” I sei cloni” di Mur Lafferty, Fanucci editore. A cura di Alessandra Micheli

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Dopo tanto bramare, finalmente ho potuto stringere tra le mani un meraviglioso fantascientifico.

E questo già mi rendeva estremamente grata alla musa, che con i suoi raggi mi ha illuminato.

Mettiamoci poi che, al suo interno occhieggia lieto un tocco di giallo e di noir, e immaginate la mia gioia.

Purtroppo, il testo è arrivato alla sua conclusione troppo presto, nonostante lo ammetto e chiedo venia alla paziente casa editrice, io lo abbia davvero centellinato.

Ho amato ogni pagina, ho letto con calma e gusto ogni parole e ogni evento l’ho impresso a fuoco nella mia memoria.

Una nave spaziale, che porta in salvo una conquista/maledizione. A bordo contiene un equipaggio abbastanza caratteristico, diciamo non i soliti personaggi edulcorati,ma ex criminali che tentano non solo di ripulire la propria fedina penale e redimersi, ma anche pregni della speranza, caratteristica dei “caduti” di abbracciare nuove opportunità di redenzione.

In fondo, anche se le epoche passano, anche se gli eoni si susseguono, se la terra nostra odiata madre, decade, l’uomo resta sempre lo stesso: fermamente ancorato alle sue retoriche idee, agli stereotipi e all’abitudine alla parola confine.

Basta un etichetta e la maschera che si indossa ogni tanto, diviene cosi appiccicosa da sembrare una seconda pelle.

Ecco il criminale tipo. Qualcuno che cavalca l’onda del dissenso, che usa i vuoti normativi e etici per asservirli ai suoi bisogni.

E quale miglior vuoto della scoperta più contraddittoria della post modernità?

La clonazione.

Per voi giovani può essere un concetto oramai sdoganato, che però ha ancora dentro di se, nelle profondità del baule significato, una sua musicalità dissonante e stridente.

Non scordo quell’anno spartiacque, tra la vecchia concezione razionale e quella più avventuristica: il 2003. Era l’anno dell’orrore e della fascinazione scientifica, l’anno della battutaccia e sopratutto di uno strisciante terrore: la clonazione del primo essere vivente. La famosa pecora Dolly su cui ci siamo fatti tante grasse risate, capaci di esorcizzare quel latente senso di disagio, è stato una soglia oscura da superare. Era la prova stevensoniana del superamento del confine tra noi e dio, della violenza verso il rassicurante ordine cosmico da sempre protetto da ogni civiltà e da ogni religione.

Ecco che una mano estranea si permetteva di agire sul mosaico armonico della creazione: un pezzo spostato di la, un frammento tolto di qua e il disegno totalmente mutato.

La manipolazione genetica e quindi la possibilità di replicare la struttura base del DNA, apriva la porta alla fantascienza: potevamo quindi non solo evitare il cosiddetto flusso naturale dell’esistenza, quindi anche l’accoppiamento, ma persino evitare malattie genetiche, operare cambiamenti del nostro corredo genetico, e creare dal nulla esseri senzienti.

E cosi Lafferty nel suo libro, durante la narrazione di un orrendo omicidio si spinge oltre: qua non ci sono solo cloni.

Esistono persone in grado di sfidare addirittura la morte.

Basta conservare la propria mappa mentale per morire e rinascere non in senso metaforico.

Prima allora, di allora, si potevano far nascere bambini geneticamente identici, tuttavia sarebbero cresciuti plasmati dal diverso impatto che l’influenza ambientale avrebbe avuto su di loro. Ma poi arrivarono a mappare la mente, non più semplicemente il dna

Addirittura i concetti base dell’esoterismo qua trovano applicazione pratica. Non più mito, quindi ,ma possibilità reale. Ecco che nel leggere questo inquietante ritratto della potenzialità scientifica uno strano brivido ci percorre: davvero il nostro destino è diventare Dio?

E quali sono i limiti morali di questo uomo divenuto demiurgo?

Si è portati a pensare che, in realtà, tutto ciò che si racconta nel libro sia aberrazione. Modifiche strutturali non solo per la sconfitta di atroci malformazioni e malattie devastanti.

Ma anche la volontà di creare un uomo secondo i nostri più reconditi desideri. Inquietante è a tal senso il racconto della storia di una dei protagonisti, Maria. Che incontrando una donna sofferente, distrutta e quasi rassegnata alla sorte, riceve la richiesta non solo di salvare il suo uomo dalla decadenza fisica, ma anche cambiare in modo radicale la sua personalità. In fondo, chi di noi non sogna un compagno capace di amarci come il nostro cuore desidera e di abbracciare con rispetto e delicatezza la nostra fragile anima?

E allora l’esperienza umana viene quasi sacrificata in nome del nostro bisogno a controllare e a reagire in una lotta constante contro dio.

Il clone non è più il risultato di evoluzione e di esperienze formative: è il prodotto sperimentale del nostro ribellarci all’energia supreme, quella che ha deciso di plasmare tutto questo teatrino.

La dissidenza etica è quindi alle porta.

Leggendo Lafferty sarebbe quasi spontaneo dire no a questa nuova frontiera tecno-scientifica.

No ai cloni, no all’eternità strappata alla mitologia.

Ma… In fondo non siamo da sempre in lotta con dio?

Non siamo da sempre alla ricerca di un confronto per esser da lui benedetti e rinominati?

Noi aborriamo la clonazione è vero.

Ma ascoltate attentamente queste parole:

giocare a fare a fare dio. Wolfang noi giochiamo a fare dio quando la gente crede di poter determinare il genere del nascituro facendo sesso in una certa posizione. Giochiamo a fare dio quando abbiamo inventato il controllo delle nascite, l’amniocentesi, il taglio cesareo, quando abbiamo perfezionato la medicina e la chirurgia moderna. Volare è giocare a fare Dio. Sconfiggere il cancro è giocare a fare dio. Qualsiasi cosa facciamo per modificare le nostre vite in un modo che non è quello in cui siamo nati è giocare a fare dio.

Forse ha ragione Mur.

E’ nel nostro Dna inscritta la sindrome di giacobbe, quella voglia irrefrenabile di rubare il fuoco agli dei.

Di volare come Icaro, di andare sempre un po’ oltre il confine della nostra umanità. E’ insito dentro di noi voler tornare in quella dimensione che si sfugge e che riappare sotto forma di arte, scrittura, sogni e visioni.

Forse siamo un po’ tutti cosi ribelli, cosi folli e cosi decisi a andare oltre i mostri limiti.

Non credo che sia questo desiderio a creare disastri.

Credo che non sia la clonazione sbagliata.

In fondo in un ottica fantascientifica non siamo stati creati da un gene di dio?

Lo sbaglio è quando questo sogno viene manipolato da emozioni che nulla hanno da spartire con la curiosità, la voglia di crescere e il senso di meraviglia. L’orrore è nella vendetta, nelle rivendicazioni, nel senso di superiorità, emozioni che rendono la nave Dormire il luogo di disastro.

Eppure è in quel disastro che si cela il seme della rinascita…

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