“Templari e Rosacroce. L’ordine di Oriente” di Domizio Cipriani, Bastogi libri. A cura di Alessandra Micheli

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Per molti ricercatori esiste un solo dio: quello del fatto accertato.

Quindi nessuno spazio per teorie eccessivamente ardite, o addirittura eretiche che viaggiano sui binari del dato non dimostrabile.

Ogni teoria deve essere granitica ed è il dato che si deve adattare a essa e non il contrario.

Questo rende il panorama della saggistica quasi una ripetizione pedissequo di idee acclamate come autorevoli e quindi di autori assolutamente accettati dai paradigmi scientifici.

Capite bene che ,a volte, questa ottusità priva di innovazioni.

E siccome la saggistica di occupa di fatti umani, di faccende che scaturiscono dalla nostra visone delle cose, ogni tanto un autore più innovativo e persino folle serve.

Perché i folli come Sitchin, come Gardner non fanno altro che individuare un dato essenziale che ogni scienza deve render caro: il residuo logico. Tante storie e persino tante filosofie nascondo una parte esoterica.

Nel senso di nascosta e nel senso di generata dalla parte oscura di noi stessi, laddove si annidano impulsi, emozioni, bisogni e persino archetipi. E’ ovvio che persino la storia essendo comunque derivata dalla nostra percezione ha una parte svolta e una parte segreta, no per nulla il nostro Balzac ne era convinto:

Vi sono due storie: la storia ufficiale, menzognera, che ci viene insegnata, la storia ad “usum delphini”, e la storia segreta, dove si trovano le vere cause degli avvenimenti, una storia vergognosa.

E forse la seconda storia è quella che ci insegna di più sui meccanismi strani e straordinari del suo protagonista principale: l’uomo strano essere fatto di mente, intelletto istinto e emozione.

E cosi ogni ricercatore dovrebbe tendere alla comprensione dei dati meno evidenti, anche quelli non supportati da dati storici per comprendere dietro il mito le ragioni che ci spingono a sognare, sperare ma anche a manipolare.

Ed è in quel dato occulto che la vera storia si svela e che possiamo iniziare a comprendere il vero cammino dell’uomo.

Gli appassionati di storia sono spesso snob.

Troppo incentrato sul fatto documentato, tanto da scordare che ogni cosa descritta è frutto di una percezione influenzata non solo dal carattere ma dia miti che fondano lo stesso.

A tal proposito mi permetto di ricordare una frase estrapolata dalla mia tesi di laurea:

I miti, le filosofie, le costruzioni sociali in cui la nostra vita è immersa, acquistano credibilità via via che diventano parte di noi. Bateson ci ricorda che è verso questi miti, verso queste attribuzioni di significato, che siamo responsabili poiché questi forgiano il nostro futuro. Tutti noi, in particolare filosofi ed educatori, sono responsabili verso le risposte che essi danno all’enigma della sfinge

Per essere responsabili, dunque di questi miti bisogna conoscerli.

E per conoscerli anche uscire dalla comoda zona di comfort e avvicinarsi a un terreno impervio strano e inquietante laddove persino gli angeli esitano: il campo della stravaganza.

Ecco perché non è interessante comprendere la vera genesi storica dei templari quando studiare tutte le suggestioni che la loro segretezza ha scaturito.

E’ da quella visione ammantata persino su superstizione che il vero ricercatore può comprendere non solo il passato ma anche il presente.

E persino l’essere umano chiamato uomo.

Templari, massoni, persino i rosacroce, hanno in loro, nella loro essenza le basi della storia religiosa umana.

La certezza della scoperta di arcani manufatti è la certezza che l’essere umano tende non solo alle faccende macchiavelliane del potere ma tende a incontrarsi.

E dominare il numinoso.

Un mondo sovrannaturale nato in seno alla propria anima e partecipe di cicli naturali ma al tempio stesso straordinari, cosi come straordinaria è la mente.

La stessa alchimia il processo che per eccellenza.

Fa parte di ogni teoria magico esoterica, non è altro che il racconto del percorso dell’anima, della coscienza e persino delle idee.

E se consideriamo il mondo, come lo considerava Gregory Bateson ossia prodotto dell’attività neuronale, non possiamo assolutamente esimerci dall’indagare anche i libri più controversi e schifati dalla noiosa élite intellettuale.

Perché dobbiamo credere od è intrigante credere alla realtà di manufatti magico (tipo l’arca o il graal o la realtà della sindone).

Perché ci affascina l’idea d una creazione aliena dell’uomo?

Cosa c’è di cosi strabiliante per noi nei misteri del DNA tanto che esso è considerato la base della sacralità del cristo, cosi come spiegato da Gardner?

Perché il Graal e la sua leggenda oggi continua a stuzzicare il nostro interesse?

Dalla storia concreta e acclamata come realtà stiamo evitando l’altra faccia della lunga l’illogicità, lo straordinario e l’eresia.

Eppure è in quelle zone d’ombra che ci cela la vera e totale comprensione del mistero umano: essere dedito alla carnalità con quella strana sete d’infinito.

Credo che il testo di Cipriani debba essere analizzato in questo senso. Lasciate da parte la razionalità e immergetevi in un mito, in una zona pericolosa forse, ma ricca di nozioni indispensabili per la nostra rinascita non solo come soggetti attivi di un mondo divenuto nuovamente poco intellegibile, ma anche come esseri strani, capitati per qualche bizzarro scherzo del destino in un mondo che splende ma che ci ricorda quasi con dolore nostalgico qualcosa di ancora più immenso e grande, chissà un paradiso perduto o una dimensione dell’io dimenticata.

Che cos’è l’uomo che Tu te ne curi? Perché l’hai fatto un po’ inferiore agli angeli e l’hai coronato di onore e di gloria..”

Salmo 8 v.v4-8

 

“Un cucciolo a sorpresa” di Melody Carlson, Newton e Compton. A cura di Alessandra Micheli

 

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Il natale sta bussando alla porta.

Lo incontro per le strade, nei supermercati addobbati a festa.

Lo vedo nelle offerte, nei film persino nei libri che si preparano a immortalare con le parole, la celebrazione di rinascita del sole.

Lo vedo nelle pubblicità.

Ma non riesco più a vederlo nei volti della gente.

Troppo dolore percorre questa terra.

Il candido fiocco di neve e l’allegro scampanellio delle campanelle si scontrano con le urla straziate dei bambini, delle donne degli uomini e il sangue è ormai il colore dominante dei fiumi.

Non c’è allegria nei volti che incontro.

Esiste paura, frustrazione, tanto dolore.

Ma nessuna pace promessa da un bimbo nato in una grotta o da un dio fanciullo, capace di far sorridere di nuovo il vecchio re agrifoglio.

E cosi cammino per la strada, senza avvertire quel calore che sentivo da bambina quando, l’emozione, mi chiudeva in un groppo la gola.

E incapace di esprimere a parole la magia, mi addormentavo sognando renne e rubicondi elfi. Sognavo un mondo fatto di trotterellanti coboldi e di bellissime fate dei ghiacci.

Cosa ci resta da sognare?

Noi come Betty siamo troppo impegnati a difendere il nostro territorio. Dagli altri che ci minacciano con la loro incognita.

