Blog tour “Zarina” di Elle Alpsten, DeaPlaneta. “A spasso nel tempo della Russia del settecento”. A cura di Alessandra Micheli

 

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Siete pronti a un nuovo viaggio?

Venite con me.

Non vi prometto un mondo fiabesco su cui sognare sospirando in queste notti che sanno di festa.

Non vi prometto scoperte di balli e eleganti corpetti ricamati in perle. Non vi prometto stanze dorate ricche di statue e quadri, parrucche piene di fronzoli.

Minuetti e amori tormentati.

Ne grandi pensatori che tentano di aprire il varco verso il futuro.

Vi prometto però lande ghiacciate, brutalità e passioni selvagge.

Vi prometto una musica difficile da dimenticare e donne fiere come lupe che morderanno quello che possono di questa vita ingabbiata dall’ignoranza.

Vi prometto di farvi comprendere il fascino di una terra che, anche oggi, mentre piango sulla bandiera rossa, canta nel mo cuore.

Un momento cristallizzato in un passato che cozza con le idee effervescenti dell’illuminismo ed è da questo contrasto che vedremo le crepe di quei pensieri.

Un paese chiuso su se stesso e cosi lontano degli uomini, una terra che sogna di diventare grande, riverita, terrore per l’Europa che, al suo confronto, sta danzando il ballo che gli apre la strada verso la modernità. Una terra che ha sacrificato uomini come in un olocausto dedicato a un assetato dio pagano.

E mentre voi viaggerete, la mia voce mormorerà soffusa Addio Bandiera rossa

***

Il settecento, secolo dei lumi


Eccovi miei coraggiosi amici.

Impazienti di compiere il viaggio a ritroso del tempo vero?

Ora vi svelerò un segreto: questo è il secolo che vi ha permesso oggi di parlare, ridere e pensare.

Proprio cosi.

Dopo il rinascimento e le sue contraddizioni ci avviciniamo il secolo dei lumi.

Dell’intelletto libero e delle rivoluzioni che hanno sconvolto si l’assetto europeo, e che hanno permesso a voi oggi, di chiamarvi italiani, di parlare di diritti e di eliminare le caste sociali.

Ci sono forse delle resistenze dentro di noi, ma nessuno ammetterà mai apertamente di essere un dannato snob.

Come?

Volete saperne di più?

Vediamo da dove iniziare…ci sono!

Dalla cultura del settecento.

***

Il settecento, la cultura dell’innovazione

Immagino cari lettori che bramate di passeggiare per le regali e affascinanti terre russe. 

Pazientate ancora un minuto perché dobbiamo fare una breve tappa a conoscere il secolo che ha dato vita al libro la zarina.

Il settecento.

Un vecchio saggio, ombroso, con una lunga barba e libri sottobraccio ci aspetta per una cioccolata, prelibatezza del secolo amata dalla corte francese.

Ascoltiamo cosa ha da dirci.

Sono venuto dopo i secoli strani e contraddittori del 500 e del 600 connotati da guerre di religioni che hanno smentito con arroganza le conquiste del rinascimento.

Mi ha preceduto il tentativo rivoluzionario tentativo del parlamentarismo inglese come un antesignano della democrazia..”

Aspettate interrompo il nostro settecento e vi informo che sta parlando del tentativo di Oliver Cromwell che con la sua innovativa verve politica diede origine al primo esperimento repubblicano con conseguente abolizione della monarchia e la creazione del Commonwealth tra il

1649 e il 1653.

Ma continuiamo a sentire il racconto.

Venni dopo un secolo di crisi e pestilenze, senza nessuna svolta innovativa né nell’agricoltura, né nell’economia che resterà di tipo mercantilistico.

Capite il mio dramma?

Un Europa immobile, tranne rari tentativi pratici.

E io che ero pieno di sogni e ideali, di speranze e di volontà.

Era oramai lontano il pericolo della peste e di altre malattie (l’ultima epidemia risalirà al 1720 a Marsiglia) e dopo il tragico incendio che funestò la buona Londra,(1666) la popolazione iniziava a aumentare.

E cosi volevo passare alla storia come un secolo unico, ma non solo a livello teorico ma anche pieno di azioni che avrebbero avuto risalto e risonanza tra i miei fratelli futuri.

Ambizioso direte?

Probabilmente si.

Ma avevo già il mio primo evento clou; la rivoluzione demografica che comportò anche un aumento dell’igiene personale e quella delle città.

Ma non mi bastava.

Volevo di più.

Ecco che improvvisamente ebbi la mia migliore idea, quella che tutt’oggi voi vivete quasi con naturalezza e spontaneità causa e principio delle vostre odierne conquiste sociali e politiche che tanto date per scontate. Fu una luce a squarciare quel buio dato da una certa invadenza religiosa, che donava ai credenti l’idea della predestinazione e della rassegnazione. Non ci stavo.

E cosi la luce accesa nella mia vetusta coscienza, fu la miccia per dare una svolta a una certa monotonia dei due secoli passati.

Si lo so che il rinascimento e il seicento per gli storici sono periodi poco conosciuti, ma per me non sono altro che stantii e vani tentativi di movimento.

Io sono il vero secolo rivoluzionario!

