“Halloween/ Samahin in Etruria”. A cura di Alessandra Micheli

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Le origini misteriose

Gli etruschi rappresentano ancora oggi uno stupefacente enigma. Le loro origini sono ancora sede di accaniti dibattiti tra gli storici e le teorie per dissipare questa nebbia sono variegate. Tra queste possiamo citare l’autorevole voce di Erodoto1 secondo cui gli etruschi proverrebbero dalla Lidia, antica regione dell’Anatolia occidentale e la loro migrazione in Italia troverebbe giustificazione in una gravissima carestia che avrebbe costretto parte dei Lidi a lasciare le loro terre. Con questa motivazione lo storico racconta le tappe di questa prima migrazione:

quelli di loro che ebbero in sorte di partire dal paese scesero a Smirne e costruirono navi e, posti su di esse tutti gli oggetti che erano loro utili, si misero in mare alla ricerca di mezzi di sostentamento e di terra, finché, oltrepassati molti popoli, giunsero al paese degli Umbri, ove costruirono città e abitano tuttora. Ma in luogo di Lidi mutarono il nome, prendendolo da quello del figlio del re che li guidava, e si chiamarono Tirreni2

In questo scritto, dunque, Erodoto afferma la provenienza orientale degli etruschi ed è il primo a identificarli con i Lidi. Da questa testimonianza ne deriverebbero altre come quella di Anticlide di Atene citata da Strabone3 secondo cui i Lidi, durante le peregrinazioni per raggiungere le coste dell’Italia avrebbero accolto nella loro comunità anche gruppi di pelasgici.4 Questa renderebbe l’idea di un’etnia derivata da uno strabiliante incontro prolifico, durante la difficile scelta dell’emigrazione, quasi a sottolinea come passare da un paese all’altro, fosse necessario per arricchire il patrimonio sociale e etnico di ogni società,. Gli etruschi non sarebbero che il risultato di cosa accade durante le migrazioni.

La seconda ipotesi è sostenuta da Dionigi di Alicarnasso5 e asserisce l’autoctonia del popolo etrusco. Nella sua maggiore opera Antichità Romane lo storico smentisce l’identificazione con i lidi e sia con i pelasgici, sostenendo invece che le due culture erano eccessivamente distanti tra di loro:

Io sono convinto della diversità etnica esistente tra Tirreni e Pelasgi e non penso neppure che i Tirreni siano coloni dei Lidi: non presentano infatti lo stesso linguaggio, né si può dire che, pur non essendo più di lingua affine, conservino almeno qualche ricordo della madrepatria. Non venerano neppure le stesse divinità dei Lidi, né osservano leggi e costumanze simili…”; di conseguenza “sono forse più vicini alla verità quelli che sostengono che i Tirreni non sono emigrati da nessun luogo, ma sono invece un popolo indigeno, poiché in ogni sua manifestazione presenta molti caratteri di arcaicità; sia per linguaggio che per modo di vivere non lo si ritrova affine ad alcun altro popolo6

In sostanza, le caratteristiche particolari del popolo e della cultura etrusca non lo renderebbero assimilabile a nessun’altra popolazione orientale.

Però, a ben osservare, nonostante tra le due teorie esiste una disparità non conciliabile di vedute possono essere però usate entrambe per creare una teoria più ampia e organizzata se si presuppone l’esistenza di una commistione tra le migrazioni e le popolazioni autoctone In tal caso risultano convincenti le prove linguistiche che individuano una sorta di mescolanza tra etnie autoctone e per esempio la civiltà nuragica ,insinuatesi in tempi remoti nella regione dell’Etruria. Si parlerebbe di una colonizzazione avvenuta dalla Sardegna (da ovest) invece che dall’Asia minore. Questo creerebbe l’idea di un ponte, non privo di fascino in cui l’isola sarda diventerebbe una terra madre delle civiltà etrusca7.

