“Gli affamati e i sazi” di Timur Vermes, Bompiani editore. A cura di Alessandra Micheli

Gli affamati e i sazi- Vermes

 

Baudrillard in un suo saggio del 1995, Il delitto perfetto, si poneva un quesito preoccupante ma attuale: la televisione ha ucciso la realtà?

L’eccesso di informazione si può tradurre nel suo opposto ossia nella scomparsa totale dei fatti?

La tecnologia è sempre più precisa e scientifica si sostituisce al contatto diretto e persino alla capacità di scelta?

Per esempio un evento banale e quotidiano come la decisione autonoma di vedere un determinato programma, oggi può essere facilmente scavalcata dalla presenza di diverse applicazioni che permettono la visione contemporanea degli stessi, o addirittura la possibilità di registrarli disattendendo il limite della temporalità.

Ecco che alla fine la tecnologia ci permette di non scegliere e di gustarci un po’ di tutto, con la conseguente probabilità di annichilire il gusto stesso.

Guardando ogni cosa, possedendo tante nozioni e tante scene, ma al contempo non osservare davvero nulla e non possedere davvero nulla.

Il saggio fu una grande rivelazione per me, quasi una nefasta profezia dai toni apocalittici.

Ma, dopo il delitto perfetto, la scomparsa di fatti e di realtà ci fa sentire quasi spaesati, avvinti da una mancanza costante di concretezza che assurge i toni della labilità dei contorni.

Se tutto è possibile, se tutto è reale e nulla è reale i nostri profili fisici si assottigliano fino a che il nostro stesso sistema sociale appare illusorio e evanescente.

E in un contesto cosi eccessivamente sfumato da sembrare quasi nebbia, lo stesso potere che ha tratto giovamento da questa indeterminatezza, propone dei sotterfugi non meno inquietanti del delitto perfetto: la produzione di una realtà alternativa, virtuale creata a tavolino secondo le esigenze dello stesso.

Non più scaturita da un processo percettivo naturale ma una sorta di dimensione immaginaria con dei contenuti precisi e pensati, innaturali e pregni di finalità precise (o coscienti come direbbe Bateson).

Il rischio di tale creazione è quindi, di contenere intenti manipolatori.

La realtà è oramai morta, fatto vetusto da superare.

Pertanto essa diviene fabbricazione dei media che usa ossessioni, aspettative, terrori, speranze e volontà personali.

E qua l’è la nostra peggiore ossessione?

La creazione del nemico, fattore su cui, secondo Schimdt si basano quasi tutti i sistemi politici chiamati stato.

Noi siamo perché esiste l’altro opposto a noi e minaccioso.

Ed è per questo che ci riuniamo sotto una bandiera, a difesa di un territorio che diviene culla protetta di bisogni e di tradizioni vere o mitiche.

Oggi come ieri serve tale elemento per riunire, spaventare, evitare innovazioni e annichilire la libertà del pensiero.

Nessuna libertà può esistere se qualcosa di pericoloso preme all’esterno per sconvolgere e demolire una rassicurante quotidianità.

E’ il mondo immaginato da Golding, è il fattore che sta, oggi, alla base dei localismi e del ritorno a una “tradizione”.

Ecco che l’esistenza del nemico, mantiene intatta la società, cosi com’è, senza scossoni e senza innovazioni pericolose.

Una società che sopravvive e legalizza la sua soffocante presenza in funzione di una sua miracolosa capacità salvifica e protettrice.

Ma che, al contempo, si richiude in se stessa per nascondere e allontanare, in un rito apotropaico il suo sottile ma presente disfacimento interno.

Crollato il muro di Berlino, eliminata la guerra fredda tra Usa e Urss, tolta la dicotomia guerresca tra destra e sinistra, bisognava assolutamente trovare un nuovo capro espiatorio, che funga da causa e creatore della crisi mondiale, origine della sparizione della cittadinanza. (Consiglio a tal proposito di leggere il saggio di Mongardini Forme e formule della rappresentanza politica).

Ecco che il nostro conosciuto, verrà messo a rischio non dalla presenza di insanabili contraddizioni interne, da una trasformazione sociale che ha distrutto il fattore fondamentale che ci definiva non massa ma cittadini, ossia la solidarietà sociale, ma dalla presenza appunto dell’elemento “satanico” disgregatore e impuro: lo straniero.

Ecco che la perdita del consenso democratico, oggetto di studio di molti politologi, viene banalizzato proprio con il ricorso allo stereotipo dello straniero che minaccia, per gelosia e per cattiveria, il nostro conquistato benessere.

In più, la presenza del fattore ostile rende di nuovo necessari e convalidati privilegi, rende necessaria la stratificazione sociale, dividendo l’indivisibile in tremebondi e fragili dominati e austeri e coraggiosi dominanti.

Ecco che i dominanti divengono i nuovi eroi, illuminati, saggi, sprezzanti del pericolo atti a proteggerci dalla nostra tollerante stupidità causa del disfacimento in atto.

Non è quindi più la chiusura alle energie innovatrici la causa dei nostri problemi.

Non è più la perseveranza con cui si applicano idee vetuste che non riescono più a rispondere e a esigenze nuove di un mondo che cambia, di teorie che, lungi dall’adattarsi ai tempi, restano fisse sulle loro ideologie snobistiche.

Ma è la tolleranza, l’accoglienza stolta dei cattivi che ci ha messo a rischio.

