La festa dei morti nell’antica Roma. L’Halloween nostrana. A cura di Alessandra Micheli

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Introduzione

La festa di Halloween è oramai sempre più celebrata anche in Italia, dove molti studiosi hanno rintracciato feste che sembrano condividere con la festa celtica, le sue duplici nature. Le feste celebrative dei morti con il loro corredo di simboli e di rituali si ritrovano ovunque: in Sardegna, nelle regioni del nord ( che condividono una comune radice celtica) e nelle regioni centrali del Lazio con la sua influenza romana e etrusca.

C’è da dire che la religione romana, pur essendo politeista non fu mai una religione completamente autoctona, ma fu profondamente influenzata dalle tradizioni religiose della penisola italica (Etruschi, sabini Sanniti e Latini), dalle popolazioni dell’Europa centrale come i Galli e i Celti, sia, dopo la conquista della Grecia avvenuta tra il III e il II secolo a.C. dalla religione greca. Una delle caratteristiche della religiosità romana fu l’apertura alla concezioni sacrali di altri popoli di cui spesso assimilavano divinità credenze e riti. La famosa Pax Romana consisteva proprio in questo: rispettare le tradizioni religiose, politiche e sociali dei popoli conquistati e integrarle con la legge e la giurisdizione romana.

L’uomo romano antico fu profondamente religioso, unendo uno spirito pratico a un sentire profondamente il senso del mistero, era poco sensibile al contorto ragionamento spesso complesso della cultura Greca trovandosi più a suo agio con sistemi valoriali che avevano con il mondo divino un rapporto più diretto e semplice in cui primeggiava il senso di unione, di giustizia e di pietas. La pietas era un sentimento tipico del mondo romano e si esprimeva nella venerazione e nell’onore dovuto agli dei e allo zelo per le azioni rituali quali preghiere e sacrifici.

Questo acuto senso del dovere si traduceva in un obbligo a onorare le divinità e impegnarsi per il bene comune, per rendere efficace e concreto il proprio rapporto con il sacro. Egli doveva compiere in modo corretto i riti tradizionali e evitare ogni impurità ( considerando l’impurità un atto contro l’ordine stabilito e fisso del cosmo che si rifletteva nell’ordine umano. Qua abbiamo anche una profonda influenza del pensiero egizio)

Ogni reato, quindi, era un impurità che si trasmetteva non solo al singolo ma alla comunità intera, in una concezione di onnicomprensività e di una società considerata come una ragnatela che collegava tutti e il cui atto più scellerato era conseguenza per la ragnatela intera con ripercussioni per tutti coloro che ne erano immersi. Una sorta di concetto di effetto farfalla ante litteram.

Accanto alla venerazione e al culto dovuto agli Dei era molto sentita la venerazione alle divinità protettrici della casa I lari e i penati, e anche al culto dovuto agli antenati presenti in forma simbolica nella casa e depositari delle tradizioni non solo della famiglia ma dell’intero assetto sociale. Come si vede per l’antico romano la coesione sociale e la cooperazione era tutto, la base dell’agire politico e un modo per rendere una comunità forte e invincibile; ogni crisi interna minacciava questo ordine preciso e considerato dono degli Dei.

Le celebrazioni religiose erano legate a momenti particolari. Oltre al culto riservato all’imperatore rappresentante della giustizia e dell’unità, vi erano istanti particolari soggetti alla venerazione religiosa. Il tempo per i romani era scandito da forze divine che li dividevano in tempi propizi o fausti e tempi difficoltosi o sciagurati , infausti più adatti alla purificazione alla celebrazione di riti che alle grandi imprese. Ogni mese era, quindi, dedicato a celebrazioni particolari.

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Il culto dei morti nell’antica Roma. L’orcus romano

Per i romani la rappresentazione della morte si identificava con Mors, più tardi personificata dalla figura di Orcus.