Secondo alcuni studiosi moderni, tra cui il professor Babujani dell’università di Ferrara e David Caramelli dell’università di Firenze. Questi studi portano alla conclusione che, la fioritura della civiltà etrusca non fu dovuta a un’immigrazione di popolazioni provenienti dall’Anatolia attorno al VIII sec. a.C. Attualmente i discendenti degli etruschi sono relativamente pochi e dispersi in piccole comunità della Toscana, come quella del Casentino e di Volterra. Questi studi potrebbero aver trovato una risposta che porrebbe fine alla diatriba che si trascina da tempo e che vede contrapposta l’ipotesi di Erodoto ( ipotesi orientale) e quella di Dionigi di Alessandria ( ipotesi autoctona). La ricerca pubblicata sulla rivista “PLos One” precedenti studi sull’analisi del DNA mitocondriale avevano trovato una somiglianza genetica tra gli abitanti della Toscana e quelli dell’Anatolia occidentale pur rilevando notevoli differenze tra i due gruppi che vivono a poche decine di chilometri di distanza. Per capire meglio i ricercatori hanno cercato di analizzare in maggior dettaglio geografico le relazioni biologiche tra le popolazioni contemporanee e antiche, prelevando (in accordo con la sovrintendenza archeologica toscana) campioni biologici da ossa scoperte nella necropoli etrusca di Casenovele e di Tarquinia, per analizzarne il DNA mitocondriale (mtDNA) e confrontarlo con quello di diversi campioni di epoca medievale e con quello di un ampio gruppo di toscani che oggi vivono in diverse aree della regione più o meno ricche di reperti storici etruschi. Il risultato ha indicato che il patrimonio genetico degli etruschi è ancora presente ma solo in alcuni gruppi isolati, mentre i toscani attuali non discendono, lungo le linnee femminili, da antenati etruschi.8 L’analisi geografica mostra inoltre che “non vi è alcuna necessaria correlazione tra la presenza di resti archeologici e le radici biologiche degli abitanti delle zone in cui si trovano questi resti. Quindi se le analisi confermerebbero una discendenza anatolica nei dei resti umani provenienti dalle necropoli, (confermando le idee di Erodoto), l’analisi mitocondriale di coloro che oggi risiedono in zone etrusche (Toscana) somiglia di più alle popolazioni dell’Asia minore di quello di altri italiani. Si tratterebbe quindi di un incontro tra due diversi ceppi etnici che hanno portato, lungo i secoli a una nuova e distinta civiltà. Questo fatto smentisce la conclusione degli studi che avevano lasciato supporre un’origine anatolica anzi la valutazione della distanza genetica tra etruschi e popolazioni moderne europee capovolge la situazione dando ragione al nostro Dionigi. Poichè i toscani medievali appaiono discendere direttamente da antenati etruschi si può ipotizzare che il patrimonio genetico delle popolazioni di Murlo e Firenze sia stato modificato con l’immigrazione negli ultimi cinque secoli.

Questo risultato ci porta a analizzare un’altra teoria, interessante sul profilo socio-antropologico è quella proposta dal professor Massimo Pallottino,9 che finalmente contrasta con quella ancor oggi ritenuta valida dagli studiosi ossia quella villanoviana10.

Questo grande etruscologo non parla di origini ma di formazione., in altre parola secondo lui non serve usare il concetto di provenienza per spiegare la loro natura. Al contrario i popoli si formano attraverso un graduale e lento processo che porta al loro sviluppo. In questo modo lo studioso indaga soltanto la loro natura, in quanto ogni popolo è semplicemente il risultato di stratificazioni sul territorio di culture etnie e civiltà differenti. Come la maggior parte dei popoli antichi, cosi come moderni, anche gli etruschi ebbero contatti di scambio commerciale con altri popoli del mediterraneo che lasciarono la loro impronta nella società che si stava formando11.

Gli etruschi non sono stati un popolo unitario ma risulteranno esistenti soltanto a partire dall’VIII secolo a. C. con una propria lingua e proprie usanze senza mai raggiungere una vera e propria omogeneità, questo fa capire come siano stati il risultato dell’unione di diversi popoli con elementi italici, egizi, greci, sirio-fenici, mesopotamici, uratei, indoiranici.

Se le origini appaiono oscure e soggette a diatribe intellettuali, è più chiaro il loro successivo sviluppo che li portò ad affermarsi in un’area precisa che andava dalla toscana, all’Umbria fino al fiume Tevere e al Lazio settentrionale. Successivamente si espanse a nord nella zona padana (attuale Emilia Romagna) nella Lombardia sud-orientale e parte del Veneto meridionale e a sud fino alla Campania. Questa civiltà ebbe profonda influenza sulla civiltà romana fondendosi successivamente con essa alla fine del I secolo a.C. questo lungo processo di conquista anzi direi di assimilazione ( nello stile romano) ebbe inizio con la data tradizionale della conquista di Veio nel 396 a.c. Per quanto riguarda la possibilità di un Halloween etrusco, dobbiamo ora indagare più a fondo la sua straordinaria religione e i suoi riti e la sua concezione del mondo e del divino.

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La religione etrusca e la concezione del mondo.

Era infatti un popolo più di tutti gli altri dedito alle pratiche relgiose, perché eccelleva nell’arte di esercitarle… »

Tito Livio, Ab Urbe Condita, V, 1)

Eccoci a incontrare più da vicino questo misterioso popolo, che divide ancora gli studiosi e che appare velato da una sorta di oblio. Ed è proprio questo costante velo che li avvolge ad aver preservato la loro vera essenza. Essenzialmente politeisti, gli etruschi attribuivano alla religione un ruolo centrale sia nella vita privata che in quella pubblica. Fulcro della religiosità era il tempio che si sviluppo in modo autonomo con caratteristiche peculiari, rispetto ai templi di tradizione greca. Infatti essi erano eretti sia in contesati urbani (in particolare sule acropoli) sia un luoghi extraurbani ( come il santuario di Portonaccio a Veio) sia in punti di transito frequente (porti e valichi). Le preghiere, i sacrifici e le libagioni eseguita in questi edifici sacri e negli altari miravano semplicemente a ottenere la benevolenza della divinità.