Arrogante dite?

Realista.

E infatti, fui io a portare la fiaccola dell’illuminismo,o che accenderà i cori e gli ideali di tanti portandoli verso il futuro che oggi voi vivete!

Io sono il secolo delle rivoluzioni.

Io sono il secolo dei diritti, delle dichiarazioni, della capacità di togliersi di dosso il gioco dell’arretratezza mentale e sociale.

Io ho dato a voi gli strumenti per realizzare oggi i sogni, di poter disseppellire i vostri talenti e investirli in concretezza.

Io sono il secolo della ribellione, della filosofia politica e delle riforme. Io e solo io vi ho donato la libertà.

E voglio che mi sia riconosciuto il primato!

Ho dato tutto.

Rivoluzione demografica, agricola, intellettuale, culturale, e politica. Sono io a aver partorito con dolore e sacrificio la guerra di indipendenza americana (1775-1783) con la sua innovativa costituzione (1787) e la carta dei diritti (1791).

Sono io a aver immaginato e reso reale la rivoluzione francese e la caduta dell’ancien regime (1789) e la nascita della dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino!

Libertè, egalitè e fraternitè risuonarono come un coro di angeli in tutta l’Europa.

E’ vero anche gli altri secoli hanno avuto i loro momenti di gloria, e molti storici li definiscono più radicali dei miei (Come osano!).

Ma la scoperta di nuovi continenti, la lacerazione confessionale, la formazione dello stato moderno non sono stati davvero vissuti fino in fondo.

L’Europa non hanno osato mai varcare il limite dell’autocrazia.

Hanno tentato di disconoscerle e ridimensionare la loro portata eversiva.

Con me non ci sono riusciti e io ho contagiato tutta l’Europa, tutti gli stati che, volenti o nolenti, si sono trovati a dover abbracciare i nuovi diritti, le nuove aspirazioni culturali e politiche.

Grazie a me i monarchi comprendono che, per non far morire lo stato assoluto, farlo cadere vittime dei duri colpi delle dichiarazioni dei diritti era necessario sbarazzarsi di tanti, troppi privilegi che i nobili e la chiesa ancora tenevano strenuamente stretti a se.

Ecco che in tutti i regni si realizzano importanti riforme amministrative, fiscali e giuridiche.

Tutto grazie a me!

Grazie a me che nasce a Milano l’accademia dei pugni e si d vita a il caffè sul modello dello Spectator di Joseph Addisno e Richard Steele. Cesaree Beccaria scrive dei delitti e delle pene e Giuseppe Parini pubblica poesie impegnate, specialmente contro l’inquinamento dell’aria di milano e sul bisogno che costringe i poveri a rubare!

E vogliamo parlare dell’enciclopedia redatta da Diderot e D’elembert?”

Capisco mio settecento.

Tu sei stato diverso dagli altri.

In tutta Europa persino nella nostra arretrata Italia.

Grazie all’accademia di arcadia fondata da Cristina di Svezia il cambiamento veniva messo a disposizione di tutti, ma a noi interessa un altro paese…cosa ci dici dalla grande Madre russa?

…quello è un tasto dolente mia cara.

Nonostante i miei sforzi, non sono davvero mai riuscito a scalfirne la corazza…troppo selvaggia, troppo incentrata su se stessa, troppo legata a una strana quasi brutale tradizione…La Russia è il mio rimpianto maggiore, il mio rimorso, la convinzione di non averla mai davvero sfiorata ne toccato il cuore con il mio volenteroso sogno di grandezza.”

***

La Russia del settecento

La voce del nostro settecento si fa flebile e incrinata.

Un rimorso che gli impedisce di continuare a raccontare, una pena e una nostalgia che gli offusca gli occhi.

Eppure la Russia è la potenza che realizzò per noi credenti, il sogno del socialismo.

Eppure, qualcosa in lei lo fece morire di stenti e lacerazioni, qualcosa in quei condottieri li riportava a un passato strano, oscuro mai del tutto sganciatosi dalla barbarie…

Una triste considerazione…ma iniziamo la nostra passeggiata.

Dopo gli anni caotici che caratterizzarono il periodo dei torbidi, il potere politico passò alla dinastia più famosa quella dei Romanov fondata nel 1613 da Michele I e che dominò il nostro gelato suolo fino alla rivoluzione del 1917.

Una rivoluzione apparentemente inspiegabile che sembrò svegliare la nostra sonnacchiosa Russia da una sorta di letargo delle coscienze.

In realtà, cari miei viaggiatori, cosi come le sue distese ammantate oggi da una gelida coltre innevata, custodiscono nel sottosuolo energie molto ribelli.

Retaggi dei loro antenati goti?

Forse.

Ma già nel 1654 dopo la sconfitta della Polonia nella guerra del nord e la conseguente annessione dell’ucraina, il potere politico si trovò a far fronte alle sue prime ribellioni popolari.

A testimonianza che, il nostro impero non è cosi immobile come una certa storiografia vuole farci credere.

E’ però una terra di forti contrasti, di passioni sfrenate, dove la logica spesso è contraddetta da un istinto puro, selvatico, aggressivo che rende precario ogni equilibrio costituito.