La credenza in questa divinità del mondo infero era connessa all’idea di sopravvivenza dell’anima. Secondo gli antichi, quando la vita si spengeva, l’anima scendeva nel mondo sotterraneo regno di Ade. Alle anime veniva poi consentito di tornare in un certo periodo nel mondo dei viventi. Da questo scaturiva la necessità di un culto ben preciso in grado di accompagnare i defunti verso la dimora eterna. Queste anime si trasmutavano in essenze divine Manes o mani1 che con la loro presenza rendevano sacro il luogo di sepoltura del defunto. I manes rappresentavano le forze animistiche reali, veri e propri membri spirituali della comunità familiare alla quale erano appartenuti in vita e a comunità a parte, prive di carattere personale. Quali membri della collettività erano ritenuti sacri e a essi venivano consacrate le tombe e si tributavano numerose pratiche rituali, in diverse festività.

Il rapporto con la comunità dei defunti era regolato da una serie di comportamenti tradizionali, atti a garantire un adeguato riposo. Al momento del decesso era il pater familias (capofamiglia) a organizzare il trasporto funebre e le funzioni necessarie per un dignitoso trapasso.2

Andiamo a analizzare più nel dettaglio le festività, per capire se può esistere un vero Halloween romano.

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Le festività romane. Incursione nell’altro mondo. I feralia

Che a Roma esistessero culti autoctoni è fuori discussione. Ovidio stesso in ben sei libri descrive le feste del calendario romano in cui febbraio era il mese dedicato al ricordo dei defunti. Tra queste feste possiamo annoverare le più importanti i feralia ossia una sorta di originario Halloween romano

I feralia si chiamavano cosi perché durante quei giorni i vivi portavano le offerte3 ai defunti, tali riti servivano a placare gli spiriti dei defunti e renderli inoffensivi nei confronti dei viventi grazie all’aiuto dei Mani gli spiriti buoni.

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I Lemuralia. L’erede del culto di ognissanti

Questa festa si può considerare l’erede diretta dell’odierna festa di ogni santi. Lemuria o lemuralia, e fu cristianizzata da papa Bonifacio IV come festa dedicata a Sancta Mariae ad Martyres per poter cosi sostituire in un tentativo di sincretizzazione, lo scomodo lemuria romano

Era una festività in cui si celebravano gli spiriti e cadeva nel mese di Maggio. Si offrivano fagioli ai morti e le vestali preparavano la mola, una salsa fatta con il primo grano della stagione. Ovidio rileva che, in questa festa, esisteva l’usanza di allontanare entità maligne lanciando fagioli neri sopra la spalla. Era il pater familias a celebrare la ricorrenza. Si alzava a mezzanotte, girava per l’abitazione a piedi nudi buttandosi dietro i fagioli e ripetendo la formula:

Invio questi fagioli e con questi redimo ciò che è mio”

Tutto questo per nove volte. La famiglia avrebbe poi percosso dei vasi di bronzo ripetendo per altro nove volte:

fantasmi dei miei padri e antenati è andato”

Vi ricordano forse qualcosa?

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Il mundus. La Samahin romana.

Protagonista indiscusso del rito di venerazione dei defunti era il Mundus. Quello di mundus era un concetto che apparteneva alla religione romana arcaica ritenuto un retaggio della commistione con il mondo etrusco.

Cos’è questo mundus?

Festus, in accordo con Catone ci spiega:

Il nome Mundus proviene dal mondo che sta sopra di noi

Questa spiegazione ci dice molto sull’originario concetto di mundus perché pone l’accento sulla dimensione cosmica di questa realtà nel vano tentativo di separarlo a un origine ctonia che terrorizza, ma è proprio questa precisazione che fa collegare l’antico concetto romano alla realtà celtica dell’Anwnn, il mondo infero.

Questa realtà invisibile legato alla profondità della terra è legato ai misteri del femminile, dominio di Cerere la Dea delle messi e della rinascita. Questa divinità “positiva” aveva anche una parte oscura, quella che rendeva il terreno scarno e desolato durante gli atroci mesi invernali. Questo concetto era fisicamente rappresentato da uno spazio sacro, reale e meta di una venerazione costante.

Il Mundus era un edificio sotterraneo con un pavimento semicircolare, una arcaica fossa praticata nel terreno4, prima nuda poi lastricata, che metteva in contatto con le divinità del mondo sotterraneo a cui si offrivano sacrifici e doni: frutti della terra, resti sacrificali, formule tracciate su tavolette di argilla.