La centralità della religione nella vita quotidiana emergeva soprattutto dal punto di vista ritualistico e superstizioso; si credeva che il rigido rispetto delle norme favorisse il benessere della persone e dello stato e che attraverso l’interpretazione di segni divini ( divinazione) fosse possibile determinare e dirigere la volontà degli dei.

Il rapporto tra l’uomo etrusco e la divinità era un rapporto di timore reverenziale (metrus) con una totale sottomissione di fronte alla volontà divina che poteva essere solamente compresa e subita. Erano gli dei a stabilire il destino degli uomini cosi come quello degli stati. L’unica opportunità concessa era di scrutare e prevedere anticipatamente il destino attraverso l’individuazione e l’analisi dei segni che costantemente il divino mandava sulla terra. Alterare in minima parte il fato era però possibile, tramite la ripetizione di atti che compiacevano le divinità. Tali atti dovevano essere gestiti secondo rigide regole comportamentali per non recare alcuna offesa al potere superiore. Anche la religione etrusca si evolse man mano avvicinandosi sempre più alla religione greca. Nel VI secolo a. C. inizia a penetrare nella zona divinità schiettamente greche. Se all’inizio, dunque le divinità etrusche erano un numero imprecisato e con funzioni non ben definite, il contatto greco e anche l’influenza di altre religioni portò a una definizione di un pantheon confuso e incentrato più sull’idea di essenza divina. Questo concetto astratto pone una domanda fondamentale per comprendere se in Etruria possiamo ritrovare antichi culto di passaggio che celebrano il momento in cui i due mondi si incontrano: era o no una religione sciamanica?

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Sacerdoti o sciamani?

La società etrusca era, come abbiamo accennato totalmente imbevuta di sacro, rituali di ogni genere governavano ogni azione quotidiana pubblica e privata dalla più importante alla più ordinaria. Pertanto, il potere religioso ma anche etico e morale, era strettamente interconnesso con quello politico perché la divinità era onnipresente. Gli etruschi erano famosi per la loro religiosità ed erano forse, la nazione più devota ai riti religiosi tanto da eccellere nell’arte di osservarli. Si può capire come accanto al sovrano, la figura più importante era quella del sacerdote, colui che tramite un duro insegnamento poteva comunicare con gli dei. Ma si trattava di un sacerdote o uno sciamano?

Molti tendono a differenziare le due funzioni quella sciamanica e quella sacerdotale. Ma è davvero cosi distante? Lo sciamano (dal tunguso saman chi è in stato di estasi) è colui che, grazie a un insegnamento elitario, può agevolmente mettersi in contatto con la divinità o le divinità. Secondo il dizionario Garzanti12 presso le popolazioni asiatiche o amerindie era la persona o il gruppo di persone a cui si riconoscevano facoltà taumaturgiche e divinatorie, intermediario tra il mondo altro e quello degli uomini. Ancora. Lo sciamano è colui che svolge la propria attività circondandosi di un aura di mistero come se agisse per influenza di entità sovrannaturali. Dunque aura di potere e facoltà divinatorie e curative fanno di un uomo semplice uno sciamano.

Il sacerdote,13 è il ministro di culto la cui funzione è celebrare i riti rappresentando la divinità presso i fedeli. Pertanto i due termini non sono assolutamente in contraddizione ma distinguono le diverse nature di queste figure: la parte più sacra ossia più intima, lo sciamano, che indica la sua capacità di compenetrare la divinità e la parte pratica sacerdotale dove grazie al suo privilegio fa il sacro, ossia compie i riti adatti per rinnovare, garantire e mantenere viva la benevolenza della divinità

Presso gli etruschi chi ottemperava le funzioni religiose erano specifiche e interessanti figure sacerdotali che non solo celebravano i riti appositi ma erano specializzati nelle varie pratiche della divinazione. Tra questi vi erano quelli che si occupavano della divinazione dei fenomeni naturali, quali fulmini ( i fulgoratores) il volo degli uccelli (augures) e gli aruspici coloro che, dissezionando gli animali, indagavano nelle loro viscere (fegato e intestini) il volere degli dei14 e coloro che erano espressamente addetti al culto (cepen) tra i quali il cepen spurana era colui che presidiava al culto ufficiale della comunità. Probabilmente ogni tipo di sacerdote aveva un particolare costume; tutti però avevano come segno distintivo della loro casta il “lituo”, una sorta di scettro dall’estremità superiore ricurva Questi uomini erano dotati di una sorta di aura sacrale e magica capace di instaurare un rapporto speciale con gli Dei saper riconoscere i segni infausti e prevenire la genesi di eventi negativi. Pertanto, è grazie a questa possibilità di “viaggiare” di avere libero accesso al mondo tanto temuto dai comuni cittadini, di poter agevolmente transitare, potevano riconoscere la voce delle divinità nei fulmini, in una pozza d’acqua, ci fa ritenere che, ritenessero il mondo immerso nello speciale mana della divinità.