Ecco che il giorno di Natale diviene solo una propaganda per le multinazionali.

Una data soltanto.

Troppo presi da noi stessi e dai nostri limiti o peggio dalla mancanza.

So che a natale ogni dolore sembra accentuarsi.

Sembra ingigantito.

E ogni perdita si fa voragine.

Io non sono cattolica.

E forse neanche una vera credente.

Ma so che Natale non è solo una parola, né una data, né una tradizione. Natale è il momento in cui il sole dopo la lunga notte di novembre inghiottito dall’oscurità, riesce a vincere e emergere sorridente, per ridarci quel calore agognato.

So che il 21 dicembre è il giorno più lungo, quello magico in cui la terra inizia il suo lento cammino di rinascita che culminerà a pasqua.

Non è solo astronomia.

Dopo il periodo di sonno, la terra torna a sussurrare.

Potete avvertilo se chiudete gli occhi.

Potete sentire il suo respiro se per un attimo abbandonate la cacofonia della routine e osservate, semplicemente un prato.

Brullo forse, senza quell’erba fresca.

La terra respira e sotto questo magico periodo inizia a ridacchiare.

Il seme addormentato inizia a farsi piano piano strada.

E la neve come una coperta amorevole lo abbraccia, curandolo affinché emerga forte e brillante, con quel colore verde che sembra illuminare tutto.

Persino a Roma, persino tra il cemento la magia si compie.

Magari in un vaso, in quel parco che noi ignoriamo.

Natale cosi diviene reale e diviene parte dell’eterno ciclo della vita.

E persino quel dolore cocente che si prova, quello che arriva perché dio ha deciso di portarsi qualcosa via con se, diviene soave e lieve, come il fiocco di neve cantato dalla canzone.

E cosi la notte silente ci fa rinnovare la promessa eterna con quel qualcosa che ci ha tanto amato da renderci in grado di resistere a ogni sferzata, a ogni cambiamento a ogni ferita.

La promessa di risorgere, nonostante tutto.

E cosi Betty con noi risorge.

Si apre all’altro e toglie i suoi ristretti confini.

Accoglie l’amore che discende dall’alto e lo vede quando sentiva cosi forte la solitudine da essere convinta che dio dormiva, troppo impegnato a sognare per starle vicino.

Dio in questo testo arriva sotto forma di uno straniero da conoscere.

Di un cucciolo che ti guarda e ti costringe a uscire da te stessa.

Magari a noi arriverà in altro modo.

Ma arriva.

E se non lo sentite perché troppo indaffarati, perché avete ferite profonde, lasciate che ve lo insegni io.

Anche se il mio cuore sanguina e sente tanto una mancanza.

Basta solo aprire il cancello di noi stessi e vivere questa vita come un avventura.

In cui i personaggi ogni volta compito il loro compito, una volta trovato il loro graal tornano a casa, nella loro corte.

E ti lasciano convinti che riuscirai anche te a trovare il tuo premio.

Un bacio di una fanciulla, la gloria della battaglia vinta.

O una coppa per bere e trovare sollievo al cuore.

Betty lo trova tornando a essere utile e a provare compassione e amore. Togliendosi ogni paura e ogni diffidenza.

Aprendosi all’altro anche se l’altro è un piccolo cane sporco e marroncino.

Allora forse natale non sarà più una rottura di palle ma una prova superata.

E forse nei cuori di chi incontro troverò, finalmente un sorriso.

E tu da lassù sarai orgogliosa perché continuerò a sognare come quand’ero bimba.

****

Per Francesca

che mi ha insegnato a sentire il respiro della terra.

“A dolor del vero” di Ilaria Chinzari, Book Road. A cura di Alessandra Micheli

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Quando ho ricevuto il libro da Ilaria Chinzari mi sono detta: la recensione a questa fantastica donna devo assolutamente scriverla.

Perché Ilaria è stata la mia insegnante di inglese.

E con tutto quello che le ho fatto passare, beh un minimo di scuse erano doverose.

Non potete immaginare la mia ritrosia verso le lingue.

Un odio sviscerale contro il povero innocente genitivo sassone e il past continuos che ancor oggi non ho capito quando va inserito in una frase. Mi spiace Ilaria.

Tu sei stata bravissima ma io un’alunna tarda.

Il mio unico problema era relativo a una questions (non tutte le tue lezioni sono state un fallimento come noti).

L’inglese è una lingua logica, molto scarna e poco si accosta con la mia idea di letteratura.

Come poteva allora convivere un anima razionale con una dedita alla creatività pura?

E’ il mio dramma.

Una mente che prende il sopravvento sull’istinto, relegandomi al ruolo, dignitoso certo, ma un pochino invidiosa, di spettatore della parola scritta.

Semmai di suoi umile portavoce.

Eppure, in fondo ogni idioma contiene una sua musicalità che dona il ritmo al libro trasformandolo quasi in un pentagramma.

Basta saper decifrare questo astruso codice che emerge la melodia portante del testo.

Ilaria è un grande Talento.

E nel suo testo le melodie sono diverse, mille eccentriche sfumature dell’arte, che danno vita ai personaggio come se essi fossero in realtà vivi e fatti di carne.

Da quelle soavi e al tempo stesso arrabbiate della Mannoia in Siamo cosi, a quelle nostalgiche e tristi di De Gregori ( la storia siamo noi).

E cullata da questi diversi ritmi mi sono lasciata sedurre dal libro.

A dolor del vero.

Due parole che si abbracciano e si intersecano dando vita a una storia che è, purtroppo, storia di giorni nostri.

Storia segreta perché troppo difficile da sopportare, la cui vista distrugge il nostro perfetto ideale.

Una storia recente eppure per molti lontana, che prende vita negli anni confusi del fascismo e della sua disfatta.

E’ un periodo in cui le contraddizioni iniziano a colorare di grigio ogni sfaccettatura umana: non esiste il malvagio in assoluto tra i contendenti, pedine di poteri folli che tentano di acquietare un anima ferita, ossessionata e permeata di insicurezza.

Persino il mostro dalla cui malsana mente è scaturito l’orrore, non era altro che un frustrato incapace di convivere con i suoi insuccessi.

La banalità del male, ancor più terrificante dei demoni o dello stesso satana.

L’orrore della scelta, della vendetta contro non si sa bene chi o cosa, identificato con un popolo, una religione un diverso, specchi deformato delle proprie negatività.

E’ tutto qua l’orrore racchiuso nel nazismo, e nella perversione dei suoi sostenitori.

Nulla di esoterico, seppur l’esoterismo ebbe una fondamentale importanza.

Solo l’incapacità umana di accettare e accettarsi il vero orribile mostro da cui dovremmo, anche oggi sfuggire.

Anche adesso, leggendo l’orribile storia del Burgi, capiamo come sia stato possibile annichilire le coscienze: la banalità dell’uomo qualunque non fa altro che mascherare i suoi tremendi impulsi acquietati sotto la superficie di salvatore di patria.

Basta una scintilla per far si che gli sterpi accumulati da ciascuno di noi, divengano fuoco da cui niente e nessuno può scappare.