La fossa chiusa per tutto l’anno, veniva aperta in tre giorni precisi: il 24 Agosto, il 5 Ottobre e l’8 Novembre con la formula “il mundus pater” ossia “il mundus è aperto”.

In questi tempi sacri, i due universi dei vivi e dei morti venivano in contatto e in quei giorni le anime dei defunti potevano tornare nel mondo e aggirarsi per le strade della città indisturbati.

Delle festività relative al mundus e di come essere erano celebrate, i riti e le formule sacre, abbiamo poche scarne notizie anche se ne possiamo avere almeno un’idea vaga dal termine usato da Plutarco per descrivere questo rituale: telete. Q uesto termine serviva per indicare i sacri misteri di Cerere ( Demetra) e il mito fondante questo particolare culto. Il mundus poteva quindi essere definito perfettamente Cereus ossia il mondo di Cerere. E Cerere era la Dea che univa vita e morte come apprenderemo in seguito.

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Lapis Manalis.

La lapis manalis era profondamente legata al mundus di cui era una parte importante. Altro punto centrale di congiunzione tra due realtà che sono parte di un unico tutto, la lapis manalis era la pietra sacra agli dei Mani o Lari5, con cui veniva ricoperta la fossa centrale. Se il mundus simboleggiava il mondo infero la lapis invece rappresentava la volta celeste.

Sembra che in seguito la fossa venisse sostituita da un altare che veniva reinterrato e scoperto di nuovo asportando la terra ad ogni cerimoniale. E’ chiaro che il rito più antico fosse legato alla consultazione degli spiriti o della Dea dell’oltretomba.

I romani ritenevano che la lapis fosse anche la porta dell’orco, attraverso la quale le anime penetravano nel mondo dei vivi.

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Celebrazioni romane del 31 Ottobre.

E’ interessante sottolineare come alla fine di ottobre (celebrazione classica di samahin) sono presenti nel calendario romano due feste particolari: una dedicata alla dea Iside e un’altra dedicata al dio Vertumno una divinità associata alla Dea Pomona.

Erano due feste molto importanti di cui si sa relativamente poco ma che avevano in oggetto due divinità interessantissime.

Isia era la festa dedicata alla Grande Dea egiziana celebrata dal 28 Ottobre al 3 novembre. Iside la cui originaria associazione con il dio Osiride, fu sostituita dalla dinastia tolemaica con quella del dio Serapide. Venerata come madre e sposa e protettrice dei naviganti, si diffuse nel mondo ellenico, fino a giungere fino a Roma. Grande impulso lo dette Cleopatra quando giunse nella capitale con il vittorioso Cesare che le concesse di edificare nel suolo vari templi. In breve, il culto di Iside conquistò molta gente, un particolar modo le matrone. Verso l’88 a. C. era in funzione a Roma un collegio di pasthopori, ossia una confraternita di sacerdoti che portavano nelle processioni piccole edicole con immagini divine della Dea.

Talvolta la Dea fu assimilata a molte divinità femminili locali quali Cibele, Demetra e Cerere e molti templi furono innalzati in suo onore. Il più famoso fu quello di File, l’ultimo tempio pagano a essere chiuso nel VI secolo. Durante il suo sviluppo il culto si distinse per processioni e feste allegre e ricche e perché al contrario dei templi pagani, i fedeli potevano entrare e pregare nel tempio che era più grande e ornato.

Le sacerdotesse della Dea vestivano solitamente in bianco e si adornavano di fiori; a Roma, probabilmente a frutto dell’influenza del culto autoctono di Vesta, dedicavano talvolta la loro castità alla Dea Iside. Sull’Appia antica c’è un sarcofago con 4 effigi: sopra quella dei genitori, sotto quella della prima sacerdotessa di Iside, ma al suo fianco non ha una figura maschile, bensì l’umbone solare, il simbolo del maschile interiore ritrovato, dunque casta e senza marito, ma completa del suo maschile in sé stessa.