Ascoltiamo le bellissime parole di Elle Alpassen:

come erano strani i russi perennemente divisi fra la gioia di vivere e il bisogno di espiare i propri peccati; intrisi di profonda fede religiosa ma autori di indicibili efferatezza e pieni di disprezzo per il comune senso del pudore, in bilico fra una crudeltà inaudita e un rimorso capace di tormentarli nel profondo per anni. L’animo russo non conosceva requie equilibrio né pace. Mai

L’insoddisfazione contadina derivava dall’incapacità congenita del paese, immenso e eterogeneo, dominato da tante culture diverse di aprirsi al nuovo che avanzava baldanzoso portato del nostro arrogante settecento.

La Russia imperiale divenne si una delle maggiori potenze europee i cui confini in Asia giunsero fino all’oceano pacifico ( persino in America, dove si ebbe l’America russa ossia l’Alaska) ma anche adombrati dallo stesso senso di disagio evidenziato nel libro Zarina, con una sorta di complesso di inferiorità dato dalla sua incapacità di lasciar andare quella sua profonda e incontenibile anima scontrosa.

Fu con Pietro il grande, salito al trono nel 1682 che lo stato russo cercò di assomigliare almeno di facciata, al modello occidentale, portatore di quello stato moderno che rese capace ogni territorio di adattarsi e a volte di resistere ai burrascosi venti di eversione.

E che invece, dimostrò l’incapacità di adattamento della Russia.

Ecco che burocrazia gerarchizzata e tribunali centrali presero lentamente piede.

Seppur con le dovute ritrosie dei bovari, convinti che il modernismo avrebbe messo seriamente a rischio i propri privilegi. Il diritto restò, invece prevalentemente una consuetudine e pochi furono gli interventi dello Zar che restarono confinati in ambito amministrativo.

Il sistema restò, fino al XX secolo ( ma per molti è una sua componente anche in quella che oggi viene definita democrazia di facciata) autocratica, esternamente conservatrice, arrogante nella sua pretesa di superiorità con ancora la concezione del diritto divino del regnante, rifiutando ogni vero e reale tentativo di modernità.

Nel 700 il sistema economico russo resta profondamente feudale, circa il 90% della popolazione era costituito da contadini legati alla terra

guarda.. questa Marta è la città più bella del mondo..Mosca! …daria indicò un villaggio poi ci sono i posady i villaggi fuori città Dove troverai la maggior parte delle botteghe degli artigiani degli artisti e dei giardinieri che lo zar ha fatto venire in Russia…li vicino ci sono i campi e i mulini che la Moscovia irriga per far crescere la frutta e la verdura migliori….Chi vive più oltre? Domandai strizzando gli occhi Daria alzò le spalle tutti gli altri. Servi e contadini. La formiche dell’impero russo

Ecco che il nostro pormi incontro con il suolo russo ci presenta questa profonda divisione: lo splendore e la miseria, l’incanto e la disperazione. I servi della gleba parti integranti del terreno, le formiche laboriose che donavano vita e salute all’indolente ape regina, esseri resi merce e pertanto ceduti e acquistati:

costrinse Christina ad aprire la mascella delicata per mostrare I denti come al mercato del bestiame in primavera.

A possedere i grandi latifondi erano loro, i nobili una piccola, piccolissima parte della popolazione, coccolata, viziata, privilegiata e spesso, dissennata.

Nonostante incontriamo botteghe e artisti notiamo come non esista nessuna attività industriale, nessuna attività mercantile salvo quella per i piccoli commerci fatti da ebrei e tedeschi.

Le grandi ricchezze, la compravendita di pelli, pietre preziose e altri lussi era esclusivo retaggio dello Zar.

C’era un secondo deposito che Vasilij teneva gelosamente chiuso a chiave… Era li che Vasilij teneva i suoi tesori proibiti: pellicce di zibellino ed ermellino, vodka e caviale..solo allo zar era concesso commerciare in qel genere di prodotti e anche li fuori dall’impero russo Vasilij rischiava che gli venisse tagliato il naso o condannato al supplizio della ruota.

Questo causava la mancanza di un certo borghese, quello che permise poi la rinascita economica di ogni stato europeo, ponendo lo stop al lungo e oscuro periodo medievale.

Continuiamo il viaggio.

Anche come monarchia quella russa era ben lontana dalle eleganti corti europee e si rifaceva all’obsoleto principio del cesaropapismo tanto che la parola Zar ha origine da Czar ossia cesare.

Un autorità incontestabile, un autorità a cui sottomettersi come ubbidienti e infantili bambini, a cui delegare scelte, pensieri e emozioni. Cosi radicata quest’idea nella mentalità russa che quando ci fu la rivoluzione d’ottobre il popolo chiese quale fosse il nuovo zar, dove zar era sinonimo di autorità.

E ancora oggi questo paese stenta a vivere appieno la sua democrazia.

Unico punto di contatto con le corti monarchiche erra il gusto trasgressivo delle feste.

Feste in cui il mondo si capovolgeva rendendo i servi regnanti e i regnanti semplici cittadini, dediti ai bagordi, al dio bacco e al sesso più sfrenato.

Orge e amanti non sfigurarono certo con gli accaldandoli della corte francese da cui Pietro, forse, prese sicuramente il peggio.