L’aveva capito la Arendet mettendoci sull’avviso del peggiore dei disastri che l’essere umano compie, quello di coprire con uno strato di rassicurazione l’egregora creata da tanti, troppi non detti.

E cosi una semplice, banale ( ancora questa parola che inizia a contenere in se il terrore più cupo) diventa un anello della catena dell’odio.

Una semplice relazione, come tante oggi, resa ancor più minacciosa dalle implicazioni sociali di un epoca che si stava sfaldando, annichilita e sottomessa dai suoi stessi errori.

E cosi il contesto diviene maestro, e non certo un buon maestro.

Diviene il demiurgo che muovendo i fili istiga i destini e li scrive con feroci parole indelebili.

Diviene il giocoliere che incita lo stolto a una stantia ribellione.

Diviene l’abisso che richiama con toni suadenti il malcapitato.

E cosi il non detto, il taciuto crea una reazione a catena che si propaga dai nostri giorni invadendo le vita del presente.

E cosi che la protagonista si trova di fronte a un bivio: sapere o non sapere?

Andare alla scopetta della verità anche qualora mettesse in pericolo le acquisite certezze?

L’amore al tempo della guerra è un amore ostacolato.

Non si può mettere a repentaglio l’onore con chi non assicura un futuro stabile.

Perché la stabilità diviene chimera e al tempo stesso valore.

La retta via non può lasciarsi sedurre dalla tentazione.

E cosi l’apparenza, il buon nome regna sovrano, rendendo più pesante il divario già esistente in senso a una società agonizzante a cui la guerra e l’autoritarismo fascista da il colpo di grazie.

E cosi in tempi tribolati è la certezza di un futuro roseo protetto dalla rispettabilità che diventa un valore assoluto anche quando esso cozza con i sentimenti, con i desideri, con quella voglia di immaginazione che fa dei giovani il motore propulsivo verso un futuro diverso.

Ma è un miraggio.

Quello che conta è il presente, l’oggi in cui privi di tutti i diritti, del benessere che arriverà allegro solo negli anni 50, dettare le sue ferree regole infischiandone delle proteste e dei tentativi disperati di chi vorrebbe una speranza di felicità.

Nel testo di Ilaria la felicità è solo una parola, un illusione. La coscienza che bisogna sopravvivere ammanta di una cappa soffocante anche il nostro tempo che resta vittima di quel passato creato non soltanto dal contesto, dalle coincidenze ma anche dall’incapacità su sublimare l’odio e trasformarlo in possibilità.

Il Bragi semplicemente resta vittima della stessa violenza che subisce, fino a usarla come metodo per rivendicare il proprio essere schiacciato e sopraffatto dal perbenismo.

Ecco che il risultato di quei tempi disperati è semplicemente un odio che non riesce a essere sconfitto.

L’odio della società tedesca riunita attorno a un pazzo vittima di sue frustrazioni personali.

Odio nella società italiana che seppur stato di fatto, non riesce a essere davvero popolo.

Vittima di una società che deve dividere in accettati e devianti, per potersi mantenere intatta.

Vittime di tabù sociali che non migliorano anzi rendono ancor più profondo l’odio.

Odio per una vita difficile, priva di soddisfazioni tutta concentrata sul sopravvivere.

Ma come può un uomo, fatto di mille importanti e magici fili, accettare soltanto di sopravvivere?

E’ dal passato che si arriva alla scelta finale, quella che deciderà davvero i destini: rivelare i misteri occultati da troppo tempo o scegliere di cambiare rotta’

Ma come si può davvero cambiare rotta senza che la verità liberi?

Dal baratro del passato il presente può salvarsi solo se si decide di abbandonare l’odio, il risentimento e la vendetta.

Ed è una storia di redenzione, ma incompleta.

Perché senza riscoprire gli scheletri troppo tempo occultati, senza dare voce alle anime intrappolate nella macchina assurda del compromesso, nessuna reale redenzione, forse è possibile.

Il vero è dolore.

A dolor del vero è un uragano che ci pone davanti a noi stessi. E’ la scelta tra verità e benessere effimero.

Ma tutto senza una vera condanna: è semplicemente la scelta dell’umana fragilità tra proteggere per mantenere salda e intatta la propria anima o svelarlo, mettendo a rischio se stessi e tutto ciò che si è costruito.

Un libro sofferto, bellissimo che invita a guardare non soltanto gli eventi passati ma alle ragioni che quegli eventi hanno racchiuso.

 

Blog tour “Il club PS, i love you” di Cecilia Ahern. Il nostro blog presenta la tappa Il difficile compito di dire addio”. A cura di Alessandra Micheli

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Quando ho capito di cosa trattavano i libri di Cecilia Ahern lo confesso, volevo tirarmi indietro.

Era troppo recente la mia perdita per parlarne.

Troppo cocente il dolore silente che mi portavo appresso.

Ne ero gelosa.

Era profondamente mio e forse l’unico modo per trovare mia madre dentro di me.

La onoravo piangendo da sola, la onoravo con quello strazio che stringeva come una morsa il mio cuore.

La onoravo con le canzoni piene di nostalgia.

O semplicemente odorando i suoi vestiti.

La notte era il mio palco.

Solo allora potevo sfogarmi, con cupi ma melodiosi lamenti, mente di giorno sfoderavo un bel sorriso, mi armavo di coraggio e scendevo tra la gente.

Quando dicevo “sto bene” era una mezza bugia.

Stavo bene perché la stringevo a me, incapace di lasciarla andare. Scrivevo lettere in cui la rimproveravo anche di avermi lasciata troppo presto, senza un vero motivo.

In fondo, era una donna radiosa e con la sua cacofonica personalità, ingombrava piacevolmente la vita di ciascuno di noi.

Era immensa, un carattere indomito che spesso metteva alla prova la mia stoica riservatezza.

Era mia madre, imperfetta e bellissima, regale e umile, con quello sguardo che sembrava scivolare addosso a cose e persone mentre in realtà le scrutava in profondità.

Io ero diversa.

Più ombrosa e più difficile al contatto umano.

Eppure entrambe eravamo parte della stessa luna.

Lei la mia parte luminosa e io la sua parte più oscura.

In fondo, è questo che fa una madre.

Non solo prepararti alla vita, ma attraverso anche la differenza aiutarti a nominarti ogni volta, fino a trovare il nome definitivo.

Lei era il mio angelo guerriero, quello che lottava con me nella tenda di dio e mi definiva, ogni volta.

Finché poi non sono riuscita a ottenere il mio nuovo nome e a accompagnarla per quel meraviglioso tratto di vita fatto solo di raccolto. Un raccolto arrivato troppo presto, troppo repentino.

E come potevo io scrivere di come potersi dire addio, se in fondo non sono mai davvero riuscita a farlo?

Poi ho guardato negli occhi Marianna.

Cosi fragile e forte, con quella sua voce delicata che descriveva le stesse sensazioni che avevo io, soltanto che, nella mia abituale solitudine, avevo iniziato a elaborare per trovarne delle risposte.

E mi mancava l’ultimo, importante pezzo, quello che avrebbe completato il mosaico.

E sapevo che dovevo farlo.

Per me e per Marianna.

