“Nero Dostoevskij” di Antonio Mesica, Scrittura & Scritture. A cura di Alessandra Micheli

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La risata è capace di creare meraviglie.

La risata sconfigge anche il male.

Non è un caso che la nostra amata Rowling la usi come rimedio per il male oscuro, quel dissennatore/depressione che ruba ogni ricordo felice, lasciandosi dietro solo macerie e nero abisso.

E’ un concetto che ho ripetuto più volte e che non mi stanco di ripetere: è solo con la leggerezza, che possiamo guardare ogni dettaglio del nostro più acuto dolore come se fossimo assisi su un trono nell’alto dei cieli.

E come appaiono limitati gli orizzonti e cosi piccoli gli uomini!

E cosi capiamo che persino quel male che ci terrorizza, quello che non fa che tentare di distruggere un armonia discesa direttamente dalla mente di dio, ci appare per quello che è, il patetico tentativo di attirare la nostra attenzione, di un finto distruttore messo in un angolo, come punizione per qualche atavico sgarbo. Ogni schiaffo, ogni piccolo sopruso appaiono solo i capricci di un infantile lagnoso personaggio.

E cosi anche i grandi orrori sono altro che la banalità di chi, quel cielo, non riesce a raggiungerlo. Se lo raggiungessimo non avremmo bisogno di null’altro, perché basteremmo a noi stessi.

Anche i peggiori crimini che oggi veleggiano nei nostri Tg, non sono altro che frutti di un banale quando oscuro sentimento, quello che al pari del dissennatore divora ogni sentimento positivo e ogni creatività, la noia.

Ci annoiamo cosi tanto da non farci bastare ciò che abbiamo.

Ci annoiamo cosi tanto che cerchiamo sempre qualcosa in più.

Bateson lo chiamava l’acme, il raggiungimento di un apice che agirà su di noi come una droga.

Vogliamo sempre di più, sempre maggiori dosi.

Desideriamo con un ossessione che rasenta la follia, il livello successivo andando sempre un po’ oltre il confine del lecito e dell’etica.

E cosi all’osservazione di quei pochi eletti capaci di apprezzare il solo fatto di essere vivi e di respirare, appaiamo come impazzite formiche ubriache di eccessi.

La noia.

Sembra cosi stupido da raccontare eppure è il peggior male che apre le porte dell’abisso.

La noia di sentirsi semplicemente umani.

In fondo il burlone che propagandò nel 46 il mito dell’uomo qualunque non era cosi fesso; era il tentativo di riportare alla normalità un mondo che aveva conosciuto il peggiore degli acmi. Quella volontà pazzoide e esacerbata di sentirsi unici di dominare il mondo, di porsi come balsamo graaliano del nostro malato tempo, fino a dividere il mondo in utili e inutili in esseri umani e in scorie. Un’assurda cesura che aveva rosicchiato qualcosa dentro di noi aprendo la strada all’illecito.

Ma questa è un altra pessima storia.

La risata ci fa scendere dal piedistallo fatto di ossa e di macerie.

Ci fa comprendere che la nostra visuale era semplicemente offuscata da questa strana noia che ci faceva illudere di essere sovrumani, che ci raccontava come la semplicità fosse solo per uomini mediocri.

E’ quello che oggi ci tortura.

E ci condanna a una vita in eterna competizione l’uno con l’altro, per emergere, per darci una spinta, per sentirci meravigliosi, sexy, intelligenti, colti, talentuosi.

In fondo, Nero Dovstojasky nella sua assurdità, in quella risata amara, nel descrivere con cruda semplicità tutto questo edotto mio “trattato”, è uno specchio di noi stessi.

Capitati per una botta di culo in un mondo privilegiato, capaci di prendere in modo ossessivo tutto quello che possiamo, riempendoci occhi, mani e bocca di parole e di emozioni, di oggetti e di possibilità.

Ma la noia, compagna di ogni giorno, vizio dei ricchi, di chi non sente più ogni piccolo privilegio come un dono, determina il crollo del nostro brillante protagonista.

E non si può non provare simpatia per lui.

In fondo lui è una parte di noi stessi

. Siamo noi Oscar Peretti, ognuno con il proprio demone.

Ognuno con la propria padrona da gestire o da sognare di far fuori. Magari è la bolletta di equitalia, più che un vizio.

O magari è la consapevolezza di sogni perduti.

La certezza di vivere in un mondo di furbi e dover lasciare i sogni per adattarsi a questo gioco di poker in cui si sa, il bluff è la prassi.

E cosi Oscar diviene una macchietta, un eroe che non si fa prendere, ma che al tempo stesso cerca invano di salvare qualcosa: la sua fantasia. Oscar è capitato in un mondo brillantinato, fatto di proprie leggi.

Ma è fondamentalmente alieno e tiene stretto dentro di se la capacità di ridere, di se e degli altri.

E nelle bugie che inventa, nel racconto dissacrante del suo dramma, ci dona un sorso di aria pura.

Strano essere vicini a Perotti vero?

Io ligia alla giustizia e alla legalità.

Eppure una parte di me, mentre rideva a crepapelle, si diceva ehi in fondo il nero non è altro che lo specchio della vita di tutti i giorni.

In fondo non era quello che ci raccontava il nostro buon Dostoevskij?

Nei suoi libri non denigrava forse la società cosi ligia al dovere e alla giustizia?

Non era lui che ci sbeffeggiava con l’idiota?

Il nostro Fedor mi piaceva perché lucidamente l’insoddisfazione dell’essere umano. E indagava nei meandri oscuri del proprio io, cosi legato alle idee e a un certo concetto morale

E allora ogni personaggio, cosi come ci insegna Fedor, non è altro che una parte di una coscienza che si dibatte tra le forze di un mondo che ci muta, che ci cambia e che ci mette alla prova, che ci regala qualcosa, ma al tempo stesso ci rende lucidi che non è quello di cui avevamo bisogno. Non è la ricchezza che farà di Oscar un uomo felice e libero.

Non è l’amore che lo renderà davvero uomo.

Non è nulla di ciò che esternamente bramiamo.

E’ forse dentro di noi, è forse un attimo, un istante, un fuggire e ricostruire in un mondo meno ancorato alle convenzioni. Un mondo meno patinato, meno politicamente corretto, meno improntato sul non si fanno è conveniente.

Magari è un costruire l’intera nostra esistenza semplicemente…sulla propria anima.

O forse anche Oscar è alla ricerca della verità su se stesso.

E forse è quando cade, sbaglia, cede che diventa davvero uomo.

E mette a nudo se stesso.

E cosi Mesica mentre ci fa ridere, ci regala domande.

Domande a cui non ho forse risposta, ma che sono importanti anche solo perché permettiamo loro di invadere il cuore.

E darci la possibilità di muoverci, verso una risposta che forse non avremo mai.

Ma che diventerà la nostra meta.

E cosi diventiamo uomini dell’idea.

Non saggi, non ideologhi ma mossi dalla volontà di raccoglierla quest’idea come l’unica speranza per uscire da questo manicomio che noi chiamiamo vita.

Allora ridiamo con questo libro e muoviamoci alla ricerca di qulla chimera che ci sfugge.

Anche se significherà guardarsi profondamente, fino in fondo al proprio io.

In fondo Oscar Peretti si guarda davvero.

Non è bellissimo, non è intelligentissimo, non è saggio.

Non è un eroe.

Ma alla fine mi è simpatico lo stesso.

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