Per gli etruschi sembra l’umanità e l’universo erano concepiti come inseparabili, interconnessi l’uomo all’altro e non cosi nettamente separati come in altre religioni. Il mondo naturale era considerato nella sua totalità (uomini, pietre, animali, terra cielo aria acqua) una manifestazione e un’incarnazione della realtà divina parallela. Era per questo motivo che, i sacerdoti potevano cogliere l’azione divina in ogni evento e persino in animali a loro sacrificati. Bastava soltanto comprendere e leggere i segni della struttura e dell’espressione della mente divina, fattore essenziale perché lo scopo umano era di assecondare e proteggere il meraviglioso disegno celeste.

l popolo etrusco, seppur raffinato da un punto di vista sociale e politico, fu uno dei pochi a conservare, accanto all’evoluzione una sorta di antico codice primitivo, ossia un principio fondamentale di animismo che fu elaborato in una religione raffinata e quasi moderna. Ma che grazie alla concezione cosmica,particolare li faceva partecipi di un importante eredità sciamanica. E se la loro radice sciamanica era presente, possiamo ritrovare nei loro riti lo stesso concetto base di Samahin, la possibilità ossia che i mondi non sia contrapposti ma più che altro sovrapposti.

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L’etrusca disciplina

Se il rapporto uomo /dio necessitava di comportamenti obbligati erano necessari strumenti di conoscenza e di ricerca dei segni con i quali la mente divina si manifestava e di un codice che ne consentisse la perfetta interpretazione. Questa dottrina era conosciuta come Etrusca disciplina, traducibile con scienza etrusca. I fondamenti di questa scienza erano fatti discendere direttamente dall’intervento divino servitosi di due intermediari: il fanciullo dall’aspetto di vecchio Tagete15, e la ninfa Vegoia16. Questi personaggi semidivini di transizione quasi, avrebbero dettato letteralmente parte delle verità sovrannaturali e insegnato il modo con cui avvicinarsi a esse, tramite le pratica e i mezzi divinatori. Soltanto un testo originario si è salvato giungendo fino a noi, un manoscritto su tela di lino conosciuto con il nome di mummia di Zagabria.17 Si tratta di un calendario etrusco nel quale venivano elencati i giorni e i mesi dell’anno in cui dovevano compiersi specifici atti di culto in onore di determinare divinità con indicazione di cerimonie, sacrifici e offerte.

Altri libri importanti erano i libri rituales che contenevano un elenco e una descrizione scrupolosa e dettagliata dei riti religiosi legati a particolari occasioni. Uno di questi è il rito che abbiamo già trovato nell’antica Roma, dove si costruiva il mundus: il rito di fondazione di una città. Questo veniva effettuato tracciando con il lituo ( il bastone ricurvo in cima usato dalle massime autorità e dai sacerdoti) due rette perpendicolari formando quella che veniva chiamata croce sacrale al cui centro veniva scavata una fossa considerata la porta di collegamento tra i due regni, quello dei morti e quello dei vivi. Questa come già sappiamo, veniva ricoperta di lastra di pietra e in quel punto esatto il sacerdote rivolto verso sud, pronunciava la seguente formula rituale:

Questo è il mio davanti, questo il mio didietro, questa la mia sinistra, questa la mia destra

Il perimetro della città veniva poi tracciato utilizzando un vomere di bronzo e prestando attenzione affinché le zolle di terra sollevate ricadessero all’interno segnando il punto in cui sarebbero state erette le mura. In corrispondenza alle porte cittadine il vomere veniva sollevato. Ogni città doveva avere come minimo tre porte: una dedicata la dio Tinie, uno alla dea Uni e la terza alla dea Minerva. La porta est veniva considerata di buon auspicio la ovest era la porta infausta dove venivano fatti passare i condannati a morte. All’interno e all’esterno delle mura perimetrali ci era una striscia di terra. Il pomerio dove era vietato sia coltivare che edificare, infine all’interno della città le strade venivano tracciate parallele alla croce cosi da formare un reticolato ( tipo scacchiera) dove ogni quadro corrispondeva a un isolato. Interessante notare come, la città, cresceva attorno al mundus considerato l’ombelico energetico da cui la vita di poteva dipanare.

