinguendo la normale vita quotidiana e profana da una realtà più articolata e misteriosa abitata da forze e spiriti.

Si tratta di un modo di osservare il mondo senza che questo richieda necessariamente la presenza di divinità specifiche. Mentre la religione definisce il rapporto personale tra uomo e Dio, il sacro analizza, spiega e definisce la relazione con l’uomo le forze spirituali e fisiche con riferimento particolare alla morte. Se il sacro può esentarsi dal considerare dominanti alcune specifiche divinità e può esistere senza religione, il secondo caso non è possibile. Senza sacro la religione perde la sua legittimità.

Questa particolare percezione, sembra essere la base primordiale su cui si basarono le concezioni e le credenze dei popoli del paleolitico medio e superiore e che tuttora riecheggiano nelle nostre tradizioni.

Infatti, l’uomo del paleolitico, fino alla comparsa dell’Homo Habilis nel 27.00a.C.,non espresse ancora credenze relative all’esistenza di divinità superiori, poiché, dopo il 100.000 a. C. , aveva già adottato una serie di miti e rituali rispetto ai Mana4 e all’interrelazione spiriti/mana dei defunti con il mondo parallelo dei viventi.

Questa fede nell’essenza energetica, (Mana appunto) era condivisa da ogni società paleolitica di raccoglitori-cacciatori sopravvissute agli ultimi due secoli e fu la prima vera forma di culto centinaia di migliaia di anni prima la genesi del fenomeno religioso. Questa era la primordiale concezione di sacro che legava e univa in perfetto mosaico non solo la creazione ma ogni dimensione cosmica. Ogni evento naturale, ogni oggetto, possedeva particolari intenzioni e volontà (buona e cattiva, nefasta o fausta) che si manifestava in una sorta di vista o energia immateriale che si rivolgeva verso gli uomini in forme costruttive o al contrario distruttive. Fu questo animismo la prima vera forma di venerazione e faceva sì che l’uomo si sentisse immerso in una realtà mitica e sacrale mai del tutto separata dal mondo fisico. Questo faceva si che l’uomo si sentisse perfettamente inserito al centro di questa specie di ragnatela consapevole di quest’interconnessione, attento a ogni gesto e non abbastanza frustrato dal vivere quotidiano da voler dominare dall’alto questa realtà o da desiderarsi diverso dal suo ruolo mitico5.

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Il culto dei morti e l’evoluzione della società umana

La concezione animistica fu il motore verso la modernità e l’evoluzione umana. A partire dal 100.000a. C. iniziò a svilupparsi la prima forma di religione che partendo dalla concezione generale del mana ne derivò la credenza che, anche i morti fossero in parte ancora vivi e potenzialmente in grado di interferire con il mondo dei viventi. Erano entità dormienti che potevano risvegliarsi da un momento all’altro.

Il misterioso fenomeno della morte aveva attratto l’uomo da sempre e lo aveva spinto a escogitare delle forme di devozione che lo mettessero in grado di far fronte a questo fenomeno misterioso e inspiegabile. Ma fu, soprattutto, la creazione di miti e mitologie il vero codice in grado di decifrarne il senso e la motivazione. La morte fu pervasa da un alone di sacralità e rispetto, ma anche di terrore reverenziale. Era indispensabile che coloro i quali abbandonavano il mondo si trovassero ben sistemati nell’aldilà, provvisti di utensili e offerte di cibo, ornamenti e amuleti onde evitare il pericolo che, essi tornassero a vendicare qualunque negligenza nella debita esecuzione dei riti funebri. Il carattere sacro della morte, infatti, faceva di essa anche un tabù da considerare con la massima accortezza e il massimo rispetto come uno stato di transizione con i suoi specifici passaggi (rites de passage) volti a proteggere i congiunti e la parentela dal contagio della morte e dalle maligne influenze che possono insorgere durante questo viaggio ultraterreno.

