Review party “La donna con il kimono bianco” di Ana Johns. A cura di Alessandra Micheli

 

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Quando sei qui con me questa stanza non ha più pareti

Ma alberi, Alberi infiniti

Quando sei qui vicino a me questo soffitto viola

No, non esiste più

Io vedo il cielo sopra noi

Che restiamo qui, abbandonati

Come se non ci fosse più, niente, più niente al mondo

Suona un’armonica, m i sembra un organo

Che vibra per te e per me, su nell’immensità del cielo

Suona un’armonica Mi sembra un organo

Che vibra per te e per me

Su nell’immensità del cielo

Per te e per me

Gino Paoli

Quando ho iniziato a leggere questo libro l’ho subito assicurato a questa stupenda canzone di Gino Paoli.

La conoscete vero?

È un testo molto particolare, degno di riverita attenzione, degno di esser salutato con una lacrima.

Degna di essere accarezzata da una riflessione sul nostro modo assurdo di catalogare tutto.

Famiglia, patria, amore.

Desideri sogni.

Tutto inscatolato in rigidi termini che rendono emozioni uniche e a tratti magiche cosi stantie e polverose.

Che relegano il nostro libero arbitrio nel mondo illusorio dell’immaginazione.

Perché se noi limitiamo le sensazioni a un concetto, un termine che le definisca prima o poi le costringiamo a indossare il vestito scomodo dello stereotipi.

E cosi l’amore che unisce ciò che è stato un giorno diviso da un dio crudele o beffardo.

Cosi la famiglia che è immagine della perfezione imperfetta del cielo con le sue diverse sfumature.

Cosi la fratellanza che è tutto ciò che si pone come nemesi della guerra disgregatrice. Un fratello unisce.

Un fratello è immagine del tuo io e tramite la sua osservazione (osservare non semplicemente vedere) ritrovi linee sconosciute del tuo remoto volto.

E allora grazie alla fratellanza non ci possono essere caste, limitazioni, razze ne antagonisti.

Cosi come tramite l’amore le cesure create dalle convenzioni sociali si annullano.

Non esistono, spariscono e si dissolvono tornando a far parte del regno degli incubi.

Cosi ci racconta Gino Paoli.

Cosi ci racconta il bellissimo commovente libro la donna dal kimono bianco. Cosi come nel cielo in una stanza le differenze sociali, le differenti scelte si annichiliscono e la stanza quella viola quella del peccato svanisce, i confini tra dominatore e dominato, tra invasore e vittima, scompaiono.

Esistono solo due anime che si riconoscono perché fanno parte della stessa famiglia, quella umana.

E nonostante le difficoltà, nonostante una tradizione che diviene, nel libro ingombrante e obsoleta, loro si amano.

E l’amore dona il coraggio a questa piccola grande donna, Naoko.

Piccola perché cosi fragile di fronte alla scoperta che l’amore è davvero la potenza maggiore, la magia arcana ricercata da tanti studiosi e filosofi, quella che è un grado di gettare millenni di costrizioni, di leggende e di usanze al vento e guardare soltanto l’altro cosi come va guardato, con compassione e empatia.

Grande perché buttando all’aria ogni altro fittizio legame si scontra con la parte meno nobile di ogni civiltà, quella che definisce, esclude, elimina tutto ciò che è altro e imperfetto.

Sia l’America che il Giappone, in questo meraviglioso libro soffrono di senso costante di inferiorità.

L’America perché rinnega la sua composita storia, fatta di mille piccole diverse realtà sociali e cultuali.

E cosi cerca di primeggiare, di distinguersi di trovare un vero autentico senso della nazione americana.

Invece di aprirsi all’altro usando quella immensa incredibile fortuna che ha: essere un fantasmagorico, colorato mosaico.

L’America è il sogno del melting pot, dell’uomo che supera se stesso e le convenzioni sociali.

Della libertà e del rispetto.

Della volontà di creare un esperimento completamente altero.

Il Giappone a sua volta, soffre perché vuole dimostrare che moderno e tradizione possono coesistere.

Ambisce a camminare accanto alle maggiore potenze e prendere tutto ciò che pensa di meritarsi.

E compie questo salto in modo marziale, rigido, pensando che se onora gli antenati e tutti i piccoli precisi rituali, lo spirito la premierà donandole il posto che le spetta sullo scacchiere internazionale.

Il Giappone del 1957 ha però anche paura. Pura del mostro americano, capace di far crollare ogni tradizione perché non capace di averne una propria.

Capace di rimettere in discussione ogni valore, con la forza caotica e anarchica del libero pensiero e dell’immaginazione.

L’America va veloce laddove il Giappone cammina lento.

E ha paura di quegli occhi azzurri, simbolo di un cielo che si squarciò all’improvviso con un lampo, lasciando cenere, detriti e morte.

Per il giapponese di quel tempo l’America è solo morte.

Oramai lo ha incastrato nel concetto e non ha intenzione di abbassare le barriere.

Due civiltà che invece di abbracciarsi e leccarsi vicendevolmente le ferite, si continuano a combattere con l’orrore della parola.

L’amore ha sfidato tutto questo.

Messo a rischio la difesa e il concetto di nemico.

Sono nati bambini misti, anche se questo misto aveva il suono stridente dell’orrore e della minaccia.

Ogni vagito un inno alla fratellanza.

Ogni inno doveva essere taciuto.

Naoko ha il coraggio di vedere ogni lato oscuro, comprenderlo e dire no. Ed è grazie a un amore che sorpassa non solo le leggi umane ma anche fisiche, che il filo rosso del destino non resta mai ingarbugliato.

E che unisce queste storie oramai lontane, eppure oggi cosi vicine a noi ci insegnano a lasciar andare tutto.

A diventare nudi come nel paradiso dell’eden e abbracciarsi senza più le maschere pirandelliane. E cosi una stanza che deve essere viola per definizione dei benpensanti, diviene solo un cielo immenso, dove alberi suonano come violini.

Per i due amanti.

Per chi ha paura di non portare maschere, per tutti quelli che alla differenze non ci hanno mai dato credito.

Per me che ho letto e mi sono emozionata.

E per te lettore, oggi cosi ricco di termini, di concetti, di slogan, ma cosi privo di amore.

 

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