“Giuliano e Lorenzo. La primavera dei Medici” di Adriana Assini, Scrittura & Scritture editore. A cura di Alessandra Micheli

Medici

 

Ero seduta al mio solito posto, in quella piazza brulicante di voci e suoni.

Ultimamente lo faccio spesso, quasi per ubriacarmi di vita e di gente.

O forse per trovare risposte.

O per far sussultare un cuore che temo possa morire di inedia, in questi tempi cosi aridi e quai disperati.

E cosi, con il mio taccuino e un libro ascoltavo le discussioni cercando di carpirne quell’anima che sembra sfuggirmi.

Una volta era la gente a darmi sollievo, a darmi ispirazione.

Finché la gente non è diventata cosi invisibile e evanescente.

Discorsi che viaggiano attraverso le parole, ma privi di ritmo, privi di slanci e bellezza.

Problemi moderni o post moderni, che però sembrano quasi fatui fuochi che servono per illudere e strabiliare i visitatori capitati per caso.

Fuochi fatui.

Nulla che ponga le basi di un ricordo capace di travalicare le epoche. Raccontiamo la nostra visione ma senza che quella visione tocchi l’infinito e sappia sfidare il tempo.

Priva di passione.

Priva di quella voglia di lasciare un segno bruciante che possa brillare anche nelle notti più oscure.

Accanto a me avevo il libro della Assini, stretto tra le mie nervose mani. Un libro che seppur pregno di intrighi, di decadenza,nascondeva i fasti di qualcosa che ci ha cambiati profondamente.

Il tempo di Lorenzo, luce che irradiava non solo Firenze ma l’Italia intera. A lui devo non solo la poesia che fa da colonna sonora alla mia vita,

Quant’è bella giovinezza,

che si fugge tuttavia!

chi vuol esser lieto, sia:

di doman non c’è certezza.

Quest’è Bacco e Arïanna,belli, e l’un dell’altro ardenti:

perché ’l tempo fugge e inganna,

sempre insieme stan contenti.

Queste ninfe ed altre genti

sono allegre tuttavia.

Chi vuol esser lieto, sia:

di doman non c’è certezza.

Questi lieti satiretti,

delle ninfe innamorati,

per caverne e per boschetti

han lor posto cento agguati;

or da Bacco riscaldati

ballon, salton tuttavia.

Chi vuol esser lieto, sian di doman non c’è certezza.

ma anche le mie letture.

Devo a lui la traduzione dei miglior tomi di filosofia ermetica.

Devo al genio di Pico e neoplatonica.

Marsilio Ficino brilla nella mie biblioteca e mi sorride ogni volta che sfoglio la sua traduzione del corpus hermeticum.

Lui Lorenzo, il politico raffinato, forse scaltro ma sicuramente una di quelle anime che avrei voluto accanto a me, anche oggi.

Lorenzo non era certo un santo.

Conosceva gli abissi della politica.

Fu indomito, mente eccelsa ma anche crudele adeguandosi ai suoi tempi. Ma era come se tale accettazione, la sua capacità mimetica di diventare tutt’uno con la società cosi ricca ma cosi perduta, fosse quasi una violenza.

E cosi Giuliano era il suo doppleganger, colui che riusciva a vivere in modo forse più ribelle, assecondando le passioni e quei vizi de dell’umano mortale in fondo, sono parti indissolubili della sua avventura.

Come poter essere mortali, carnali senza indugiare oltre i confini della mente, della ragione e del politicamente corretto?

Ho amato, nonostante la mia razionale accettazione delle regole il buon Giuliano, capendo l’amore forte di cui lo idolatrava quel fratello tutto di un pezzo, ma che dalle sue opera mostrava quasi una voglia incredibile di vita, di respiro, di infinito e di correre libero sotto un cielo stellato, piuttosto che restare avvinto e protagonista di intrighi politici.

Era capace di tutto, ma la sua essenza era rivolta solo a chi, come lui ogni tanto mostrava un ghigno ferino sul volto compassato. Ecco che la storia raccontata dal testo, splendido ricco come un arazzo intessuto di mille colorati e incantevoli fili si svolge sotto i miei occhi, estraniandomi un po’ da questa strana e meravigliosa umanità cacofonica.

Troppo impegnata alla ricerca di un senso da essere interessata a quel passato che, sembra invece far parte di me.

Un suono lontano, che devo ascoltare per non perdermi.

Perché in fondo tra le pagine a volte intinte di sangue l’amore spande il suo effluvio caratteristico di rose appassite e di spezie orientali.

Un odore che sa di nostalgia, di passioni che non hanno come fine tanto il raggiungimento dell’acme, quanto lo stimolo alla creazione.

L’amore è la musa che fa muovere le mani dello scriba o il pennello del pittore.

Che fa muovere la mente del dotto e poetare le anime pure.

L’amore che ha cosi brama di sentirsi eterno che racconta una storia oramai dimenticata, dall’oscuro bigottismo di un frate che tutto voleva conoscere, tranne la vita.

Tranne la bellezza, tranne il piacere di attendere uno sguardo dell’amata e sentire quella sensazione attraversargli il corpo e arrivare in fondo al cuore.

E’ grazie a quel brivido di passione, quel sesso sublimato che, in fondo, nasce l’arte.

E cosi una volta chiuso il libro, la storia torna a vivere.

In ogni battito attutito del mio cuore, in ogni immagine che ancora mi trasporta fuori dal mio tempo e mi fa viaggiare in quegli istanti infiniti. Nostalgia.

Forse malinconia per qualcosa che posso solo rivivere con Adriana.

Ma anche la consapevolezza di come, in questo libro, si celi un dono.

Un dono non solo mio, ma che oggi, adesso vivo come un personale e privato sorso di infinito.

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