Mentre ci addentriamo in questi villaggi cosi isolati, quasi immobili nella loro chiusura ci rendiamo conto che, nonostante le grandiose idee di Pietro in realtà non riusci o non volle per cultura cambiare la situazione di isolamento culturale e arretratezza economica.

Un conto era contrastare alcune tradizioni che rendessero in apparenza Pietro un re come gli altri:

lo zar sconcertava i suoi sudditi aveva appena emesso un decreto in cui ordinava loro di tagliarsi la barba per un russo radersi era pura blasfemia.

Ebbe sicuramente la lungimiranza di non isolare le donne, almeno non quelle appartenenti alla corte, rendendo spesso le sue strane amanti personalità indiscussa di fronte a un popolo che languiva nella povertà. Emblematica è appunto la storia della serva che diventò zarina, ma che per eseguire il salto non dovette tanto puntare sulla sua intelligenza quanto sulla sua disponibilità al compromesso.

Ma nonostante fossero cambiamenti che potevano rendere omaggio al settecento, in nessuna pagina di storia e tanto meno in Zarina si nota una vera rivoluzione.

Ogni volta che si tentava di cambiare le basi fondanti l’impero, abbandonando il sistema autocratico la repressione veniva elargirà con inaudita crudeltà:

lo sterminato impero di Pietro con i suoi milioni di sudditi le sue incredibili ricchezze e le terribili condizioni di povertà e squallore…

Lo zar Pietro passato alla storia come il grande ebbe un unico merito. Non cambiò mai radicalmente gli assunti culturali russi ma comprese che tale situazione di arretratezza economica e culturale non rendeva la Russia in grado di competere a livello di reputazione e di percezione con gli altri stati.

Era si potente militarmente, animata da uno spirito guerresco ma senza quella raffinata capacità di adattarsi, senza mutare, ai tempi.

Per questo lo vediamo adesso in viaggio per tutte le corti apprendendo piccoli segreti e astuzie per rendere il suo impero almeno in grado di competere con gli atri.

La sua politica è un autocrazia europeizzante, immobile a ogni spinta rivoluzionaria, ma aspetto a ogni tentativo apparente di grandezza, si circondò di tecnici stranieri, e interiorizzò tre caratteristiche delle monarchie europee: il potere centrale forte, un esercito avanzato, un economia sviluppata in molti settori.

Lo osserviamo con quel cipiglio duro, cosi crudele e al tempo stesso affascinante consolidare il suo potere presentandosi come un padre, crudele certo, ma sicuramente capace di guidare il suo immenso dominio.

Sciolse la duma ( il consiglio dei proprietari terrieri) e istituì una specie di senato formato da nove membri scelti…ovvia mentre da lui. A lui fedeli.

Che pendevano dalle sue labbra, capaci di eseguire senza proporre alternative, i suoi ordini.

Organizzò una burocrazia ramificata e numerosa sul modello svedese prussiano.

Eliminò o tentò di eliminare i suoi oppositori politici attraverso una polizia segreta da lui stesso istituita e guidata.

Ridusse all’obbedienza la chiesa ortodossa e la usò come elemento unificante e come controllore delle pulsioni ribelli del suo popolo, che restava sottomesso e discriminato.

Garantì entrate fiscali costanti, riversate nelle casse zariste necessarie a proseguire e ampliare la sua politica espansionista attraverso mille svariate tasse, spesso anche ridicole che mettevano in ginocchio la maggioranza della popolazione.

Unica riforma degna di nota fu la volontà di ridurre l’ignoranza del suo popolo istruendo scuole, senza che la cultura potesse però diventare oggetto di revisionismi del sistema.

Una cultura a metà, che non fece onore allo spirito ribelle del nostro settecento.

Ma, nonostante questi tentativi, la battaglia contro l’isolamento si scontrava con un’anima portata a voler dominare tutto senza lasciare spiragli al vero soggetto che avrebbe reso la Russia diversa ,e potatrice di quello spirito innovatore che nel settecento, scardinò le anguste porte della gabbia della dittatura.

Nonostante le riforme la Russia restò povera perché costituita per la maggior parte da contadini servitori e aristocrazia egoista. Senza una borghesia il salto non si poté mai davvero compiere. Potenzialità rimasta imbozzolate in una strana commistione di volontà di modernità e terrore profondo della stessa.

Come se aprire spiragli avrebbe messo a repentaglio la stessa esistenza dell’idea di impero.

Fu cosi, che alla sua morte le riforme compiute furono progressivamente smantellate e la nobiltà riprese, lentamente i suoi tradizionali poteri. Persino con il governo della Grande Caterina II che di ispirò ai principi del dispotismo illuminato la corona tornò a consolidare i suoi privilegi e crebbero nel tempo i poteri delle classi aristocratiche. Il malcontento popolare sfociò in rivolte sempre più violente, la più rilevante delle quali fu quella comandata dal cosacco Emal Jan Pugacev (1773.75).

***

Siete pronti a un nuovo viaggio?

Venite con me.

Non vi prometto un mondo fiabesco su cui sognare sospirando in queste notti che sanno di festa.

