“Caffè coppede” di Daniele Botti, Alter ego edizioni. A cura di Alessandra Micheli


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Si svegliò, guardò nell’alba e l’alba era lì senza memoria;

camminò la terra ormai da anni senza tempo e senza storia:

e fin dove gli occhi andavano non un suono,

non un fiore rise e raddrizzò le sagome dei suoi alberi in cartone;

strinse in tasca i semi inutili come il torto e la ragione:

nel cervello già sfumava l’ombra e con l’ombra ci viveva…

s’infilò come abitudine l’ago,

quello di ogni sera

e i fantasmi ritornarono per tenerlo vivo ancora.

E’ il nuovo anno che bussa alla mia porta.

E mi invita a guardare la possibilità e le novità che ha da donarmi.

Anche lui vuole essere protagonista della storia.

Magari non con guerre e orrori.

Vorrebbe regalarci sogni e cultura, parole e poesie.

Vorrebbe solo che una musica diversa risuonasse per queste strade deserte, deserte di gioia e sorrisi.

E’ da tanto troppo tempo, che viviamo come morti, zombie comandanti da un Enneade di saggi, che forse neanche ci manipolano, quello lo facciamo benissimo da soli.

Loro sono assisi su troni d’oro intenti a indicarci per noia come vestirci, come pensare, su cosa indignarci.

Ci obbligano a ballare la musica più stridente, spacciandocela per un opera di Paganini.

Balliamo convulsamente la nota del diavolo, in cerca di un oblio o di un emozione che ci faccia sempre sentire il cuore in gola.

E mastichiamo slogan che perdono il peso e il senso della parola.

Perdono la magia demiurga di creare porte per arrivare su altri universi e perdono la capacità di farci ridere delle nostre assurde ossessioni.

La libertà ci è negata, come se fossimo costantemente osservati da un occhio onnipresente e onnisciente, come se vivessimo davvero dentro una città comandata da qualche strana setta.

Allora ho invitato il nuovo anno a entrare cercando di indagare nella sua mente.

Sei davvero un anno che vuole fare la differenza?

O Sei il solito millantatore da cui debbo difendermi?

E allora nel dubbio ho preso il mio libro preferito, Caffè Coppede e l’ho usato come scudo per evitare ogni assalto pericoloso.

Ho aperto quelle pagine che profumano di fiori, di rose e ho iniziato a leggere nuovamente le assurde avventure del mio Saverio Trinca. Sapendo che la risata avrebbe sconfitto le ombre e che il vedere i difetti resi eclatanti dalla bravissima penna di Daniele mi avrebbero aiutato a crescere.

Perché solo attraverso quelle pagine in bilico tra denuncia sociale e irriverente humor nero, posso trovare la chiave per maturare.

Nasciamo tutti come Trinca, impegnati alla ricerca della sicurezza, impegnati a inchinarci fantozzianamente al re di turno.

Impegnati a nascondere la peggiore verità sotto il tappeto del simbolo.

E cosi se un libro vi svela la via della consapevolezza, vi svela che siamo tutti sudditi di potenti che si divertono a giocare a intellettuali o chissà che esoteristi, mentre mangiano e bevono godendosi la nostra servile compiacenza, allora forse una speranza di essere migliori di come oggi appariamo, esiste.

Caffè Coppede, al pari di Forno inferno è il libro che rivela, meglio di un dotto Picatrix.

Migliore di un Corpus Hermeticum.

Svela che l’unico vero esoterismo, ossia ciò che è celato ai più, è quello di un compianto scomparso uomo, che oggi si indigna per le scemenze ma lascia che fatti di cronaca si svolgano sotto il suo sguardo complice.

Vi invito a trovarli in questo testo.

Vi invito a scavare grazie alla risata il substrato sociale che fa da sfondo alle esilaranti e al tempo stesso amare vicende di questa strana setta, che governa Roma, dove in fondo assassini e vittime si confondono in una folla danza carnevalesca.

Cosi come la vita confonde gli indizi e fa passare il truce come un eletto, il brigante come un eroe, il cattivo come il buono di turno.

Che fa passare l’umanità vestita come un clochard il male assoluto mentre la violenza nascosta dietro lo smoking viene quasi invidiata.

E allora Grazie Daniele per spiazzarci, perché ogni risata nasconde una domanda.

E la domanda, anche senza risposta, ci invita a cercare.

E quindi a muoverci e viaggiare.

E chi viaggia non torna mai come prima.

Ogni assurdità, a tratti eccessiva e grossolana ci fa riflettere su che razza di mondo stiamo difendendo.

E magari una volta compreso questo arcano segreto, capiremo che la vera bellezza del grottesco rappresentata dalla stranezza del Coppedè è nell’armonica imperfetta simbiosi di ogni elemento.

Bizzarro e logico convivono.

Assurdo e consuetudine si abbracciano fondendosi in qualcosa di unico e di bello.

Nessuno lotta per primeggiare.

Allora anche l’oscurità, che torna a casa, torna a essere inserita in una complessità che oggi vogliamo solo negare, diviene meno pericoloso.

Perché è isolando ogni elemento del nostro vivere, ogni tassello della nostra anima che rende il mondo una selva oscura da temere.

E’ quindi con la riunione degli opposti, che forse l’etica diventa più umana.

Mentre i grandi discorsi, l’esaltazione della banalità del grande ideale non è altro che un alibi dietro cui si nascondono i potenti.

Ma sono davvero potenti?

Perché in caffè Coppede sono tutti macchiette, sono tutte grottesche caricature.

Sono cosi esagerati da rappresentare loro l’eccezione.

L’uomo è molto di più di cosa leggiamo.

E allora è lo stupirsi l’indignarsi e il ridere di quell’abominevole illogicità la nostra arma di difesa contro il “male”.

Ecco perché visto che non so che anno sei caro 2020 mi difendo da te e dai tuoi eventuali tentacoli, stingendo a me questo prezioso libro.

 

 

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