“Errori e malintesi” di Victoria van Oosten, Io me lo leggo editore. A cura di Alessandra Micheli

Il regency è uno dei generi che sta spopolando oggi.

Insomma la zia Jane piace molto.

Sempre ammesso che sia davvero letta.

Perché fidatevi, il film di Orgoglio e pregiudizio è davvero bello e sicuramente fedele al romanzo, cosi come la meravigliosa Emma interpretata da Gwyneth Paltrow.

Ma il libro è un altra cosa.

E’ sempre un altra cosa.

E cosi, chi davvero ama la Austen, ritrova nei suoi testi una freschezza, una complessità umana che, oggi, manca alle sue emulatrici.

Per carità libri belli, a volte discreti ma che bellissimi non lo sono mai, perché troppo imbrigliati in una moderna e alquanto discutibile idea di romanzo.

I regency oggi, tranne rari casi, mancano di due elementi: complessità della trama e ironia.

Vedete la Austen, che visse in un epoca molto particolare che si dissociava ampiamente dal vittoriano eppure ne anticipava le contraddizioni, ebbe come tutti gli intellettuali, una lungimiranza speciale.

Riusciva cioè a individuare le discrepanze in seno alla società dell’epoca, sospesa tra le sferzate di novità portata da Napoleone e la volontà pedissequa delle nazioni potenti a voler fermare quel flusso innovativo.

Eh si miei cari lettori.

Zia Jane visse proprio nella prima metà dell’ottocento e finì la sua mirabile esistenza nel 1817 , due anni dopo il congresso di Vienna.

E fu quel periodo strano anche a livello di moda, con quegli abiti fluidi, leggiadri dalle stoffe delicate cosi diversi dai terrificanti abiti vittoriani, a dare idea di un sussulto di libertà, che ben si sposava con le sue meravigliose eroine, cosi ribelli a un occhio attento eppure cosi legate alle convenzioni.

Imitare zia Jane è ovviamente impossibile.

Non potremmo mai riuscire a comprendere appieno il periodo in questione.

Possiamo limitarci forse a usarlo come sfondo alla classica stoica, trita e ritrita storia d’amore, privata però di quella commedia che era indispensabile per raccontarsi ironizzare e perché no criticare la società inglese arroccata in difesa dei suoi atavici privilegi.

Ecco a cosa servivano le sotto storie meravigliose di Jane, che più del tema principale avvincono e seducono.

Sono le madri, le comparse, i te, i balli, le gite a Bath a raccontarci davvero qualcosa facendo da contrappasso alla vicenda considerata principale.

Non sarà ne Elizabeth, né Emma a darci l’essenza del libro.

Sarà Ms Bennet, Mr Collins o la signoria Bates a dirci davvero cosa Jane voleva dirci.

Ecco perché, pur trovando delle pregiate eccezioni (posso citare Marilena Boccola o Anita Sessa), non amo molto immergermi nel “regency”.

Ma…stranamente dai meandri cacofonici della marea di tentativi prettamente rosa di usare l’esempio di zia Jane, tra le influenze che passano lievi senza toccare davvero i cuori e le anime delle autrici, emerge improvviso un radioso romanzo: Errori e malintesi.

Esso non sembra ricalcare alla bene e meglio le orme di Austen.

Esso è prodotto dalle stesse suggestioni che Jane viveva.

Esso sembra uscire da quell’epoca lontana eppure cosi simile alla nostra, assoluta ricerca dell’apparenza e parlarci con la stessa voce.

Capitemi.

Errori e malintesi non è un libro di ambientazione regency.

E’ un libro scritto da un autrice che sembra aver individuato il segreto della macchina del tempo.

Catapultata per qualche strano destino feroce nei primi dell’ottocento, essa ha passeggiato davvero per le sale ricche di donne e di pettegolezzi, di gentiluomini e di convenzioni, di discorsi e di inchini, ha girovagato per le terme di Bath e assaporato i sogni delle eroine per poi tornare in questo suo tempo moderno, ma cosi avvinta dal passato che, per liberarsene, ha dovuto per forza scrivere.

Victoria è planata con leggiadria nel 2019 ma proviene da un altro secolo, da altri scenari, assumendo le stesse sembianze, inquietanti per i più ma cosi affascinanti per me, della fanciullina che irradia luce del quadro di Rembrant, la ronda di notte.

Avete presente?

Una scena consueta quasi banale, oserai dire soffocante per la sua materialità che viene improvvisamente disturbata da un passaggio fulmineo di una ragazzina luminosa, che contrasta in maniera stridente con l’atmosfera cupa e chiusa del quadro.

Victoria è quella figurina.

Passa attraverso i veli delle epoche, con le sue parole che sgorgano da una regione astrusa per i più ma che io conosco benissimo, chiamata ispirazione o talento.

Prende l’acqua che scorre in un fiume cristallino e ne beve a piene mani, divenendo capace di abitare in due mondi contigui ma resi distanti dalle nostre fallaci percezioni: passato e presente.

E annulla tali cesure.

Ecco che leggere questo libro, rappresenta per i veri amanti della lettura un viaggio indimenticabile.

Ritroviamo le sotto storie, un ironia tagliente, i discorsi che apparentemente scialbi nascondono una profondità assoluta, quella di cercare in ogni modo di asservire il proprio io al ruolo prescelto, pur comprendendone la rigidità e la violenza.

E la Austen lo sapeva bene, conosceva alla perfezione la difficoltà di essere ciò che l’anima racconta e il dovere nei confronti delle aspettative della società.

E sullo sfondo un umanità ricca, per nulla stantia, ma brulicante di vita, di voglia di realizzare, anche se con le dovute limitazioni, i propri sogni. E se il sogno è l’amore, o un piccolo ribelle capriccio, poco importa.

Le donne qua raccontate sono un po’ le antesignane di quel femminismo che presto oscurerà i volti tronfi degli uomini.

Lo è Isabel con la voglia testarda di pensare con la sua testa, anche qualora essa la porti a incontrare e danzare con l’errore.

Lo è sopratutto Claire, che decide di ostacolare, senza un reale motivo, la sua frequentazione con il perbene Simmons, solo per una presa di posizione atta a ribadire la sua assoluta libertà di dire si o no alla proposta di matrimonio.

Essa cederà poi alle lusinghe del buon partito, ma avrà dimostrato che, anche la caparbietà di dire momentaneamente no e di lottare contro le decisioni è un modo per confermare la propria personalità.

Un po’ come fa il buon Giobbe quando nella tenda sperduta nel deserto lotta, anzi litiga con Dio. Avrà sempre la stessa fede, ma saprà che essa è frutto di una sua decisione, non di un imposizione.

A volte il rifiuto è solo un atto che porta alla consapevolezza della giustezza di alcune strade.

Lo è la pasticciona Miss Skene che la pari della Bates di Emma, riscatterà se stessa grazie a una fedeltà del cuore e un onestà profonda che farà solo sorridere suoi suoi assurdi comportamenti.

Ecco che un piccolo gioiello è offerto a voi tutti, voi che considerate la lettura emozione e crescita, voi che nella parola scritta trovate il vostro miglior conforto.

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