Non vi prometto scoperte di balli e eleganti corpetti ricamati in perle. Non vi prometto stanze dorate ricche di statue e quadri, parrucche piene di fronzoli.

Minuetti e amori tormentati.

Ne grandi pensatori che tentano di aprire il varco verso il futuro.

Vi prometto però lande ghiacciate, brutalità e passioni selvagge.

Vi prometto una musica difficile da dimenticare e donne fiere come lupe che morderanno quello che possono di questa vita ingabbiata dall’ignoranza.

Vi prometto di farvi comprendere il fascino di una terra che, anche oggi, mentre piango sulla bandiera rossa, canta nel mo cuore.

Un momento cristallizzato in un passato che cozza con le idee effervescenti dell’illuminismo ed è da questo contrasto che vedremo le crepe di quei pensieri.

Un paese chiuso su se stesso e cosi lontano degli uomini, una terra che sogna di diventare grande, riverita, terrore per l’Europa che, al suo confronto, sta danzando il ballo che gli apre la strada verso la modernità. Una terra che ha sacrificato uomini come in un olocausto dedicato a un assetato dio pagano.

E mentre voi viaggerete, la mia voce mormorerà soffusa Addio Bandiera rossa

Il settecento, secolo dei lumi


Eccovi miei coraggiosi amici.

Impazienti di compiere il viaggio a ritroso del tempo vero?

Ora vi svelerò un segreto: questo è il secolo che vi ha permesso oggi di parlare, ridere e pensare.

Proprio cosi.

Dopo il rinascimento e le sue contraddizioni ci avviciniamo il secolo dei lumi.

Dell’intelletto libero e delle rivoluzioni che hanno sconvolto si l’assetto europeo, e che hanno permesso a voi oggi, di chiamarvi italiani, di parlare di diritti e di eliminare le caste sociali.

Ci sono forse delle resistenze dentro di noi, ma nessuno ammetterà mai apertamente di essere un dannato snob.

Come?

Volete saperne di più?

Vediamo da dove iniziare…ci sono!

Dalla cultura del settecento.

Il settecento, la cultura dell’innovazione

Eccoci cari lettori.

Siete pronti al grande viaggio nelle lande ghiacciate della Russia?

Pazientate ancora un minuto perché dobbiamo fare una breve tappa a conoscere il secolo che ha dato vita al libro la zarina.

Il settecento.

Un vecchio saggio, ombroso, con una lunga barba e libri sottobraccio ci aspetta per una cioccolata, prelibatezza del secolo amata dalla corte francese.

Ascoltiamo cosa ha da dirci.

Sono venuto dopo i secoli strani e contraddittori del 500 e del 600 connotati da guerre di religioni che hanno smentito con arroganza le conquiste del rinascimento.

Mi ha preceduto il tentativo rivoluzionario tentativo del parlamentarismo inglese come un antesignano della democrazia..”

Aspettate interrompo il nostro settecento e vi informo che sta parlando del tentativo di Oliver Cromwell che con la sua innovativa verve politica diede origine al primo esperimento repubblicano con conseguente abolizione della monarchia e la creazione del Commonwealth tra il

1649 e il 1653.

Ma continuiamo a sentire il racconto.

Venni dopo un secolo di crisi e pestilenze, senza nessuna svolta innovativa né nell’agricoltura, né nell’economia che resterà di tipo mercantilistico.

Capite il mio dramma?

Un Europa immobile, tranne rari tentativi pratici.

E io che ero pieno di sogni e ideali, di speranze e di volontà.

Era oramai lontano il pericolo della peste e di altre malattie (l’ultima epidemia risalirà al 1720 a Marsiglia) e dopo il tragico incendio che funestò la buona Londra,(1666) la popolazione iniziava a aumentare.

E cosi volevo passare alla storia come un secolo unico, ma non solo a livello teorico ma anche pieno di azioni che avrebbero avuto risalto e risonanza tra i miei fratelli futuri.

Ambizioso direte?

Probabilmente si.

Ma avevo già il mio primo evento clou; la rivoluzione demografica che comportò anche un aumento dell’igiene personale e quella delle città.

Ma non mi bastava.

Volevo di più.

Ecco che improvvisamente ebbi la mia migliore idea, quella che tutt’oggi voi vivete quasi con naturalezza e spontaneità causa e principio delle vostre odierne conquiste sociali e politiche che tanto date per scontate. Fu una luce a squarciare quel buio dato da una certa invadenza religiosa, che donava ai credenti l’idea della predestinazione e della rassegnazione. Non ci stavo.

E cosi la luce accesa nella mia vetusta coscienza, fu la miccia per dare una svolta a una certa monotonia dei due secoli passati.

Si lo so che il rinascimento e il seicento per gli storici sono periodi poco conosciuti, ma per me non sono altro che stantii e vani tentativi di movimento.

Io sono il vero secolo rivoluzionario!

Arrogante dite?

Realista.

E infatti, fui io a portare la fiaccola dell’illuminismo,o che accenderà i cori e gli ideali di tanti portandoli verso il futuro che oggi voi vivete!

Io sono il secolo delle rivoluzioni.

Io sono il secolo dei diritti, delle dichiarazioni, della capacità di togliersi di dosso il gioco dell’arretratezza mentale e sociale.