Ecco che scrivere un articolo sul difficile compito di dire addio, significava svelarvi un po’ di me e regalarvi un dolore che non ho mai vissuto male, al contrario di Holly.

E che forse, leggendo il secondo libro anche Holly, ha trattato come qualcosa di favolosamente unico, un dono, un regalo spesso incompreso.

Vedete noi sulla morte non abbiamo potere.

Possiamo procrastinarla più e più volte, farci carico di una maniacale cura di noi stessi.

Abbindolarla, nasconderci, scappare e restare immobili in attesa che passi senza guardarci.

Un po’ come quando alle superiori tentavamo di diventare invisibili, sperando che il terrificante professore, non scegliesse noi per interrogarci.

E invece la morte non si può gabbare.

Con mano soave nonostante a noi appaia altro, allunga la mano.

E spesso, troppo spesso essa viene stretta, perché la luce, la serenità che promette e ancora più grande di questa vita.

E’ quello che chi resta rinfaccia a chi decide di andare via.

Perché si sente cosi inutile, cosi fragile da non essere stato abbastanza per chi amava.

E cosi che mi sono sentita io e sono sicura si è sentita anche Marianna e ognuno di voi che si è trovato in questa situazione.

Come mamma, non mi amavi abbastanza da resistere al richiamo di quella voce?

Per quanto soave, per quanto favolosa, per quanto ricca di pace.

Io sono tua figlia e sto qua nel caos in cui mi hai lasciata.

Ma poi a mente lucida mi chiedo come si può resistere al richiamo della vera vita.

Perché fidatevi la morte e ve lo dico io che l’ho tatuata a fuoco sulla mia pelle, non è altro che una porta.

E l’universo a cui conduce è qualcosa che noi possiamo solo avvertire con i sensi.

Qualcosa di cosi sereno, di cosi intenso che neanche il nostro amore può bastare.

E’ come ritrovare la tua vera identità, di ritrovare il tuo vero scopo. Tornare davvero a casa.

Perché so e sono sicura che in quell’istante mia madre ha capito cosa le è mancato.

Perché qualcosa a noi manca sempre.

L’ho avvertito in un giorno in cui vagavo con un groppo in gola e tanti perché nella testa.

Era appena piovuto e il cielo si apriva in uno squarcio in cui tra nuvole nere che sembravano eleganti palazzi sembrava di vedere un prato immenso, una distesa di luce.

E’ li ho visto lei.

Era bellissima e passeggiava con la sua odiosa aria regale.

E c’era anche il papa di Mari che sorrideva.

E lasciava a me il compito oggi di dirlo.

A lei, a voi, a ogni persona che ha subito un lutto.

Loro sono li, sospesi in un limbo di cui non posso descriverne la bellezza.

E’ stato in quell’istante che ho capito che dovevo lasciarla andare.

E che lei aleggiava in mille frammenti di energia nell’aria e si posava sul mio cuore, riscaldandolo anche nelle notti fredde.

E che era semplicemente decisa a vivere la sua vera forma.

E cosi che succede.

Per quanti sforzi facciamo per non credere, trastullandoci tra rabbie a urli disperati.

La verità è che loro sono li, sussurri dietro il velo, risate per chi svela il segreto, sussurri tristi per chi è ancora in procinto di farlo.

Ci credono tutti.

Credenti perché per loro si chiama paradiso.

Atei perché per loro nulla si crea e nulla si distrugger.

Per me che oggi prendo l’eredità della meravigliosa donna e inizio a sorridere, distribuire abbracci (non tanti perché non posso cambiare la mia natura) o semplicemente raccontando questa mia piccola esperienza.

O consigliarvi un libro che racconta un po’ le stesse cose che racconto io.

E allora, farsi dono, anche solo parlando un po’ di se e dividendo con gli altri il prezioso dono del dolore, ci aiuta a abbracciare quella morte che ci terrorizza.

Solo perché non abbiamo su essa il giusto controllo.

Non siamo noi a chiamarla, né noi a impedirla.

E lei che arriva e ci dice ho da raccontarvi delle storie.

Ma per farlo devi assolutamente lasciare questa stupida materia, le stupide diatribe di ogni giorno, le nostre stupide ossessioni e imparare a vedere di nuovo nel cielo palazzi eleganti e praterie infinite.

Non c’è un modo per dire addio.

E non ve lo insegnerò ne io ne Cecilia.

Possiamo però dirvi che nel momento in cui lascerete andare, l’abisso oscuro si riempirà di fiori.

Ve lo prometto.

Ve lo assicuro.

E allora non sarà difficile dire addio.

Perché non sarà mai un addio ma un arrivederci.

Arrivederci mamma

E non fare troppo casino mi raccomando.

****

Per mia mamma che mi sorride da quelle lontane stelle

per mio papà che mi sorride qua su questa stralunata terra

per mio fratello le cui silenziose lacrime brillano più dell’oro

e per Marianna che stringe la mia mano, adesso mentre scrivo.

La rubrica Riflessioni sulla letteratura presenta ” Perché la fantascienza?” A cura di Alfredo Betocchi

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Parlare della fantascienza potrebbe sembrare facile a una persona disattenta, informata superficialmente dalle notizie che cinema e televisione, a volte, diffondono in proposito.

A dire il vero, l’argomento ha implicazioni psicologiche e di costume molto profonde e non è certo questa la sede per analizzarne tutti i suoi aspetti, tuttavia la materia è intrigante, coinvolgendo in essa quasi tutte le attività umane con le sue paure, le manie, le speranze e le attese.

Nel genere letterario della Fantascienza possono trovarsi un po’ tutti gli altri generi: dal Giallo al Comico, dal Romanzo d’Amore a quello Storico. L’Autore di Fantascienza, essendo il creatore della sua opera, la può plasmare a piacimento, inserendo all’interno qualsiasi stile.

Si può affermare che la Fantascienza è nata con l’uomo: cosa sono, infatti, i miti più antichi, in ogni parte del mondo, se non superbe invenzioni nelle quali Dei, monarchi, animali mostruosi o luoghi irreali evocano nei popoli immagini fantastiche?

Quelle storie nulla hanno da invidiare alle moderne avventure di astronavi e alieni tra pianeti sconosciuti che tanto appassionano i lettori.

La base di tutto, la molla che muove la fantasia umana è l’insopprimibile volontà di sopravvivenza e di affermazione. La vittoria sul “cattivo”, la difesa della propria specie ma anche l’anelito di conoscere, di scoprire, di lanciare nuove sfide oltre l’orizzonte, per poter dire: «Io sono colui che sa, perciò sono il vincitore!»

La vita ci ha insegnato, purtroppo, che spesso siamo perdenti, che la crudele società ci usa come birilli, sballottandoci qua e là, immergendoci nel grigio tran-tran quotidiano tra le nostre frustrazioni esistenziali (bollette, tasse, seccatori d’ogni genere, file interminabili in autostrada sotto il sole, ecc.).

Per fortuna abbiamo ancora un’arma, l’ultima: la Fantasia.