Altri libri interessanti sono quelli acherontici che contenevano la descrizione dei vari passaggi che lo spirito del defunto doveva affrontare una volta giunto nel mondo altro con le formule adatte da pronunciare e gli atti da svolgere per proseguire il camino verso la propria dimora eterna, al fine di elevare lo spirito fino a renderlo in comunione con gli dei. Il contenuto e la funzione sono terribilmente analoghi ai testi dei sarcofagi e al libro dei morti dell’antico Egitto. Il che ci fa presupporre che anche gìl’antico sacerdote etrusco aveva la fede nella credenza di una corrispondenza magica tra macrocosmo e microcosmo tra mondo celeste e mondo terrestre tanto che queste due dimensioni corrispondevano nell’ambito di un preciso e preordinato sistema unitario e tutto ciò che accadeva nella volta celeste ( divisa in caselle che erano le dimore degli dei) doveva avere, necessariamente, una ripercussione sul mondo umano, nella zona corrispondente. Ecco anche svelato il mistero della divisione della città in una sorta di scacchiera terrena.

Quest’interminabile serie di pratiche e cerimonie di riti determinavano i luoghi, i tempi e i modi con cui doveva essere eseguito il servizio divino Aisuna o aisna ( da ais Dio) nell’indicazione delle persone alla quali l’azione competeva e prima di tutto alle divinità alla quale doveva essere posta l’attenzione. I luoghi dovevano essere circoscritti, delimitati e consacrati, i tempi regolati dalle successione cronologica delle feste e delle cerimonie previste ed elencate nei calendari sacri, i modi rispettati fin nei minimi e apparentemente insignificanti particolari tanto che, qualora fosse sbagliato o omesso un solo gesto tutta l’azione doveva essere ripresa da capo.

Nella ritualità ampio spazio era dedicato alla musica e alla danza, alla preghiera, anche ai sacrifici cruenti di determinati animali e poi c’erano le offerte dei prodotti della terra, di vino focacce e altri cibi. L’usanza dei doni votivi era particolarmente diffusa sia a livello ufficiale che a livello popolare. Nel primo caso poteva trattarsi di stature o altre opere d’arte, di oggetti particolarmente preziosi, di prede di guerra e di edifici sacri, nel secondo caso i doni rappresentavano piccoli oggetti per lo più di terracotta ( ma anche di bronzo e di cera) che i fedeli compravano nelle apposite rivendite pressoi santuari.

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Il culto dei morti. Alla ricerca della Samahin etrusca.

L’intima connessione tra mondo umano e mondo divino ebbe conseguenze molto importanti anche sul culto dei morti come è ben rappresentato dalle innumerevoli necropoli etrusche giunte fino a noi perfettamente conservate e ricche di informazioni utili.

Le pratiche religiose verso la venerazione dei defunti erano legate alla concezione della continuazione, dopo la morte, di una speciale attività vitale del defunto, a questa si accompagnava l’idea che quell’attività avesse luogo nella tomba e fosse congiunta alle spoglie mortali in qualche misterioso modo. Tutto dipendeva dalla collaborazione dei vivi tanto che i familiari del trapassato erano tenuti a garantire agevolare e prolungare , per quanto possibile la sopravvivenza con adeguati procedimenti. La prima era di donare al morto una dignitosa dimora; la tomba, che sarebbe diventata la sua nuova casa. Subito dopo veniva il dovere di fornirgli un corredo di abiti, oggetti d’uso comune e scorta di cibi e bevande. Il resto era un arricchimento e poteva variare a seconda del rango sociale e delle possibilità economiche dell’erede. Si poteva foggiare la tomba sia nell’aspetto pur parziale della casa d’origine o soltanto allusivo e dotarla di suppellettili e arredi a affrescarla sulle pareti con scene di viga quotidiana o dei momenti più significativi della sua vita. Quanto alle pratiche dei funerali esse andavano dall’esposizione del compianto al pubblico al corteo funebre e al banchetto davanti alla tomba. Tutte queste pratiche dovevano essere compiute in onore di divinità connesse con il mondo dei morti. Un culto antico, dunque, e ancor presente nell’immaginario collettivo da rispettare e venerare18.

La situazione tuttavia cambiò con il tempo per effetto delle suggestioni provenienti dal mondo greco nel corso del V secolo a. C. alla primitiva fede di sopravvivenza del morto nella tomba si sostituì l’idea di uno speciale regno dei morti, immaginato sul modello dell’Averno ( o Acheronte) greco, il regno dei morti governato dalla coppia divina di Aiuta e Phersipnai.

Il destino ultimo dell’anima rivestiva nel mondo etrusco un importanza fondamentale. Allo stesso modo di latini e greci, gli etruschi credevano nell’esistenza di un oltretomba destinato a contenere gli spiriti dei trapassati, ed era immaginato non come uno spazio immateriale, ma come un mondo reale e complesso19. La presenza di pozzi sacri nei quali erano gettate e versate offerte per gli dei dell’oltretomba e le notizie contenute nella fonti antiche relative al mundus ( il varco di collegamento con il mondo infero aperto al momento della fondazione di una città) chiariscono che l’altra dimensione nel mondo etrusco si trovava nel sottosuolo non diversamente dagli inferi romani o dall’Ade greco. Come abbiamo già analizzato questo viaggio era arduo e pericoloso, necessitava di formule precise.20 Venne cosi a configurarsi n mondo oscuro abitato da divinità infernali e dagli spiriti di antichi eroi. Verso il II secolo, quando il tramonto della loro civiltà apparve inarrestabile, un senso di angoscia si impadronì degli etruschi e le tombe si riempirono di terribili figure demoniache; creature dalla carne bluastra, serpenti, demoni traghettatori, mostri che ghermivano le loro prede: alla primitiva sopravvivenza del morto nella tomba, si sostituì l’idea di un regno dei morti, immaginato sul modello greco; il regno dei morti divenne cosi terrificante e spronò a un timore reverenziale cosa prima acquistava il sapore di una quotidianità naturale.

