“Watergrace” di Hendrick R. Rose, Dark Zone. A cura di Chiara Iucci Linaioli.

www.mondadoristore

Ho letto lentamente quest’opera.

Non mi convinceva.

Inizia come un cappa e spada alla D’Artagnan, con duelli, tenzoni, dolci fanciulle pericolose e audaci maschi blasonati che confondono l’odio con l’attrazione.

Nulla di nuovo sotto il sole, quindi.

La storia si dipana.

Come da manuale, i due protagonisti, novelli Romeo e Giulietta di due regni che si odiano, finiscono per innamorarsi perdutamente, tanto da sfidare convenzioni e ragioni di Stato per aversi.

E fin qui nulla di nuovo, no?

Eppure…

Eppure.

Watergrace è un perfetto crescendo, come ce ne sono pochi.

La sua forza non è l’originalità degli eventi, quanto la continua salita di un climax che non ci si aspetta, che elude, ma è lì, e il lettore non lo sa, non lo intuisce, lo sente a livello inconscio, ma quando capisce… allora è troppo tardi, ci sei dentro. Ti ha preso.

Watergrace è una romance, un fantasy, un libro d’azione, un distopico e un thriller.

Non sono molti i libri a presentare il villain (e che villain!) quasi sul finire delle pagine.

Irrilevante che poi ci sia o meno un seguito: la storia cresce in sordina, esplode e risolve in quelle pagine.

L’autrice illude, e lo fa magnificamente.

Occorre avere la pazienza di leggere fino all’ultima riga per comprenderlo.

Fa parte del piano.

Un piano bene congeniato, una mente raffinata.

I personaggi sono tutti caratterizzati magnificamente: pochi tratti, e molti dialoghi. Descrizioni essenziali all’osso. I loro volti fioriscono nella mente del lettore con eccezionale freschezza.

Non è un libro facile, Watergrace. Può essere equivocato. Stavo per farlo anche io, in effetti.

Innanzitutto, è scritto da cima a fondo con i verbi declinati al presente indicativo: non “Ash estrasse la spada”, ma “Ash estrae la spada”. Disturbante.

Poi, i dialoghi: teatrali, non nel tono, ma nel botta e risposta. Spesso sono più i dialoghi che le azioni a dominare la scena. Soffusi di ironia shakespeariana, infilzano affondi tra le parti in lotta ben più del fioretto.

Una bella combriccola affiatata, plateale, gaudente… Si resta quasi increduli quando arriva il vero cattivo. E, come in ogni buon thriller, lo si cita all’inizio da subito, ma lo si riconosce alla fine.

Un ottimo romanzo.

Una buona seconda prova dell’autrice di “Armonia finale” (2017, La Ponga ed.).

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