La festa in onore della Dea Pomona e di Vertumno

Accanto a queste feste, ne esisteva un altra, molto sentita, dedicata alla divinità Pomona, la Dea dei frutti e dei semi. Motli studiosi rintracciano, dunque in queste manifestazioni di culto le antiche origini di Samahin/Halloween

Il nome della dea Pomona è la crasi tra pomorum, genitivo plurale di frutti, epatrona, signora. Del resto pomo è il termine che si usa anche in italiano per indicare alcuni frutti, in primis la mela. Pomonalia invece era la ricorrenza che ogni anno, il primo novembre, in epoca di raccolta per l’appunto, gli antichi Romani festeggiavano in suo onore offrendole in dono delle mele e sperando di propiziarsi la fertilità. Su questo culto mancano notizie particolareggiate, ma è certo che esistessero sacerdoti preposti, i cosiddetti flamini pomonali. In compenso Ovidio nelle sue Metamorfosi ha raccontato dettagliatamente e tramandato fino a noi il mito di Pomona e Vertumno. Quest’ultimo, oltre a essere il compagno della dea, era anch’egli una divinità e condivideva con “la signora dei frutti” le Vertumnalia, festa del raccolto a lui dedicata il 13 agosto di ogni anno.

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Conclusioni

Con il cristianesimo, tutte queste festività si raccolsero sotto la tradizione del 1 Novembre. Tramite l’uso del sincretismo, la chiesa cattolica poté far propri gli influssi delle culture soppresse, senza che il passaggio dal paganesimo al monoteismo parziale, avesse una connotazione eccessivamente crudele. Con la sua ansia totalizzante, il cristianesimo cattolico ebbe l’accortezza di, non soltanto convertire a forza laddove era necessario, ma di convincere le popolazioni autoctone che , in fondo le loro festività avevano già un importante cristiana e che alla luce del cristo tutto assumeva una dimensione salvifica dall’errore del politeismo, un errore nato per semplice ignoranza.

Anche il mundus pater passò alla fine di ottobre quando il lavoro nei campi era terminato e si cessava ogni attività agricola e pastorale. Il giorno prescelto cadde a quello antecedente il primo novembre e si sovrappose alla festa di ognissanti cattolica mentre il due novembre fu istituita la festa dei defunti, pallido ricordo degli antichi riti in onore degli antenati.

Oggi la chiesa cattolica risulta infastidita dalla recrudescenza della ricorrenza di Halloween, infastidita da un fiero e testardo riappropriarsi delle antiche radici. Ne lamenta l’origine straniera e estranea quasi un diabolico attentato alla verità professata per secoli. Ma il mundus pater era una ricorrenza prettamente romana tanto che le leggi dell’impero consentivano la magia nei cimiteri o in altri luoghi purché non venisse fatto a altri. Il tentativo di sopprimere una religiosità antica considerata fautrice del caos non è del tutto riuscita. Le nostre radici sono troppo profonde, troppo secolari per essere del tutto cancellate. Il nostro bagaglio culturale è profondamente legato a popolazioni che sembrano dimenticate ma che sono vive nel nostro ricordo più remoto. Una di queste è la civiltà etrusca, misteriosa affascinante e intensamente nostra.

Note

1 . Il termine Mani ricorda molto il termine che l’antico animismo dava alle forze energetiche che animavano il mondo: Mana. In questo caso però mani aveva una connotazione etica specifica, ossia veniva a identificare energie positive distinguendole dalle distruttiva. Questa variazione fa capire la portata del cambiamento ontologico che avvenne nell’antica Roma dove il dualismo netto separò la realtà monistica delle popolazioni primitive, preparando il terreno per l’invasione delle antiche idee caldee.

2. Durante i secoli queste variarono dalla cremazione al rito inumatorio (IX sec.) fino alla sepoltura con tanto di corredo funebre facendo delle tombe delle vere e proprie abitazioni (IV seco a. C.)

 

3. da cui l’aggettivo ferale da fers offerte.

 

4. Per trovare il centro da cui partisse questo Mundus, venivano innalzati due assi ortogonali disposti a cerchio, che i romani avrebbero poi chiamato cardo (l’asse nord sud e decumano, l’asso est-ovest. Nel punto centrale veniva scavata la fossa rivestita di carattere sacrale di collegamento tra le due realtà.

5divinità che rappresentavano anche gli spiriti degli antenati e tutelavano la città e i suoi abitanti,

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