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Il cammino dell’anima verso la salvezza nel mondo etrusco

Pur non appartenendo di diritto al discorso sulla presenza di una festa di Samahin nel mondo etrusco, trovo interessante esaminare la mitologia relativa al viaggio dell’anima nel mondo altro. Questo perché si rintracciano elementi propri dell’iconografia moderna di Halloween con la sua ricca presenza di mostri e di prove terrificanti e soprattutto, si rilevano enormi somiglianze con il mondo egizio e addirittura amerindo. L’incontro con il mondo sotterraneo ha le connotazioni di un’esperienza terrificante; laddove il termina va considerato nella sua originaria accezione etimologica. Terrificante deriva dal francese terrifiant e lo si usa come aggettivo per identificare la sensazione di terrore che si avverte di fronte e qualcosa o qualcuno. Ma non è soltanto un aggettivo di spaventoso. Come uso enfatico significa anche eccezionale, fuori dall’ordinario.

Ed è questa la visuale che, il mondo etrusco aveva della morte. Il cammino dell’anima nell’altro mondo aveva le connotazioni di un’avventura spaventosa ma soprattutto fuori dall’ordinaria quotidianità, qualcosa di unico e misterioso.

Il tortuoso cammino del trapassato iniziava con l’entrata in quel mondo altro sorvegliato dalla figura di Tuchulcha, un mostro con orecchi di asino , muso di avvoltoio e serpenti nei capelli. Giunto alla porta il defunto veniva ricevuto da due gruppi di demoni: il primo guidato da Charun ( dal viso deforme) che armato di martello aveva il compito di condurlo nell’aldilà, l’altro condotto da Vanth( la Dea dalle grandi ali) che con una torcia illuminava il camino nell’oltretomba. Il defunto procedeva di solito a piedi verso la dimora infernale, altre volte a cavallo ma il suo viaggio era sempre terribile, circondato da ombre minacciose. Un destino inevitabile a cui nessuno poteva sottrarsi21. Non mancava la possibilità di migliorare la condizione delle anime attraverso riti speciali di salvezza contenuti nei libri acherontici che prevedevano sacrifici cruenti a divinità infere compiuto presso le tombe. Questi avevano il compito di trasformare le anime dei defunti in divinità inferiori “anime divine”.

Un altro tema caro alla nostra Halloween…

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Conclusioni.

Nel viaggio nel mondo degli etruschi non ho trovato date specifiche che contemplavano un preciso giorno da dedicare ai morti. Questo sia per la mancanza di informazioni, sia perché il mondo altro era presente quotidianamente nella vita dei nostri antichi avi. Sia nell’epoca primitiva sia nel successivo periodo di ellenizzazione, l’altro mondo era una parte importante della religiosità etrusca: attorno a questo si costruivano città e si rinnovava attraverso i riti il costante legame rigenerativo con il mondo degli spiriti e degli dei. Anche la tarda concezione che prevedeva il cammino dell’anima verso la salvezza, contempla una serie di idee che sono poi confluite nell’Halloween moderno, il terrore e la concezione di quella magica notte come un ponte tra l’altro mondo e il nostro, popolato da creature mitologiche, deformi spesso ,che con il loro simbolismo erano i custodi delle porte proibite. Solo il degno, solo colui che conosceva la risposta giusta, o il giusto rito poteva passare indenne ( la frase trick o treat ha la finalità: la formula giusta per ottenere dolciumi è simbolicamente la parola di rito che dona l’abbondanza e la salvezza) Questo fa da sfondo alle molte storia di eroi e fantasmi, che tramite lo shock dell’incontro con i demoni, subiscono la mutazione da esseri umani in esseri dotati di una dote speciale. In più anche nel mondo etrusco abbiamo il concetto di mundus. Il mudus era l’ombelico delle città, il punto da cui tutto partiva e tornava, origine e fine di ogni cosa. Questo mundus non era altro che il passaggio parto in determinate occasioni, che permetteva a ogni uomo di penetrare il modo tenebroso, con le sue ricchezze e la sua spettacolarità: ed è questo il senso profondo che aveva per gli antichi celti la notte di fine ottobre. Gli sciamani etruschi erano i depositari di questo legame occulto e lo servivano costantemente e lo alimentavano con le energia profuse in preghiere e gesti rituali. Samahin nella sua ottica di tempo sospeso faceva parte di una specifica concezione del mondo unitaria che era in possesso di società particolarmente evolute a livello ontologico e che necessariamente hanno dato anima all’Italia. Cosicché il mondo dei morti, tutt’oggi sia celebrato con quel terrore reverenziale che nutrì la fantasia dei nostri progenitori e alimentò i racconti terrificanti nelle solitarie notti. Halloween /Samahin diventò cosi, da rito agricolo e da concezione del mondo, un profondo senso del sacro che trova nel terrore la sua forma più grandiosa:

