“A dolor del vero” di Ilaria Chinzari, Book Road. A cura di Alessandra Micheli

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Quando ho ricevuto il libro da Ilaria Chinzari mi sono detta: la recensione a questa fantastica donna devo assolutamente scriverla.

Perché Ilaria è stata la mia insegnante di inglese.

E con tutto quello che le ho fatto passare, beh un minimo di scuse erano doverose.

Non potete immaginare la mia ritrosia verso le lingue.

Un odio sviscerale contro il povero innocente genitivo sassone e il past continuos che ancor oggi non ho capito quando va inserito in una frase. Mi spiace Ilaria.

Tu sei stata bravissima ma io un’alunna tarda.

Il mio unico problema era relativo a una questions (non tutte le tue lezioni sono state un fallimento come noti).

L’inglese è una lingua logica, molto scarna e poco si accosta con la mia idea di letteratura.

Come poteva allora convivere un anima razionale con una dedita alla creatività pura?

E’ il mio dramma.

Una mente che prende il sopravvento sull’istinto, relegandomi al ruolo, dignitoso certo, ma un pochino invidiosa, di spettatore della parola scritta.

Semmai di suoi umile portavoce.

Eppure, in fondo ogni idioma contiene una sua musicalità che dona il ritmo al libro trasformandolo quasi in un pentagramma.

Basta saper decifrare questo astruso codice che emerge la melodia portante del testo.

Ilaria è un grande Talento.

E nel suo testo le melodie sono diverse, mille eccentriche sfumature dell’arte, che danno vita ai personaggio come se essi fossero in realtà vivi e fatti di carne.

Da quelle soavi e al tempo stesso arrabbiate della Mannoia in Siamo cosi, a quelle nostalgiche e tristi di De Gregori ( la storia siamo noi).

E cullata da questi diversi ritmi mi sono lasciata sedurre dal libro.

A dolor del vero.

Due parole che si abbracciano e si intersecano dando vita a una storia che è, purtroppo, storia di giorni nostri.

Storia segreta perché troppo difficile da sopportare, la cui vista distrugge il nostro perfetto ideale.

Una storia recente eppure per molti lontana, che prende vita negli anni confusi del fascismo e della sua disfatta.

E’ un periodo in cui le contraddizioni iniziano a colorare di grigio ogni sfaccettatura umana: non esiste il malvagio in assoluto tra i contendenti, pedine di poteri folli che tentano di acquietare un anima ferita, ossessionata e permeata di insicurezza.

Persino il mostro dalla cui malsana mente è scaturito l’orrore, non era altro che un frustrato incapace di convivere con i suoi insuccessi.

La banalità del male, ancor più terrificante dei demoni o dello stesso satana.

L’orrore della scelta, della vendetta contro non si sa bene chi o cosa, identificato con un popolo, una religione un diverso, specchi deformato delle proprie negatività.

E’ tutto qua l’orrore racchiuso nel nazismo, e nella perversione dei suoi sostenitori.

Nulla di esoterico, seppur l’esoterismo ebbe una fondamentale importanza.

Solo l’incapacità umana di accettare e accettarsi il vero orribile mostro da cui dovremmo, anche oggi sfuggire.

Anche adesso, leggendo l’orribile storia del Burgi, capiamo come sia stato possibile annichilire le coscienze: la banalità dell’uomo qualunque non fa altro che mascherare i suoi tremendi impulsi acquietati sotto la superficie di salvatore di patria.

Basta una scintilla per far si che gli sterpi accumulati da ciascuno di noi, divengano fuoco da cui niente e nessuno può scappare.

L’aveva capito la Arendet mettendoci sull’avviso del peggiore dei disastri che l’essere umano compie, quello di coprire con uno strato di rassicurazione l’egregora creata da tanti, troppi non detti.

E cosi una semplice, banale ( ancora questa parola che inizia a contenere in se il terrore più cupo) diventa un anello della catena dell’odio.

Una semplice relazione, come tante oggi, resa ancor più minacciosa dalle implicazioni sociali di un epoca che si stava sfaldando, annichilita e sottomessa dai suoi stessi errori.