L’uomo ha brandito quest’arma sin dai suoi albori, inventando e sbaragliando i tetri fantasmi del duro vivere quotidiano. A partire dal 3200 a.C. quando a Ninive, capitale degli Assiri, fu incisa su cilindri di terracotta la storia del re Etan che volava felice attraverso i cieli; poi in India, nel romanzo “Ramayana”, che descrive i viaggi extraterrestri del mitico principe Rama e delle guerre che Dei buoni e cattivi intraprendevano su gigantesche macchine volanti che sputavano orribili fiamme.

Generalmente, ai nostri tempi, si fa risalire l’origine della fantascienza moderna allo scrittore francese Jules Verne (1828-1905). Questo scrittore, a differenza dei predecessori (ricordate il Barone di Munchausen e l’Orlando innamorato sulla Luna?), aggiunse un tocco di tecnologia ai suoi racconti indimenticabili (20.000 leghe sotto i mari, Dalla Terra alla Luna, ecc), rendendo plausibili ai lettori le avventure dei suoi personaggi, non più esseri fantastici ma uomini e donne in carne ed ossa. Egli si dilungava in spiegazioni tecnico-meccaniche dei mezzi usati dai suoi protagonisti per affrontare le loro incredibili avventure.

Nel ‘900, la paternità del genere detto “Fantascienza” spetta sicuramente all’inglese Herbert George Wells (1866-1946). Chi non conosce romanzi come “La Guerra dei Mondi”, “La macchina del Tempo” o il famosissimo “Uomo Invisibile”?

Dopo di lui vi sono stati autentici giganti della letteratura fantascientifica; un nome per tutti, Isaac Asimov (1920-1992). Questo scrittore ha scritto, per la fantascienza, praticamente di tutto: nei suoi romanzi, (celeberrimo il ciclo della “Fondazione”) si trova ogni genere letterario: dal giallo (nella serie “I Robot”) al romanzo storico, a quello d’amore e al saggio politico.

La Fantascienza ha saputo anche evocare nella gente superstizione e terrore con i suoi racconti plausibili di pestilenze, di diluvi, di catastrofi cosmiche, di paura per alieni aggressivi. Ha dato tuttavia alla Scienza, quella vera, l’impulso per affrontare nuove prospettive positive, obbligandola ad inventare e a sperimentare strumenti utili per l’umanità.

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Da quest’impulso è nato, per esempio, il Progetto SETI che si propone di cercare, con l’ausilio di tutti i volontari astronomi dilettanti del mondo, altre “voci” nell’Universo che non ci facciano sentire troppo soli.

Ha convinto pure gli astronomi a puntare con decisione i telescopi su stelle vicine e lontane e a scoprire più di tremila pianeti extrasolari. Grazie al successo mondiale del genere letterario della fantascienza, nessuno più dubita che un giorno troveremo un’altra Terra e, forse, esseri viventi con cui confrontarci.

 

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I voli di fantasia di tanti scrittori hanno rimosso nella gente i sospetti verso la tecnologia, facendone accettare, non ostante i tragici errori (Chernobil, Fukushima !), le invenzioni più ardite, impensabili solo cinquat’anni fa (I-pod, nuove leghe metalliche, cellule staminali e, forse, la riproduzione della Vita…!)

Vorrei aggiungere un elenco dei soggetti connessi al genere della fantascienza:

  1. La conquista dello spazio nel nostro tempo.
  2. La conquista dello spazio in un futuro remoto.
  3. L’invasione del nostro pianeta da parte di alieni ostili.
  4. L’invasione del nostro pianeta da parte di alieni messaggeri di pace.
  5. La guerra atomica.
  6. Storie ambientate dopo la fine della guerra atomica.
  7. I mutanti.
  8. La guerra galattica.
  9. La vita dell’uomo sulla Terra in un futuro remoto (implicazioni morali e sociali).
  10. La vita degli uomini di mitiche civiltà scomparse (Atlantide, Mu, ecc.).
  11. L’uomo alla conquista dell’immortalità o dell’onnipotenza.
  12. La cibernetica (robot o calcolatori, amici od ostili).
  13. La telepatia, l’invisibilità e altre manifestazioni parapsicologiche.
  14. Paradossi della fisica (buchi neri, universi paralleli).
  15. I viaggi nel tempo.
  16. Storie psicologiche di personaggi umani in ambienti alieni.
  17. Storie fantastiche di argomento medico (per es. “Viaggio allucinante”).
  18. Storie di fantasmi, buoni e malvagi, lupi mannari, vampiri e simili.
  19. Altri temi… che non mi vengono in mente ma che, se vengono a voi, fatemelo sapere…

 

 

 

L’Autore di questo articolo ha pubblicato una “Trilogia delle Streghe” e “Ramesse XI”.

 

“Tu sei musica” di Simona Bianchera, Panesi edizioni. A cura di Alessandra Micheli

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Una della mie canzoni preferite che riescono a descrivere, specie oggi la mia vita.

È senza dubbio Musica di Tricarico.

Una melodia struggente e sognante, che descrive come la vita in ogni sua sfumatura, bella e triste sia accompagnata dalla melodia.

Per ogni passo, per ogni sensazione sembra che le note parlino un po’ con te.

E di te.

Una chitarra imbracciata da un volto concentrato, magari diventa un amore giovanile, capace di diventare un po’ quell’ancora di salvezza nel marasma tormentato dei nostri quotidiani affanni.

E una voce sorride e magari con un tono strano,quasi rotto canta intessendo una malinconica malia.

E in quell’istante, proprio grazie alla musica alzi gli occhi al celo, quando sei triste e ti immergi in lui.

Per un attimo tutto si dissolve.

Di dolori che ti portano a scegliere l’oblio.

I dubbi.

I sospetti, il tuo strano inceppare.

La musica salva.

Irrompe dentro di te e ti aiuta a esprimere cosa le parole non possono dire.

Sono preghiere al cielo.

Sono urla nella notte buia, sono inni di speranza.

Quando sembra crollare tutto e assume sfumature tetre.

O quando con consapevolezza come Carlo comprendi i tuoi errori e da loro puoi risorgere.

O un amore che non è solo passione, voglia e sensualità ma che qua assume il volto remoto della musa.

Alaska il cui nome sembra cozzare contro una natura in realtà calda e piena di fuoco viene avvolta da un sentimento che va oltre l’affetto, l’amore stesso.

Daniel non è altro che una musa soave che la istiga a creare.

E in quelle pagine che apparentemente raccontano una storia come tante, quella che puoi trovare in ogni romanzo, diventa il simbolo di un qualcosa che appartiene solo all’infinito.

Quello raccontato dai versi eterni dei poeti cantautori, dal rock che ci avvolge e ci fa danzare sopra il tempo che assume i contorni dell’infinito. Che ci fa apprezzare piccoli dipinti, come istanti di attimi congelati da una mano impaziente di fissare qualcosa che va oltre l’apparenza, che va oltre la forma e che in fondo non ha forma come l’anima.

E ecco che la vicenda di Simona si snoda e danza, come solo la nota sa fare e diviene cantilena, nenia, ninnananna per questo cuore che stanotte si scalda, per la prima volta da mesi.

E che grazie a un libro, che forse pochi scruteranno nell’interno non è che una chiave per un altra porta e un altra dimensione.

E cosi leggendo e ascoltando le note di Tricarico la mia mente si immerge in ricordi suscitati dalla storia di Alaska che come quella terra fatta di ghiaccio, nasconde il calore che aspetta solo l’estate per rinascere.