terribilis est locus iste

hic domus dei

est et porta coeli

(qesto è un luogo terribile

Qui è la dimora di dio

e la porta del cielo)22

Ricordando che letteralmente significa questo è un luogo che incute rispetto, è la porta del cielo e la casa di Dio.

Ecco cosa era per gli antichi romani cosi come per i celti ( e aggiungo anche gli etruschi) il tempo sospeso: il luogo in cui la divinità apriva i suoi misteri agli uomini degni. 

Note

1. Erodoto, Storie I, 94

2. Storie, I, 94.

 

3.   Strabone, Geografia V, 2

 

4. Si tratta di una popolazione pre ellenica stanziata nel nord della Grecia.

5.  Storico e retore greco (60 a. C circa- 7 a. C.). Autore di opere retoriche e della Storia antica di Roma, che comprende la storia romana dalle origini al 264 a.C., inizio delle Storie di Polibio.

 

6. Antichità romane, I, 30.

 

7.  Strabone menziona esplicitamente le incursioni di pirati sardi sulle coste della Toscana e fa allusione alla presenza di Tirreni in Sardegna. Non mancano d’altra parte testimonianze di relazioni commerciali e culturali tra la Sardegna nuragica e l’Etruria villanoviana e orientalizzante, con particolare riguardo alla presenza di oggetti sardi soprattutto nella zona mineraria (è possibile un motivo di connessione tra i due grandi distretti metalliferi dell’area tirrenica). A Vetulonia fu scoperta fra l’altro una delle più ricche navicelle in bronzo di produzione nuragica. Ma importazioni sarde appaiono più a sud (Vulci, Gravisca) tra il IX e il VI secolo. Né mancano elementi di affinità tipologica e decorativa con prodotti villanoviani: tipiche ad esempio le brocchette a collo e becco allungato, la cui presenza è caratteristica della necropoli vetuloniese. Si potrebbe anche discutere la questione se le strutture a pseudocupola (tholos) caratteristiche delle tombe orientalizzanti dell’Etruria settentrionale siano reminiscenze di eredità egea dell’età del bronzo accolte per influenza dell’architettura dei nuraghi sardi dove questa tecnica è particolarmente diffusa. Ma anche in Sardegna appaiono tracce di un’influenza etrusca: forse nel nome Aesaronense di uno dei popoli della costa orientale dell’Isola (cfr. la parola etrusca aisar, ossia dei); ma anche in alcuni tipi di oggetti, sia pur rari, come le fibule… » Massimo Pallottino, Etruscologia, Hoepli, Milano, 1984, 120-121

 

9. Manuale di Etruscologia, milano 1984

 

10.  secondo la quale le radici protostoriche degli Etruschi affonderebbero in un’antica civiltà abitante proprio i luoghi che costituiranno l’Etruria (la civiltà villanoviana appunto, chiamata così poiché i primi ritrovamenti archeologici avvennero a Villanova, una località nei pressi di Bologna) e, più precisamente, in una particolare fase di sviluppo di quella civiltà: la fase orientalizzante, raggiunta la quale non si parla più di civiltà villanoviana, bensì di civiltà etrusca. E proprio allora si assiste alla nascita di un pantheon etrusco molto rassomigliante a quello greco, dove si trovano notevoli corrispondenze tra le divinità etrusche e quelle greche (accanto a divinità indigene, nazionali, come quella di Voltumna, che non trova nessuna corrispondenza tra gli dèi dell’Olimpo).

 

11.  L’alfabeto stesso adottato dagli Etruschi è chiaramente un alfabeto di matrice greca, e l’arte etrusca è influenzata dai modelli artistici dell’arte greca. E non solo. Negli etruschi si avvertono influenze di altre civiltà come quelle dei commercianti orientali 8 si pensi agli elementi orientali della lingua etrusca o al periodo artistico orientalizzante) ma anche i popoli sardi. A questa provenienza di riferisce la leggenda relativa alla fondazione di Populonia da parte dei corsi (citato da Servio X, 172

 

12. Garzantilingfuistica.it

 

13. dal latino sacerdote composto da sacer sacro e dhe radice indoeuropea che indica il fare

 

14.  Famoso per lo studio dell’auruspicina è il famoso fegato di Piacenza,riproduzione in bronzo di un fegato con cui i sacerdoti insegnavano ai discepoli l’arte di fare previsioni sul futuro fondandosi su quest’osservazione. Proprio il fegato appena nominato, assieme alle bende che avvolgevano una mummia e che in origine costituivano un libro in lino contenente una sorta di calendario religioso, sono i documenti più importanti per ricostruire queste antichissime credenze religiose e pratiche rituali

15. Giovane semidio figlio di Genio e di Tinia emerso dal solco di un aratro nella campagna di Tarquinia e da lui rivelati agli Etruschi. Questi libri trattavano l’interpretazione dei segni divini attraverso lo studio delle viscere animali (aruspicina).