E cosi il contesto diviene maestro, e non certo un buon maestro.

Diviene il demiurgo che muovendo i fili istiga i destini e li scrive con feroci parole indelebili.

Diviene il giocoliere che incita lo stolto a una stantia ribellione.

Diviene l’abisso che richiama con toni suadenti il malcapitato.

E cosi il non detto, il taciuto crea una reazione a catena che si propaga dai nostri giorni invadendo le vita del presente.

E cosi che la protagonista si trova di fronte a un bivio: sapere o non sapere?

Andare alla scopetta della verità anche qualora mettesse in pericolo le acquisite certezze?

L’amore al tempo della guerra è un amore ostacolato.

Non si può mettere a repentaglio l’onore con chi non assicura un futuro stabile.

Perché la stabilità diviene chimera e al tempo stesso valore.

La retta via non può lasciarsi sedurre dalla tentazione.

E cosi l’apparenza, il buon nome regna sovrano, rendendo più pesante il divario già esistente in senso a una società agonizzante a cui la guerra e l’autoritarismo fascista da il colpo di grazie.

E cosi in tempi tribolati è la certezza di un futuro roseo protetto dalla rispettabilità che diventa un valore assoluto anche quando esso cozza con i sentimenti, con i desideri, con quella voglia di immaginazione che fa dei giovani il motore propulsivo verso un futuro diverso.

Ma è un miraggio.

Quello che conta è il presente, l’oggi in cui privi di tutti i diritti, del benessere che arriverà allegro solo negli anni 50, dettare le sue ferree regole infischiandone delle proteste e dei tentativi disperati di chi vorrebbe una speranza di felicità.

Nel testo di Ilaria la felicità è solo una parola, un illusione. La coscienza che bisogna sopravvivere ammanta di una cappa soffocante anche il nostro tempo che resta vittima di quel passato creato non soltanto dal contesto, dalle coincidenze ma anche dall’incapacità su sublimare l’odio e trasformarlo in possibilità.

Il Bragi semplicemente resta vittima della stessa violenza che subisce, fino a usarla come metodo per rivendicare il proprio essere schiacciato e sopraffatto dal perbenismo.

Ecco che il risultato di quei tempi disperati è semplicemente un odio che non riesce a essere sconfitto.

L’odio della società tedesca riunita attorno a un pazzo vittima di sue frustrazioni personali.

Odio nella società italiana che seppur stato di fatto, non riesce a essere davvero popolo.

Vittima di una società che deve dividere in accettati e devianti, per potersi mantenere intatta.

Vittime di tabù sociali che non migliorano anzi rendono ancor più profondo l’odio.

Odio per una vita difficile, priva di soddisfazioni tutta concentrata sul sopravvivere.

Ma come può un uomo, fatto di mille importanti e magici fili, accettare soltanto di sopravvivere?

E’ dal passato che si arriva alla scelta finale, quella che deciderà davvero i destini: rivelare i misteri occultati da troppo tempo o scegliere di cambiare rotta’

Ma come si può davvero cambiare rotta senza che la verità liberi?

Dal baratro del passato il presente può salvarsi solo se si decide di abbandonare l’odio, il risentimento e la vendetta.

Ed è una storia di redenzione, ma incompleta.

Perché senza riscoprire gli scheletri troppo tempo occultati, senza dare voce alle anime intrappolate nella macchina assurda del compromesso, nessuna reale redenzione, forse è possibile.

Il vero è dolore.

A dolor del vero è un uragano che ci pone davanti a noi stessi. E’ la scelta tra verità e benessere effimero.

Ma tutto senza una vera condanna: è semplicemente la scelta dell’umana fragilità tra proteggere per mantenere salda e intatta la propria anima o svelarlo, mettendo a rischio se stessi e tutto ciò che si è costruito.

Un libro sofferto, bellissimo che invita a guardare non soltanto gli eventi passati ma alle ragioni che quegli eventi hanno racchiuso.

 

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