Io ho dato a voi gli strumenti per realizzare oggi i sogni, di poter disseppellire i vostri talenti e investirli in concretezza.

Io sono il secolo della ribellione, della filosofia politica e delle riforme. Io e solo io vi ho donato la libertà.

E voglio che mi sia riconosciuto il primato!

Ho dato tutto.

Rivoluzione demografica, agricola, intellettuale, culturale, e politica. Sono io a aver partorito con dolore e sacrificio la guerra di indipendenza americana (1775-1783) con la sua innovativa costituzione (1787) e la carta dei diritti (1791).

Sono io a aver immaginato e reso reale la rivoluzione francese e la caduta dell’ancien regime (1789) e la nascita della dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino!

Libertè, egalitè e fraternitè risuonarono come un coro di angeli in tutta l’Europa.

E’ vero anche gli altri secoli hanno avuto i loro momenti di gloria, e molti storici li definiscono più radicali dei miei (Come osano!).

Ma la scoperta di nuovi continenti, la lacerazione confessionale, la formazione dello stato moderno non sono stati davvero vissuti fino in fondo.

L’Europa non hanno osato mai varcare il limite dell’autocrazia.

Hanno tentato di disconoscerle e ridimensionare la loro portata eversiva.

Con me non ci sono riusciti e io ho contagiato tutta l’Europa, tutti gli stati che, volenti o nolenti, si sono trovati a dover abbracciare i nuovi diritti, le nuove aspirazioni culturali e politiche.

Grazie a me i monarchi comprendono che, per non far morire lo stato assoluto, farlo cadere vittime dei duri colpi delle dichiarazioni dei diritti era necessario sbarazzarsi di tanti, troppi privilegi che i nobili e la chiesa ancora tenevano strenuamente stretti a se.

Ecco che in tutti i regni si realizzano importanti riforme amministrative, fiscali e giuridiche.

Tutto grazie a me!

Grazie a me che nasce a Milano l’accademia dei pugni e si d vita a il caffè sul modello dello Spectator di Joseph Addisno e Richard Steele. Cesaree Beccaria scrive dei delitti e delle pene e Giuseppe Parini pubblica poesie impegnate, specialmente contro l’inquinamento dell’aria di milano e sul bisogno che costringe i poveri a rubare!

E vogliamo parlare dell’enciclopedia redatta da Diderot e D’elembert?”

Capisco mio settecento.

Tu sei stato diverso dagli altri.

In tutta Europa persino nella nostra arretrata Italia.

Grazie all’accademia di arcadia fondata da Cristina di Svezia il cambiamento veniva messo a disposizione di tutti, ma a noi interessa un altro paese…cosa ci dici dalla grande Madre russa?

…quello è un tasto dolente mia cara.

Nonostante i miei sforzi, non sono davvero mai riuscito a scalfirne la corazza…troppo selvaggia, troppo incentrata su se stessa, troppo legata a una strana quasi brutale tradizione…La Russia è il mio rimpianto maggiore, il mio rimorso, la convinzione di non averla mai davvero sfiorata ne toccato il cuore con il mio volenteroso sogno di grandezza.”

La Russia del settecento

La voce del nostro settecento si fa flebile e incrinata.

Un rimorso che gli impedisce di continuare a raccontare, una pena e una nostalgia che gli offusca gli occhi.

Eppure la Russia è la potenza che realizzò per noi credenti, il sogno del socialismo.

Eppure, qualcosa in lei lo fece morire di stenti e lacerazioni, qualcosa in quei condottieri li riportava a un passato strano, oscuro mai del tutto sganciatosi dalla barbarie…

Una triste considerazione…ma iniziamo la nostra passeggiata.

Dopo gli anni caotici che caratterizzarono il periodo dei torbidi, il potere politico passò alla dinastia più famosa quella dei Romanov fondata nel 1613 da Michele I e che dominò il nostro gelato suolo fino alla rivoluzione del 1917.

Una rivoluzione apparentemente inspiegabile che sembrò svegliare la nostra sonnacchiosa Russia da una sorta di letargo delle coscienze.

In realtà, cari miei viaggiatori, cosi come le sue distese ammantate oggi da una gelida coltre innevata, custodiscono nel sottosuolo energie molto ribelli.

Retaggi dei loro antenati goti?

Forse.

Ma già nel 1654 dopo la sconfitta della Polonia nella guerra del nord e la conseguente annessione dell’ucraina, il potere politico si trovò a far fronte alle sue prime ribellioni popolari.

A testimonianza che, il nostro impero non è cosi immobile come una certa storiografia vuole farci credere.

E’ però una terra di forti contrasti, di passioni sfrenate, dove la logica spesso è contraddetta da un istinto puro, selvatico, aggressivo che rende precario ogni equilibrio costituito.

Ascoltiamo le bellissime parole di Elle Alpassen

come erano strani i russi perennemente divisi fra la gioia di vivere e il bisogno di espiare i propri peccati; intrisi di profonda fede religiosa ma autori di indicibili efferatezza e pieni di disprezzo per il comune senso del pudore, in bilico fra una crudeltà inaudita e un rimorso capace di tormentarli nel profondo per anni. L’animo russo non conosceva requie equilibrio né pace. Mai

L’insoddisfazione contadina derivava dall’incapacità congenita del paese, immenso e eterogeneo, dominato da tante culture diverse di aprirsi al nuovo che avanzava baldanzoso portato del nostro arrogante settecento.

