” Review party. Il custode dell’etere” di Davide di Lonardo. A cura di Chiara Iiucci Lianaioli

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Il male è sempre pronto a infiltrarsi nel nostro mondo. Forze oscure minacciano di trasformare Parigi, un tempo meravigliosa, in un barbaro regno del terrore. Il tiranno Lorcàn, spinto dall’odio verso la corruzione e l’ipocrisia della società in cui vive, è alla ricerca di alcuni antichi e misteriosi manufatti, le Pietre dell’Etere, cinque gemme leggendarie, capaci di liberare un potere inestimabile..”

Anni fa, da ingenua e giovane lettrice, presi in mano il primo volume della universalmente nota opera di Stephen King, La Torre Nera. La saga, ben otto volumi, con varie graphic novels di contorno, fu per stessa ammissione dell’autore un approccio al fantasy nato da elementi di ispirazione ben specifici: Il Signore degli Anelli di Tolkien, il film di Sergio Leone Il buono, il brutto e il cattivo, Child Roland to the Dark Tower Came di Robert Browning e The Waste Land di T.S. Eliot.

Ci credereste?

King, da grande affabulatore qual è, non si impensierisce ad ammettere di aver cestinato la prima stesura del volume pilota in quanto troppo contaminata dalle sue fonti di ispirazione. L’autore voleva distanziarsi, elaborare e produrre un risultato nuovo da opere di per sé già epiche.

Come il pomodoro: siamo tutti d’accordo che sia lo stesso ortaggio che troviamo nel ragù come nel succo di frutta, eppure nessuno mette in dubbio che il risultato sia notevolmente diverso. Tanto da far dimenticare che la materia prima è la stessa.

Ebbene, la materia prima delle storie narrate è quella. Lo schema basic si ripete da quando l’uomo è uomo e l’ultima glaciazione si è conclusa. Quindi nulla di originale può essere narrato, pertanto la bravura dell’autore risiede proprio nel modo nuovo di servire il pomodoro. Un inedito, una ricetta personale, rielaborata e servita fumante.

Il custode dell’Etere narra di due gemelli.

Siamo nel 1760, e la Francia è la caldera pronta a forgiare la Rivoluzione. In questo background storico, un uomo porta due neonati attraverso l’Atlantico perché si ricongiungano ai genitori. Giunto nel luogo segreto, trova la casa distrutta, le persone che agognava uccise, e l’oscura presenza di un essere malvagio dotato di poteri sovrannaturali che vuole porre fine anche alla vita dei due neonati.

L’uomo, che è lo zio dei gemelli, sfugge e trova asilo presso Rufus, capo della resistenza contro l’Oscuro. Da saggio vegliardo dalla lunga barba argentea, decide di mandare gli infanti in un orfanotrofio per far perdere le tracce dei piccoli.

Nessuno deve sapere che sono loro i predestinati a sconfiggere il malvagio uccisore dei loro genitori.

Trascorrono gli anni, i due gemelli sopravvivono all’orfanotrofio e trovano “lavoro” alla Corte dei Miracoli di Parigi, come borseggiatori.

Il cattivo, che li ha avuti sotto il naso abbastanza a lungo, decide di attaccarli, così avviene il primo scontro con Will. Il vero protagonista. A lui visioni e poteri impensati affiorano di colpo, causati anche dalla rabbia che cova e che poi troverà spiegazione quando – incontrando il saggio Rufus – scoprirà la triste fine dei genitori e il movente del comune avversario.

L’Oscuro, intanto, ci fa sapere della sua infanzia funestata da un padre dissoluto e nobile, decaduto, che distrugge la vita dell’amata madre.

Assurto a poteri sovrannaturali grazie a gemme (dette dell’Etere), ciascuna delle quali offre un diverso potere a chi le trova, è alla ricerca disperata dei luoghi in cui le gemme sono state nascoste.

Anche Rufus, capo della Resistenza, è alla caccia dei medesimi, e invia Will, già più volte scappato alla morte, a cercarli fino alla remota Port Royale. Tra tempeste, duelli a colpi di sciabola, balli a Versailles, tremendi pirati innamorati di esseri marini che gli rubano il cuore (…), l’eroe giunge all’epilogo del primo volume. Drammatico quanto previsto.

Non sappiamo di quanti volumi si componga la saga.

L’autore ha una vera abilità per narrare con stile d’altri tempi una sequela ininterrotta di avventure. L’azione non manca, nemmeno il sovrannaturale. O l’amore.

Di Lonardo ridonda aggettivi con il gusto istintivo di fare eco al periodo storico citato. Il risultato è gradevole e la lettura scorre impavida, senza cali di stile o di ritmo.

Una mano felice, che rende un buon servizio al lettore.

Auspichiamo che l’esordio di questa giovane penna sia una salita verso la maturità narrativa, poiché stilisticamente mostra di averla già raggiunta.

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