E magari si perde in una memoria lontana, dove un altro ragazzo dagli occhi di brace abbracciava la sua chitarra donandoti in stellate calde notte d’estate la sua anima.

E chiunque riesce a strappare da questa anziana signora un ricordo, una lacrima di nostalgia, una qualsiasi emozione, non ha scritto soltanto un libro.

Ha semplicemente parlato alla mia essenza, permettendole di uscire da questo corpo limitato.

Tu sei musica. Tu lettore che leggerai.

Tu sperduto in un bosco ostile, che grazie al ritmo danzerai spargendo luce attraverso di te.

Review tour “Fuga di morte” di Sheng Keyi” Fazi editore. A cura di Alessandra Micheli

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Quando sono stata invitata a partecipare al blog tour di Fuga di morte la mia maggiore preoccupazione era riguardo all’ambientazione del romanzo.

Purtroppo, sulla Cina non sono assolutamente ferrata. Durante i miei anni giovanili (ricordi troppo lontani) ho solo avuto un impatto per nulla positivo con il libretto Rosso di Mao.

E nonostante ogni mia forza fosse diretta verso un ideale che potrei chiamare comunista, non riuscivo proprio a provare simpatia per quello strano ometto.

Il suo libro rosso era un concentrato di rigidità.

Molto difforme dal senso umanitario che ha sempre animato l’ideale propinato da Marx.

Il comunismo, ma ancor più il socialismo è nato in senso al sangue e al sudore. È nato in contesti estremamente difficili in cui alla faccia del grande Menio Agruppa non si collaborava.

Non si cooperava anzi i privilegi erano riservati ai pochi.

Lo esprime perfettamente Guccini con la locomotiva.

I borghesi, gli imprenditori, i ricchi insomma a gozzovigliare felici, rinchiusi nei loro palazzi.

Fuori il dolore, la povertà, la lotta per mantenersi prima di tutto vivi, anche a scapito della propria dignità. Basta leggere un Oliver Twist o un altro libro di Dickens per sentir crescere dentro di se una rabbia sana. Ma per nulla feroce.

Questo è stato il difetto della idea originaria: da amore si è trasformata in odio atroce, perpetuando gli stessi drammi però ammantandosi di utopia perfetta.

Cosi la Russia.

Cosi persino la Cina.

Leader di quell’idea che ai noi intellettuali sembrava salvifica, perfetta, come nel libro di Tommaso Moro o di Campanella e loro dei Santi incoronati di gloria capaci di rendere reale l’utopia.

E poi…Addio bandiera rossa.

La libertà che doveva essere la bandiera del comunismo, le pari opportunità, l’equità si sono perduta per strada, vilipese stracciata stuprate. Ecco che i carri armati hanno calpestato le strade di Praga.

Il sangue ha sporcato il suolo ungherese.

E fiumi di violenza si sono riversati su Tienanmen.

E’ l’unica immagine e della Cina moderna che non mi abbandona. Neanche ora che sto scrivendo.

Corpi e ideali uccisi da ghigni satanici.

Odore di polvere da sparo e sulfurei effluvi che partivano dalla sede dei palazzi, dove la libertà era vista come un anatema, un eresia da combattere.

Dove stava il mio bell’ideale?

Addio bandiera rossa.

Il 4 giugno 1989, fu la fine del nostro sogno.

Potevamo ignorare l’orrore russo.

L’orrore del partito.

Ma non fino a quel punto.

Non quando i cori di studenti furono un grido di orrore, furono lamenti di madri silenti.

Fu un popolo riportato con brutalità all’ovile.

E cosi il sogno del grande Mao, si rivelò quello che vera: una enorme immensa merda lasciata a marcire sulla piazza.

Tutt’oggi parlarne è un vero tabù.

Se per noi fu la goccia che fece traboccare il vaso, fu la rivelazione che l’ideale era divenuto ferrea e crudele ideologia, per loro fu solo una pagina di storia da dimenticare, per fingere e per poter andare avanti. Sheng Key non ci sta a dimenticare.

E seppur consapevole dell’ostracismo che ancora oggi, permea questa strano paese, cosi ricco di storia, di orgoglio e di meraviglie, ancora non riesce fiero a alzare la testa.

E riprendersi la vita.

Sulla piazza principale di Biping compare un grande escremento.

E da li la voglia del partito di nascondere la sua natura, la verità che esso grida con forza:vi stanno ingannando!

Dietro la facciata c’è solo merda.

Merda e privilegi.

La verità può fra crollare tutto.

La verità è la spada che dovremmo imbracciare sempre, nonostante metta a rischio la nostra serena tranquillità.

La verità che a ogni costo deve essere celata.

Anche oggi che sembrano solo echi lontani di un passato che non può tornare.

Ma cambia il suono e non i suonatori.

E cosi la Sheng con penna avvelenata, inizia a aprire la pelle di ogni nostra idea.

Persino di noi occidentali, cosi assuefatti alle utopie.

Ai populismi che si rivelano osasi di pace.

Ma che la loro interno nascondo solo la costante, pedissequa mancanza di libero arbitrio.

E cosi da Dayang con le sue cupe ombre si passa all’idilliaca Valle dei Cigni.

Una manifestazione della città del sole dove regna solo l’intelletto di illuminati, posti alla guida di quest’umanità cosi disperata, cosi sola cosi sperduta.

Ma attenzione.

Anche li nel regno utopico è tutta una finzione.

La libertà manca.

Manca persino la volontà di creare, di sognare e perché no il dolore. Quello che in fondo rese Tienammen e il Dayang l’unica vera fonte della ribellione.

Perché quando si ama, quando si perde qualcosa, quando si muore per non rinunciare a noi stessi significa che l’ideologia non ha ancora vinto. Ecco cosa serve per non far collare i sogni e persino le idee poliuriche e restituirle a noi, pure e intonse: la poesia.

Che quella capacità di compenetrare l’essenza del tutto e farla propria, fino a uccidere la nostra egoica superficialità e quel nostro bastare a noi stressi.

Chi poeta non può non osservare il volto dietro la volto e ritrovare i visi degli antenati, dei figli della Cina, di chi c’è stato e di chi verrà.

Solo il poeta sente la rabbia come un fuoco e il dolore come un grido.

E prende quella penna, fucile simbolico e inizia a lottare.

Solo un vero poeta e ce lo dimostrano tanti grandi libertadores di ogni tempo, è un vero rivoluzionario.

Così lontano andrò che morirà il ricordo,

infranto fra le pietre del sentiero,

sarò sempre lo stesso pellegrino,

con pena dentro e con fuori il  sorriso.

E solo un vero rivoluzionario sente dentro di se ogni ingiustizia come se fosse uno schiaffo sul proprio volto.

Ci racconteranno che oramai l’ideale è morto.

Non esiste più slancio né equità. Che è tutto un illusione, che dietro ci sono le peggiori nefaste motivazioni.

Ma solo quando come Mengliu, avremmo perso tutto, forse troveremmo davvero noi stessi.

E il coraggio di raccontare e denunciare.

