Review tour “Fuga di morte” di Sheng Keyi” Fazi editore. A cura di Alessandra Micheli

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Quando sono stata invitata a partecipare al blog tour di Fuga di morte la mia maggiore preoccupazione era riguardo all’ambientazione del romanzo.

Purtroppo, sulla Cina non sono assolutamente ferrata. Durante i miei anni giovanili (ricordi troppo lontani) ho solo avuto un impatto per nulla positivo con il libretto Rosso di Mao.

E nonostante ogni mia forza fosse diretta verso un ideale che potrei chiamare comunista, non riuscivo proprio a provare simpatia per quello strano ometto.

Il suo libro rosso era un concentrato di rigidità.

Molto difforme dal senso umanitario che ha sempre animato l’ideale propinato da Marx.

Il comunismo, ma ancor più il socialismo è nato in senso al sangue e al sudore. È nato in contesti estremamente difficili in cui alla faccia del grande Menio Agruppa non si collaborava.

Non si cooperava anzi i privilegi erano riservati ai pochi.

Lo esprime perfettamente Guccini con la locomotiva.

I borghesi, gli imprenditori, i ricchi insomma a gozzovigliare felici, rinchiusi nei loro palazzi.

Fuori il dolore, la povertà, la lotta per mantenersi prima di tutto vivi, anche a scapito della propria dignità. Basta leggere un Oliver Twist o un altro libro di Dickens per sentir crescere dentro di se una rabbia sana. Ma per nulla feroce.

Questo è stato il difetto della idea originaria: da amore si è trasformata in odio atroce, perpetuando gli stessi drammi però ammantandosi di utopia perfetta.

Cosi la Russia.

Cosi persino la Cina.

Leader di quell’idea che ai noi intellettuali sembrava salvifica, perfetta, come nel libro di Tommaso Moro o di Campanella e loro dei Santi incoronati di gloria capaci di rendere reale l’utopia.

E poi…Addio bandiera rossa.

La libertà che doveva essere la bandiera del comunismo, le pari opportunità, l’equità si sono perduta per strada, vilipese stracciata stuprate. Ecco che i carri armati hanno calpestato le strade di Praga.

Il sangue ha sporcato il suolo ungherese.

E fiumi di violenza si sono riversati su Tienanmen.

E’ l’unica immagine e della Cina moderna che non mi abbandona. Neanche ora che sto scrivendo.

Corpi e ideali uccisi da ghigni satanici.

Odore di polvere da sparo e sulfurei effluvi che partivano dalla sede dei palazzi, dove la libertà era vista come un anatema, un eresia da combattere.

Dove stava il mio bell’ideale?

Addio bandiera rossa.

Il 4 giugno 1989, fu la fine del nostro sogno.

Potevamo ignorare l’orrore russo.

L’orrore del partito.

Ma non fino a quel punto.

Non quando i cori di studenti furono un grido di orrore, furono lamenti di madri silenti.

Fu un popolo riportato con brutalità all’ovile.

E cosi il sogno del grande Mao, si rivelò quello che vera: una enorme immensa merda lasciata a marcire sulla piazza.

Tutt’oggi parlarne è un vero tabù.

Se per noi fu la goccia che fece traboccare il vaso, fu la rivelazione che l’ideale era divenuto ferrea e crudele ideologia, per loro fu solo una pagina di storia da dimenticare, per fingere e per poter andare avanti. Sheng Key non ci sta a dimenticare.

E seppur consapevole dell’ostracismo che ancora oggi, permea questa strano paese, cosi ricco di storia, di orgoglio e di meraviglie, ancora non riesce fiero a alzare la testa.

E riprendersi la vita.

Sulla piazza principale di Biping compare un grande escremento.

E da li la voglia del partito di nascondere la sua natura, la verità che esso grida con forza:vi stanno ingannando!

Dietro la facciata c’è solo merda.

Merda e privilegi.

La verità può fra crollare tutto.

La verità è la spada che dovremmo imbracciare sempre, nonostante metta a rischio la nostra serena tranquillità.

La verità che a ogni costo deve essere celata.

Anche oggi che sembrano solo echi lontani di un passato che non può tornare.

Ma cambia il suono e non i suonatori.

E cosi la Sheng con penna avvelenata, inizia a aprire la pelle di ogni nostra idea.

Persino di noi occidentali, cosi assuefatti alle utopie.

Ai populismi che si rivelano osasi di pace.

Ma che la loro interno nascondo solo la costante, pedissequa mancanza di libero arbitrio.

E cosi da Dayang con le sue cupe ombre si passa all’idilliaca Valle dei Cigni.