 

16. Sono chiamati anche Vegonici, dal nome appunto della ninfa Vegoia da cui avrebbero avuto origine. In essi si trattava lo studio dei fulmini. Il fulmine era considerato il segno divino più importante, poiché era la manifestazione materiale del dio Tinia. A seconda della parte del cielo da cui veniva scagliato (Tinia poteva usufruire di tutti i settori della volta celeste e addirittura delegare altre divinità), del colore, della distanza, della forma e di altri aspetti, si cercava di interpretarne il significato. Importante era anche il numero dei fulmini scatenati; Tinia, infatti, disponeva di tre folgori: la prima veniva considerata un semplice avvertimento; la seconda era segno di minaccia; la terza, più potente, significava distruzione certa.

 

17.  E’ cosi chiamato perchè custodito del museo di questa città che lo acquisi alla fine del secolo scorso dopo che era stato ritrovato in egitto ridotto in bende per avvolgere una mummia.

18.  Il mistero del passaggio dalla vita alla morte è rappresentato in maniera estremamente suggestiva in un famosissimo affresco scoperto in una tomba di Paestum (in Campania). Questa, conosciuta come Tomba del tuffatore, pur appartenendo a un membro dell’aristocrazia greca che governava la città, risente degli influssi artistici esercitati dall’ambiente artigiano di Capua etrusca. Qui il defunto è rappresentato come un giovane, nudo e solitario, che, dall’alto di un trampolino, si tuffa in un mare tranquillo.

 

19.  Il mondo dei morti è separato e distinto da quello dei vivi, per andarvi ci si può tuffare, come nell’appena menzionata Tomba del tuffatore, oppure ci si può essere condotti da un demone infernale, geloso custode dell’aldilà. Il “Caron dimonio, con occhi di bragia” cantato da Dante, cioè l’essere che nella Divina Commedia traghetta Dante e Virgilio nell’Inferno, non è altro che una rivisitazione di Charun, che, nella religione etrusca, svolgeva le stesse identiche funzioni.

 

20. e scene figurate in cui sono riconosciute rappresentazioni di questo impervio viaggio sono contenute, ad esempio, nella Tomba Campana di Veio (fine del VII sec. a.C In questa tomba, i defunti, nudi e a cavallo, attraversano un paesaggio connotato da elementi vegetali fantastici guidati da demoni psicopompi di aspetto umano ma di dimensioni maggiori (quello più avanzato porta un’arma che ricorda quella del Charun, l’altro regge le briglie e ha una lunga chioma che lo può caratterizzare come demone femminile, e dunque come Vanth); sono presenti inoltre fiere simili a leoni e pantere, di varia forma e dimensioni, tra cui si distingue una sfinge con testa umana. I cavalli su cui sono trasportati i defunti si dirigono simbolicamente verso la porta che separa la prima dalla seconda camera, più interna, della tomba[32]. Una scena apparentemente analoga è nel timpano della parete di fondo della prima camera della Tomba della Caccia e della Pesca a Tarquinia (fine VI sec. a.C.), con l’aggiunta di due servitori che seguono i cavalieri portando oggetti e selvaggina necessari al lungo viaggio. Nella Tomba del Cardinale di Tarquinia (III sec. a.C.) una defunta è trasportata su un calesse tirato da due demoni psicopompi alati (apparentemente due Vanth); altrove nella stessa tomba i Charun guidano i defunti che avanzano a piedi. Nella Tomba del Tifone (II sec. a.C.), sempre a Tarquinia, un demone munito di grande torcia accesa (una Vanth?) guida un corteo di togati accompagnati da un altro demone dalla pelle di colore blu (presumibilmente un Charun).

 

21.  Pare che Dante, si sia ispirato per la stesura dell’Inferno, alle pitture dei Demoni che aveva visto nelle tombe di Tarquinia.

 

22.  La frase è tratta dall’Antico Testamento (Genesi, 28; 17). In questo passo si racconta come Giacobbe, fermatosi per riposare nella città di Beth-El (che in ebraico significa dimora di Dio) ebbe in sogno la visione di una scala che saliva dalla Terra al Cielo. Al risveglio eresse in quel luogo una stele che consacrò con queste parole: “Terribilis est locus iste! Haec domus Dei est et porta coeli” (Questo è un luogo terribile! Questa è la casa di Dio e la porta del Cielo).

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