E ricostruire ciò che è descritto. Un libro che ha la stessa sferzante carica di satira politica di Orwell e la stessa dolorosa consapevolezza di Evtusenko.

Arrivederci, bandiera rossa – dal Cremlino scivolata giù

Non come ti innalzasti, agile, lacera, fiera,

sotto il nostro esecrare sul fumante Reichstag,

sebbene pure allora intorno all’asta, truffa si attuasse.

Arrivederci bandiera rossa… Eri metà sorella, metà nemica.

Eri in trincea speranza unanime d’Europa,

ma tu di rosso schermo recingevi il Gulag

e sciagurati tanti in tuta da carcerati.

Arrivederci, bandiera rossa. Riposa tu, distenditi.

E noi ricorderemo quelli che dalle tombe più non si leveranno.

Gl’ingannati hai condotto al massacro, alla strage.

Ricorderanno anche te – ingannata tu stessa.

Arrivederci bandiera rossa. Non ci portarsti bene.

Grondavi di sangue e te noi col sangue togliamo.
Ecco perché adesso lacrime non ci sono da detergere,

così brutalmente sferzasti, con le nappe scarlatte, le pupille.

Arrivederci, bandiera rossa… Il primo passo verso la libertà

lo compimmo d’impulso sulla nostra bandiera

A su noi stessi, nella lotta inaspriti.

Che non si calpesti di nuovo «l’occhialuto» Zivago.

Arrivederci, bandiera rossa… Da te disserra il pugno,

che ti serra di nuovo, ancora minacciando fratricidio

quando all’asta si afferra la marmaglia

o la gente affamata, confusa dalla retorica.

Arrivederci bandiera rossa… Tu fluttui nei sogni,

rimasta una striscia nel russo tricolore.

Nelle mani dell’azzurrità e del biancore

Forse il colore rosso dal sangue sarà liberato.

Arrivederci, bandiera rossa… guarda, nostro tricolore,

che i bari di bandiere non barino con te!

Possibile anche per te lo stesso giudizio:

pallottole proprie ed altri ne hanno la seta divorato?

Arrivederci, bandiera rossa… Sin dalla nostra infanzia

Noi giocavamo ai «rossi» e i «bianchi» battevamo forte.

Noi, nati nel paese che più non c’è,

ma in quell’Atlantide noi eravamo, noi amavamo.

Giace la nostra bandiera al gran bazar d’Ismajlovo.

La «smerciano» per dollari, alla meglio.

Non ho preso il Palazzo d’inverno. Non ho assaltato il Reichstag.

Non sono un «kommunjak». Ma guardo la bandiera e piango

 

“Laura nella stanza” di Roberta De Tomi. A cura di Raffaella Francesca Carretto.

 

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Quanto è misterioso l’animo umano, sempre in cerca di qualcosa, che sia amore o serenità o vendetta, anche il suo lato oscuro…

E quanto male può fare l’uomo, quanta sofferenza può arrecare attraverso la manipolazione di chi è più fragile e sensibile.

Laura nella stanza è anche questo a mio avviso, è una storia d’amore e anche di vendetta… un racconto lungo, ben scritto, ricco di suspense nel mistero che lo avvolge, avvincente e dinamico nel suo dipanarsi.

La costruzione, per nulla farraginosa, mette bene in evidenza i personaggi coinvolti nella vicenda, e ci racconta una storia di insicurezze e ossessioni, di persecuzioni e fissazioni croniche e depressioni, di paure e animi feriti, ma soprattutto dell’animo umano, quell’animo umano ferito, o che ferisce e manipola..

È una storia che mostra il travaglio interiore della protagonista, che cresce in una vicenda che resta in sospeso, come un animo in pena che deve chiudere il cerchio.

E questo cerchio si chiude, o comunque si chiuderà al termine di questa vicenda che si racconta tra un noir e un erotico, e si dipana attraverso un crescendo di eventi che si sviluppano anche da un punto di vista psicologico perché mettono in mostra le debolezze, i complessi e le virtù, ma anche ii vizi e le perversioni e le ossessioni e i travagli dell’animo umano, di tutti i protagonisti ..

Laura é in cerca di riscatto, coinvolta suo malgrado in una storia di stalking, in cui è lei a essere additata come colpevole…

Ma è questa la realtà?

Tutti la additano come quella “sciroppata”, quella “strana”… ma chi è realmente quello “sbagliato”? e chi può condurre questo gioco? È una storia in cui apparenza e realtà si mescolano sapientemente, sino al clou del gioco perverso di una mente malata e ossessionata…

Laura, Diego, Lucrezia, Giulia ed Erri, questi i protagonisti, vittime e carnefici, di una storia ben scritta e che tiene alta l’attenzione del lettore.

È questa una lettura che non annoia e che consiglio, perché riesce a coniugare la voglia di leggere qualcosa di veloce a una storia intensa e intrigante, con colpi di scena e azione.

Non stanca, anzi mantiene viva l’attenzione del lettore sino alla fine del racconto.

Non è difficile intuire il finale, anche se la trama è stata scritta in modo da aiutare il lettore a percepire tanti possibili finali della storia, che però termina in modo congruente con la complessità dei protagonisti.

Gli stessi protagonisti sono figure tutt’altro che semplici, in primis Laura che racchiude in sé debolezze, certo, ma che sa anche essere una donna dal carattere forte e ambivalente, e a volte distruttivo e maniacale, ma che seguendo i propri istinti riesce a trovare la forza di essere se stessa; insomma, è un personaggio estremamente complesso, che si può amare e odiare per le sue fragilità, ma che è talmente ben costruito e delineato da essere percepito in modo tangibile e in ogni sua sfaccettatura.

Anche il carattere degli altri protagonisti risulta ben delineato, alcuni molto più forti di altri, anche persino della protagonista principale, per certi versi, e tutti sono legati tra loro e a Laura, in un contesto che risulta molto forte, di ossessioni e di perversioni che delineano il carattere di ogni attore del racconto.

La storia con Diego, che fa da fil rouge, quel filo conduttore delle manie ossessive che spingono i protagonisti uno vero l’altro, per poi arrivare a un finale che è la giusta conclusione di un’ossessione. Il tutto si sviluppa in una serie di momenti dal carico emotivo non indifferente per la stessa Laura che ritrova un po’ di quella malizia perduta nel suo rapporto con Lucrezia, ma anche tanta complicità…

ma non voglio dirvi nulla di più, perché sta al lettore riuscire a immedesimarsi o empatizzare coi protagonisti; io, posso solo suggerire di avvicinarsi a questa lettura con interesse, perché nella sua brevità saprà mantenere il lettore con un buon grado di attenzione sino alla fine.

A chi sarà incuriosito e lo sceglierà, buona lettura!

“Con parole che non conosci” di Francesco Delle Donne, AughEdizioni. A cura di Ilaria Grossi

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Perchè bambina ormai lo sai la vita è fatta di pause e accelerazioni. Come un vecchio vecchissimo blues proprio così”

Napoli è la cornice di un’amicizia forte e sincera tra Sal e Masi, un’amicizia senza filtri, di quelle che puoi essere sempre te stesso e non sentirsi giudicato se durante la proiezione di un film ti addormenti un attimo al suo fianco.