Una manifestazione della città del sole dove regna solo l’intelletto di illuminati, posti alla guida di quest’umanità cosi disperata, cosi sola cosi sperduta.

Ma attenzione.

Anche li nel regno utopico è tutta una finzione.

La libertà manca.

Manca persino la volontà di creare, di sognare e perché no il dolore. Quello che in fondo rese Tienammen e il Dayang l’unica vera fonte della ribellione.

Perché quando si ama, quando si perde qualcosa, quando si muore per non rinunciare a noi stessi significa che l’ideologia non ha ancora vinto. Ecco cosa serve per non far collare i sogni e persino le idee poliuriche e restituirle a noi, pure e intonse: la poesia.

Che quella capacità di compenetrare l’essenza del tutto e farla propria, fino a uccidere la nostra egoica superficialità e quel nostro bastare a noi stressi.

Chi poeta non può non osservare il volto dietro la volto e ritrovare i visi degli antenati, dei figli della Cina, di chi c’è stato e di chi verrà.

Solo il poeta sente la rabbia come un fuoco e il dolore come un grido.

E prende quella penna, fucile simbolico e inizia a lottare.

Solo un vero poeta e ce lo dimostrano tanti grandi libertadores di ogni tempo, è un vero rivoluzionario.

Così lontano andrò che morirà il ricordo,

infranto fra le pietre del sentiero,

sarò sempre lo stesso pellegrino,

con pena dentro e con fuori il  sorriso.

E solo un vero rivoluzionario sente dentro di se ogni ingiustizia come se fosse uno schiaffo sul proprio volto.

Ci racconteranno che oramai l’ideale è morto.

Non esiste più slancio né equità. Che è tutto un illusione, che dietro ci sono le peggiori nefaste motivazioni.

Ma solo quando come Mengliu, avremmo perso tutto, forse troveremmo davvero noi stessi.

E il coraggio di raccontare e denunciare.

E ricostruire ciò che è descritto. Un libro che ha la stessa sferzante carica di satira politica di Orwell e la stessa dolorosa consapevolezza di Evtusenko.

Arrivederci, bandiera rossa – dal Cremlino scivolata giù

Non come ti innalzasti, agile, lacera, fiera,

sotto il nostro esecrare sul fumante Reichstag,

sebbene pure allora intorno all’asta, truffa si attuasse.

Arrivederci bandiera rossa… Eri metà sorella, metà nemica.

Eri in trincea speranza unanime d’Europa,

ma tu di rosso schermo recingevi il Gulag

e sciagurati tanti in tuta da carcerati.

Arrivederci, bandiera rossa. Riposa tu, distenditi.

E noi ricorderemo quelli che dalle tombe più non si leveranno.

Gl’ingannati hai condotto al massacro, alla strage.

Ricorderanno anche te – ingannata tu stessa.

Arrivederci bandiera rossa. Non ci portarsti bene.

Grondavi di sangue e te noi col sangue togliamo.
Ecco perché adesso lacrime non ci sono da detergere,

così brutalmente sferzasti, con le nappe scarlatte, le pupille.

Arrivederci, bandiera rossa… Il primo passo verso la libertà

lo compimmo d’impulso sulla nostra bandiera

A su noi stessi, nella lotta inaspriti.

Che non si calpesti di nuovo «l’occhialuto» Zivago.

Arrivederci, bandiera rossa… Da te disserra il pugno,

che ti serra di nuovo, ancora minacciando fratricidio

quando all’asta si afferra la marmaglia

o la gente affamata, confusa dalla retorica.

Arrivederci bandiera rossa… Tu fluttui nei sogni,

rimasta una striscia nel russo tricolore.

Nelle mani dell’azzurrità e del biancore

Forse il colore rosso dal sangue sarà liberato.

Arrivederci, bandiera rossa… guarda, nostro tricolore,

che i bari di bandiere non barino con te!

Possibile anche per te lo stesso giudizio:

pallottole proprie ed altri ne hanno la seta divorato?

Arrivederci, bandiera rossa… Sin dalla nostra infanzia

Noi giocavamo ai «rossi» e i «bianchi» battevamo forte.

Noi, nati nel paese che più non c’è,

ma in quell’Atlantide noi eravamo, noi amavamo.

Giace la nostra bandiera al gran bazar d’Ismajlovo.

La «smerciano» per dollari, alla meglio.

Non ho preso il Palazzo d’inverno. Non ho assaltato il Reichstag.

Non sono un «kommunjak». Ma guardo la bandiera e piango

 

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