La Russia imperiale divenne si una delle maggiori potenze europee i cui confini in Asia giunsero fino all’oceano pacifico ( persino in America, dove si ebbe l’America russa ossia l’Alaska) ma anche adombrati dallo stesso senso di disagio evidenziato nel libro Zarina, con una sorta di complesso di inferiorità dato dalla sua incapacità di lasciar andare quella sua profonda e incontenibile anima scontrosa.

Fu con Pietro il grande, salito al trono nel 1682 che lo stato russo cercò di assomigliare almeno di facciata, al modello occidentale, portatore di quello stato moderno che rese capace ogni territorio di adattarsi e a volte di resistere ai burrascosi venti di eversione.

E che invece, dimostrò l’incapacità di adattamento della Russia.

Ecco che burocrazia gerarchizzata e tribunali centrali presero lentamente piede.

Seppur con le dovute ritrosie dei bovari, convinti che il modernismo avrebbe messo seriamente a rischio i propri privilegi. Il diritto restò, invece prevalentemente una consuetudine e pochi furono gli interventi dello Zar che restarono confinati in ambito amministrativo.

Il sistema restò, fino al XX secolo ( ma per molti è una sua componente anche in quella che oggi viene definita democrazia di facciata) autocratica, esternamente conservatrice, arrogante nella sua pretesa di superiorità con ancora la concezione del diritto divino del regnante, rifiutando ogni vero e reale tentativo di modernità.

Nel 700 il sistema economico russo resta profondamente feudale, circa il 90% della popolazione era costituito da contadini legati alla terra

guarda.. questa Marta è la città più bella del mondo..Mosca! …daria indicò un villaggio poi ci sono i posady i villaggi fuori città Dove troverai la maggior parte delle botteghe degli artigiani degli artisti e dei giardinieri che lo zar ha fatto venire in Russia…li vicino ci sono i campi e i mulini che la Moscovia irriga per far crescere la frutta e la verdura migliori….Chi vive più oltre? Domandai strizzando gli occhi Daria alzò le spalle tutti gli altri. Servi e contadini. La formiche dell’impero russo

Ecco che il nostro pormi incontro con il suolo russo ci presenta questa profonda divisione: lo splendore e la miseria, l’incanto e la disperazione. I servi della gleba parti integranti del terreno, le formiche laboriose che donavano vita e salute all’indolente ape regina, esseri resi merce e pertanto ceduti e acquistati:

costrinse Chrostina ad aprire la mascella delicata per mostrare I denti come al mercato del bestiame in primavera.

A possedere i grandi latifondi erano loro, i nobili una piccola, piccolissima parte della popolazione, coccolata, viziata, privilegiata e spesso, dissennata.

Nonostante incontriamo botteghe e artisti notiamo come non esista nessuna attività industriale, nessuna attività mercantile salvo quella per i piccoli commerci fatti da ebrei e tedeschi.

Le grandi ricchezze, la compravendita di pelli, pietre preziose e altri lussi era esclusivo retaggio dello Zar.

C’era un secondo deposito che Vasilij teneva gelosamente chiuso a chiave… Era li che Vasilij teneva i suoi tesori proibiti: pellicce di zibellino ed ermellino, vodka e caviale..solo allo zar era concesso commerciare in qel genere di prodotti e anche li fuori dall’impero russo Vasilij rischiava che gli venisse tagliato il naso o condannato al supplizio della ruota.

Questo causava la mancanza di un certo borghese, quello che permise poi la rinascita economica di ogni stato europeo, ponendo lo stop al lungo e oscuro periodo medievale.

Continuiamo il viaggio.

Anche come monarchia quella russa era ben lontana dalle eleganti corti europee e si rifaceva all’obsoleto principio del cesaropapismo tanto che la parola Zar ha origine da Czar ossia cesare.

Un autorità incontestabile, un autorità a cui sottomettersi come ubbidienti e infantili bambini, a cui delegare scelte, pensieri e emozioni. Cosi radicata quest’idea nella mentalità russa che quando ci fu la rivoluzione d’ottobre il popolo chiese quale fosse il nuovo zar, dove zar era sinonimo di autorità.

E ancora oggi questo paese stenta a vivere appieno la sua democrazia.

Unico punto di contatto con le corti monarchiche erra il gusto trasgressivo delle feste.

Feste in cui il mondo si capovolgeva rendendo i servi regnanti e i regnanti semplici cittadini, dediti ai bagordi, al dio bacco e al sesso più sfrenato.

Orge e amanti non sfigurarono certo con gli accaldandoli della corte francese da cui Pietro, forse, prese sicuramente il peggio.

Mentre ci addentriamo in questi villaggi cosi isolati, quasi immobili nella loro chiusura ci rendiamo conto che, nonostante le grandiose idee di Pietro in realtà non riusci o non volle per cultura cambiare la situazione di isolamento culturale e arretratezza economica.