Un’amicizia che li vede ragazzini, studenti universitari e poi adulti. Sal, studente d’ingegneria, più filosofo che ingegnere, non ha il coraggio di dichiararsi a Masi, soffre in silenzio per aver perso la sua “amica” tra le braccia di Michele.

Tante le parole non dette e la mancanza è forte, le notti sono insonni.

Sal si rivolge a Masi su un piano più ideale che reale, ma la realtà per quanto dolceamara possa essere, bussa sempre alla porta e una telefonata in piena notte farà vibrare il pavimento e ogni oggetto come se fosse una scossa di terremoto. Vibra anche l’anima di Sal, l’anima di chi non vuole arrendersi.

“Ci sono cose che vedi solo all’alba. Ma sono sempre lì, se hai gli occhi giusti per guardare”

Lo stile di Francesco Delle Donne si compone di una buona dose d’ironia, irriverente e vibrante.

E’ proprio come un “vecchio blues” è fatto di pause e accelerazioni: riflessioni, momenti introspettivi riguardanti una realtà che non soddisfa e un fiume inarrestabile di parole non dette che si trasformano a tratti in poesia.

“Ti sorprenderò, con parole che non conosci. Parole che scorrano da me verso te e che tu possa col tempo comprendere e decifrare. Parole che nessun fuoco di vulcano sia in grado di sciogliere o cancellare e invece rafforzi, pietrificando un ponte di attimi eterni tra noi”

Buona lettura.

Ilaria Grossi per Les Fleurs du mal blog letterario

 

“Giuliano e Lorenzo. La primavera dei Medici” di Adriana Assini, Scrittura & Scritture editore. A cura di Alessandra Micheli

Medici

 

Ero seduta al mio solito posto, in quella piazza brulicante di voci e suoni.

Ultimamente lo faccio spesso, quasi per ubriacarmi di vita e di gente.

O forse per trovare risposte.

O per far sussultare un cuore che temo possa morire di inedia, in questi tempi cosi aridi e quai disperati.

E cosi, con il mio taccuino e un libro ascoltavo le discussioni cercando di carpirne quell’anima che sembra sfuggirmi.

Una volta era la gente a darmi sollievo, a darmi ispirazione.

Finché la gente non è diventata cosi invisibile e evanescente.

Discorsi che viaggiano attraverso le parole, ma privi di ritmo, privi di slanci e bellezza.

Problemi moderni o post moderni, che però sembrano quasi fatui fuochi che servono per illudere e strabiliare i visitatori capitati per caso.

Fuochi fatui.

Nulla che ponga le basi di un ricordo capace di travalicare le epoche. Raccontiamo la nostra visione ma senza che quella visione tocchi l’infinito e sappia sfidare il tempo.

Priva di passione.

Priva di quella voglia di lasciare un segno bruciante che possa brillare anche nelle notti più oscure.

Accanto a me avevo il libro della Assini, stretto tra le mie nervose mani. Un libro che seppur pregno di intrighi, di decadenza,nascondeva i fasti di qualcosa che ci ha cambiati profondamente.

Il tempo di Lorenzo, luce che irradiava non solo Firenze ma l’Italia intera. A lui devo non solo la poesia che fa da colonna sonora alla mia vita,

Quant’è bella giovinezza,

che si fugge tuttavia!

chi vuol esser lieto, sia:

di doman non c’è certezza.

Quest’è Bacco e Arïanna,belli, e l’un dell’altro ardenti:

perché ’l tempo fugge e inganna,

sempre insieme stan contenti.

Queste ninfe ed altre genti

sono allegre tuttavia.

Chi vuol esser lieto, sia:

di doman non c’è certezza.

Questi lieti satiretti,

delle ninfe innamorati,

per caverne e per boschetti

han lor posto cento agguati;

or da Bacco riscaldati

ballon, salton tuttavia.

Chi vuol esser lieto, sian di doman non c’è certezza.

ma anche le mie letture.

Devo a lui la traduzione dei miglior tomi di filosofia ermetica.

Devo al genio di Pico e neoplatonica.

Marsilio Ficino brilla nella mie biblioteca e mi sorride ogni volta che sfoglio la sua traduzione del corpus hermeticum.

Lui Lorenzo, il politico raffinato, forse scaltro ma sicuramente una di quelle anime che avrei voluto accanto a me, anche oggi.

Lorenzo non era certo un santo.

Conosceva gli abissi della politica.

Fu indomito, mente eccelsa ma anche crudele adeguandosi ai suoi tempi. Ma era come se tale accettazione, la sua capacità mimetica di diventare tutt’uno con la società cosi ricca ma cosi perduta, fosse quasi una violenza.

E cosi Giuliano era il suo doppleganger, colui che riusciva a vivere in modo forse più ribelle, assecondando le passioni e quei vizi de dell’umano mortale in fondo, sono parti indissolubili della sua avventura.

Come poter essere mortali, carnali senza indugiare oltre i confini della mente, della ragione e del politicamente corretto?

Ho amato, nonostante la mia razionale accettazione delle regole il buon Giuliano, capendo l’amore forte di cui lo idolatrava quel fratello tutto di un pezzo, ma che dalle sue opera mostrava quasi una voglia incredibile di vita, di respiro, di infinito e di correre libero sotto un cielo stellato, piuttosto che restare avvinto e protagonista di intrighi politici.

Era capace di tutto, ma la sua essenza era rivolta solo a chi, come lui ogni tanto mostrava un ghigno ferino sul volto compassato. Ecco che la storia raccontata dal testo, splendido ricco come un arazzo intessuto di mille colorati e incantevoli fili si svolge sotto i miei occhi, estraniandomi un po’ da questa strana e meravigliosa umanità cacofonica.

Troppo impegnata alla ricerca di un senso da essere interessata a quel passato che, sembra invece far parte di me.

Un suono lontano, che devo ascoltare per non perdermi.

Perché in fondo tra le pagine a volte intinte di sangue l’amore spande il suo effluvio caratteristico di rose appassite e di spezie orientali.

Un odore che sa di nostalgia, di passioni che non hanno come fine tanto il raggiungimento dell’acme, quanto lo stimolo alla creazione.

L’amore è la musa che fa muovere le mani dello scriba o il pennello del pittore.

Che fa muovere la mente del dotto e poetare le anime pure.

L’amore che ha cosi brama di sentirsi eterno che racconta una storia oramai dimenticata, dall’oscuro bigottismo di un frate che tutto voleva conoscere, tranne la vita.

Tranne la bellezza, tranne il piacere di attendere uno sguardo dell’amata e sentire quella sensazione attraversargli il corpo e arrivare in fondo al cuore.

E’ grazie a quel brivido di passione, quel sesso sublimato che, in fondo, nasce l’arte.

E cosi una volta chiuso il libro, la storia torna a vivere.

In ogni battito attutito del mio cuore, in ogni immagine che ancora mi trasporta fuori dal mio tempo e mi fa viaggiare in quegli istanti infiniti. Nostalgia.

Forse malinconia per qualcosa che posso solo rivivere con Adriana.

Ma anche la consapevolezza di come, in questo libro, si celi un dono.

Un dono non solo mio, ma che oggi, adesso vivo come un personale e privato sorso di infinito.