Il mondo delle idee quindi si ribalta.

E la chiusura diviene un valore, antistorico e profondamente cieco che non ci racconta della parabola del flusso che, se bloccato dalla diga, diviene o stagnante o devastante.

Da li individuare il migrante come causa di ogni crisi, di ogni problematica è automatico: l’altro non è più specchio su le torbide acquea oscure del nostro io più profondo, ma è il male.

E cosi lo straniero che nei tempi dei tempi, persino nelle situazioni di guerra divenne il perno sui cui impiantare il nuovo, da cui apprendere, diviene altresì il crudele predatore che tutto divora e che con il suo tocco mefitico rende tutto impuro.

Un tempo l’incontro ma anche lo scontro tra civiltà, ha dato origine all’Europa.

Siamo frutto di cosi tante migrazioni, di cosi tante influenze, di cosi tanti scambi da aver creato una situazione forse esplosiva ma interessante e composita.

Nazioni che sopravvivevano, in fondo, proprio dall’essenza del concetto di apertura: nuove idee, nuove teorie, nuovi stimoli.

Insomma, la differenza che crea la comunicazione e al tempo stesso il cambiamento.

Il vero unico problema non era tanto nella “contaminazione”, quanto nell’incapacità di sistemi autocratici di gestire tale influsso.

Ecco che la cultura diventa rigida ma, al tempo stesso, cosi fragile da rendersi necessaria la sua protezione.

Tutto grazie al sistema chiuso che sopperisce alla caduta dei confini reali e morali causati dalla tecnologia, con una sorta di rinnovato autoritarismo.

Ecco che il migrante diviene la strega da bruciare sul rogo.

Ma, essendo oramai una società che rinnega la pena di morte, il rogo è ancora più sottile e pernicioso: è il rogo delle parole, del significato, del concetto che diviene arma affilata con cui incidere sulla carne della parola per sezionarla e ucciderla.

Migrante diviene cosi non un concetto di spostamento, di movimento, ma un concetto che racchiude un senso quasi malvagio che si connette con quello dell’invasore.

Io non migro più ma invado.

In questa strana invasione del nulla, però, il migrante crudele serve al potere per auto glorificarsi usandolo sia in senso politico per imporre la propria autorità calandola dall’alto e quindi privandola del concetto necessario della legittimazione popolare e dalla rappresentanza dei veri bisogni del popolo, sia in senso simbolico.

Nel senso simbolico il migrante diviene stereotipo che serve per trasformare il nobile popolo in massa.

Con la sua potenza informativa, resa più acuminata dall’avvento dei nuovi media, il migrante può assurgere a due fattori: uno quello lacrimoso per titillare un certo lato umano che si nutre di becero perbenismo, dall’altro monito per creare sempre più leggi che limitano la libertà personale.

I muri, oggi ci sono ma sono simbolici e di significato.

Ed è questo che affronta Timur nel suo libro.

Il migrante è business, sia in senso televisivo che politico.

Nel raccontare la sua triste vita, ma sottolineandone l’alterità da noi, esso diviene solo business, resta minaccia, e può solo essere fonte di guadagno.

I reality o i documentari che lo raccontano come un povero cristo a cui porre il nostro compassionevole aiuto senza, però, sporcarci le mani, è il modo più sottile ma pericoloso di creare categorie e stereotipi.

Cosi come ci racconta Murray Edelman in la costruzione dello spettacolo politico.

In gli affamati e i sazi è proprio il presentare la marcia non come una vera protesta, ma come un generoso atto tollerante per salvare vite destinate al degrado, che si cela il concetto che, il migrante, non sia più un essere umano ma un caso da studiare, un qualcosa di penoso da aiutare, un senza diritti, un incapace di crearsi un proprio futuro se non con l’auto di noi sazi.

Loro affamati cani randagi a cui concedere, di tanto in tanto, un boccone, perché siamo buoni e siamo cristianamente aperti alla carità.

Ma è cosi che noi confermiamo la visione di un altro spersonalizzato da ogni vera umanità, da ogni dignità e da ogni intelligenza.

Il migrante ci cerca per bisogno di una carezza.

Noi ci sentiamo potenti tanto da scegliere se elargirle o punirli per tanta sconsideratezza.

Ecco che i veri lager in questo testo sono quelli della parole, del concetto e del significato.

Loro gli affamati che ci guardano con speranza a brama, convinti che solo i Sazi possono aiutarli.

Non già trovare in loro stessi la capacità di ribellione o di crescita, ma nell’altro visto come angelo.

Ecco la stratificazione assurda e oscena che è alla base della nostra finta realtà.

Angeli e peccatori.

Sazi e affamati.

Il concetto che uccide, divide e distrugge.

E il migrante è oramai solo parola da spendere nei TG o negli show dove la morte è il nuovo business.

Ci fanno tenerezza, ci inducono a fare dei fioretti per miglioraci ,ma quello restano, parole.

E non più persone.

Perché se fosse ancora persona, rialzerebbero la testa, anzi saremmo noi stessi a stimolarli a imparare a pescare e raggiungerci, lassù nel paradiso artificiale che tornerebbe a diventare abita.

C’è la necessità che il migrante scappi dal lager del concetto per tornare a essere persona.

C’è necessità che noi stessi fossimo capaci di scappare da questo mondo virtuale, distopico per tornare a definirci uomini.

Solo allora forse la dicotomia perfettamente descritta da Vermes cadrà. 

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...