Un conto era contrastare alcune tradizioni che rendessero in apparenza Pietro un re come gli altri:

lo zar sconcertava i suoi sudditi aveva appena emesso un decreto in cui ordinava loro di tagliarsi la barba per un russo radersi era pura blasfemia.

Ebbe sicuramente la lungimiranza di non isolare le donne, almeno non quelle appartenenti alla corte, rendendo spesso le sue strane amanti personalità indiscussa di fronte a un popolo che languiva nella povertà. Emblematica è appunto la storia della serva che diventò zarina, ma che per eseguire il salto non dovette tanto puntare sulla sua intelligenza quanto sulla sua disponibilità al compromesso.

Ma nonostante fossero cambiamenti che potevano rendere omaggio al settecento, in nessuna pagina di storia e tanto meno in Zarina si nota una vera rivoluzione.

Ogni volta che si tentava di cambiare le basi fondanti l’impero, abbandonando il sistema autocratico la repressione veniva elargirà con inaudita crudeltà:

lo sterminato impero di Pietro con i suoi milioni di sudditi le sue incredibili ricchezze e le terribili condizioni di povertà e squallore…

Lo zar Pietro passato alla storia come il grande ebbe un unico merito. Non cambiò mai radicalmente gli assunti culturali russi ma comprese che tale situazione di arretratezza economica e culturale non rendeva la Russia in grado di competere a livello di reputazione e di percezione con gli altri stati.

Era si potente militarmente, animata da uno spirito guerresco ma senza quella raffinata capacità di adattarsi, senza mutare, ai tempi.

Per questo lo vediamo adesso in viaggio per tutte le corti apprendendo piccoli segreti e astuzie per rendere il suo impero almeno in grado di competere con gli atri.

La sua politica è un autocrazia europeizzante, immobile a ogni spinta rivoluzionaria, ma aspetto a ogni tentativo apparente di grandezza, si circondò di tecnici stranieri, e interiorizzò tre caratteristiche delle monarchie europee: il potere centrale forte, un esercito avanzato, un economia sviluppata in molti settori.

Lo osserviamo con quel cipiglio duro, cosi crudele e al tempo stesso affascinante consolidare il suo potere presentandosi come un padre, crudele certo, ma sicuramente capace di guidare il suo immenso dominio.

Sciolse la duma ( il consiglio dei proprietari terrieri) e istituì una specie di senato formato da nove membri scelti…ovvia mentre da lui. A lui fedeli.

Che pendevano dalle sue labbra, capaci di eseguire senza proporre alternative, i suoi ordini.

Organizzo una burocrazia ramificata e numerosa sul modello svedese prussiano.

Eliminò o tentò di eliminare i suoi oppositori politici attraverso una polizia segreta da lui stesso istituita e guidata.

Ridusse all’obbedienza la chiesa ortodossa e la usò come elemento unificante e come controllore delle pulsioni ribelli del suo popolo, che restava sottomesso e discriminato.

Garantì entrate fiscali costanti, riversate nelle casse zariste necessarie a proseguire e ampliare la sua politica espansionista attraverso mille svariate tasse, spesso anche ridicole che mettevano in ginocchio la maggioranza della popolazione.

Unica riforma degna di nota fu la volontà di ridurre l’ignoranza del suo popolo istruendo scuole, senza che la cultura potesse però diventare oggetto di revisionismi del sistema.

Una cultura a metà, che non fece onore allo spirito ribelle del nostro settecento.

Ma, nonostante questi tentativi, la battaglia contro l’isolamento si scontrava con un’anima portata a voler dominare tutto senza lasciare spiragli al vero soggetto che avrebbe reso la Russia diversa ,e potatrice di quello spirito innovatore che nel settecento, scardinò le anguste porte della gabbia della dittatura.

Nonostante le riforme la Russia restò povera perché costituita per la maggior parte da contadini servitori e aristocrazia egoista. Senza una borghesia il salto non si poté mai davvero compiere. Potenzialità rimasta imbozzolate in una strana commistione di volontà di modernità e terrore profondo della stessa.

Come se aprire spiragli avrebbe messo a repentaglio la stessa esistenza dell’idea di impero.

Fu cosi, che alla sua morte le riforme compiute furono progressivamente smantellate e la nobiltà riprese, lentamente i suoi tradizionali poteri. Persino con il governo della Grande Caterina II che di ispirò ai principi del dispotismo illuminato la corona tornò a consolidare i suoi privilegi e crebbero nel tempo i poteri delle classi aristocratiche. Il malcontento popolare sfociò in rivolte sempre più violente, la più rilevante delle quali fu quella comandata dal cosacco Emal Jan Pugacev (1773.75).

Assisi sulla stessa collina che fece vedere lo splendore di mosca alla nostra Marta i pensieri scorrono.

Il secolo settecento è accanto a me, in silenzio.

Forse pensa come me alle opportunità perdute, ai passi mai davvero compiuti, al terrore del cambiamento che ha reso, anche oggi, la
Russia un tentennante re incapace di sbilanciarsi.

E quando ci ha provato, provato a rispettare la dignità del suo popolo, qualcosa dentro di se lo ha spinto al ritorno dell’autocrazia. E oggi con la neve che ammorbidisce la facciata dura, quasi crudele del Cremlino diciamo con sommo rimpianto

Addio bandiera rossa.

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