Fu questa presa di coscienza della mortalità umana che segnò il primo grande salto di qualità nello sviluppo non soltanto del fenomeno religioso ma umano.

A partire dal 100.000 i clan paleolitici attribuiscono ai morti anche il mana ed uno spirito vitale, ritenendo che anche i defunti potessero interagire con il nostro mondo terreno e con le persone ancora viventi da onorare e da ammansire con offerte e sepolture rituali. Il defunto dormiente il cui spirito si risveglia in un altro mondo, unito a una concezione dell’energia cosmica e le più raffinate pratiche funerarie, crearono le basi per un altro importante salto evolutivo: la produzione, attorno al 27.000 a. C. del concetto di divinità. Una divinità con attributi prettamente femminili atti a mettere in risalto il concetto opposto alla morte: la nascita.

La potente divinità diventò l’estensione macrocosmica del corpo femminile, del suo potere concreto di donare la vita. Fu così che il concetto di morte si unì, indissolubilmente, a quello di vita. La Dea madre divenne anche messaggera di morte, anche se svolgeva questo ruolo in modo mistico, come elemento di rigenerazione della vita stessa. La Dea dispensatrice di vita, poteva trasformarsi in Dea rapace, predatrice di anime che le inglobava in sé e al cui interno, tuttavia, iniziava il processo di trasfigurazione della morte, in altri esseri umani, attraverso l’utero simbolico della Dea. Il tema della morte, già conosciuto nel medio paleolitico superiore, venne cosi collegato alle divinità femminili.

Fu con il passaggio dalla raccolta- caccia all’era neolitica dell’agricoltura e dell’allevamento, che portò con sé i primi centri urbani che alla Dea fu affiancato uno sposo, la divinità maschile seppur in posizione subordinata. E da questo mistico matrimonio ebbe origine il concetto di fertilità, con tutto il simbolismo relativo alla terra feconda e al ciclo vitale della vegetazione. Il mutamento delle stagioni ebbe un’importanza assoluta in queste comunità e fu celebrata con rituali che scandivano i momenti salienti per la semina e il raccolto, dividendo il tempo in rituali estivi/primaverili e autunnali invernali.

Note

1. James Frazer il ramo d’oro. Studio sulla religione e la magia, Newton e Compton

 

2. Dal latino religio il termine può assumere veri significati. La tesi ciceroniana lo fa derivare dal latino relegĕre composto dal prefisso re-  che indica frequenza,  legĕre ossia scegliere ed in senso lato, cercare, guardare con attenzione, avere riguardo, avere cura: La Tesi lattanziana, invece lo fa derivare dal latino religāre, composto dal prefisso re-, intensivo, ligāre con il significato di  unire insieme, legare. L’ultima tesi lo fa invece derivare dal latino religère sempre con il significato di scelta. Questi diversi significati non sono, tuttavia incompatibili tra loro ma in realtà si completano a vicenda esplorando le motivazioni profonde che fanno da substrato al sentimento religioso che sempre cosi indispensabile all’essere umano.

3. Termine di origine indoeuropea che significa attaccare, avvincere e assume il significato di cosa avvinta alla divinità. Ma poterebbe anche riferirsi anche alla radice sacrate con il significato di seguire accompagnare o talvolta nel Rigveda di adorare, servire o onorare. Il sacro con il suo significato di consacrazione a un Dio e pertanto questo dio può essere sia una divinità solare o anche infernale per cui sacro può avere il significato opposto di maledetto, esacrato ma anche e soprattutto di confine inviolabile.

4. Il mana era una sorta di energia onnicomprensiva più che una divinità specifica. Una forza intangibile e non percepibile direttamente dai sensi umani e pervadeva persino oggetti di uso comune più banali come bastoni, capanne, utensili, ornamenti e dipinti.

 

5. Differentemente, l’uomo moderno ha perduto il suo luogo ontologico, trasformandosi in soggetto instabile alla ricerca costante di un qualcosa che sente di aver inesorabilmente perduto.

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