“Il margine della notte” di Ferdinando Salamino, Golem edizioni. A cura di Alessandra

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Tre anni fa ci fu una poetessa, tra l’altro molto talentuosa, che mi chiese di recensire la sua raccolta.

Pur amando la poesia, mi prese quasi un colpo.

Non ero adatta a immergermi nei misteri delle rime e della struttura ritmica, io piuttosto mi dilettavo nella ricerca del significato del testo e dalla sua oscura semiotica.

Eppure ci furono dei versi che colpirono profondamente la mia anima:

vorrei vivere con gli angeli attraverso gli angoli

nella vita più eterna

anziché vivere la vita piena di incoerenze e falsità!

E mi chiesi perché esaltare gli angoli della vita?

Cosa si celava di cosi importante ai margini?

La rima raccontava una vita diversa da quella oserei dire conscia, più autentica, più vicina a valori eterni e più aliena alla cosiddetta convenzionalità sociale.

Mi sono spesso chiesta se questa visione edulcorata o poetica dell’esistenza al limite, all’angolo o ai margini della società, fosse davvero cosi ricca di significato.

Mi sono mai risposta?

No.

In realtà ho solo sprazzi di coscienza, frammentati dalla poetica pasoliniana del meraviglioso pianto della scavatrice.

In una borgata lontana dal perbenismo e dall’ambiente adatto all’intellettuale medio, il nostro baldo Pier Paolo trovava il senso del suo vagare, il centro della sua ricerca filosofica e quella stessa eternità raccontata dall’Accarpio.

Come se la vita reale cosi piena di maschere, necessarie e fondamentali all’interazione umana, non sia altro che alibi per nasconderei il nostro vero volto.

Si recita a soggetto, sempre, in modo più o meno artistico.

E cosi quando tra le mani mi è capitato il libro di Salamino “Il margine della notte”, le stessa domande partorite dalla mia strana mente tre anni fa, sono tornate a danzare davanti ai miei occhi spauriti.

Perché i margini sono cosi importanti?

Cosa si cela di straordinario in quegli angoli da noi ignorati?

Cosa c’è in quel limite che tentiamo di non osservare e che bolliamo come deviato?

E allora ho letto di un fiato questo romanzo, immergendomi nella stessa oscura e fangosa realtà che tanto aveva amato Pierpaolo.

Il margine della notte diviene così sì un atto di accusa davanti alla volontà di una società, di un paese, di non vedere il lato oscuro della convinzioni politiche e sociali rappresentate dal degrado periferico.

Rappresenta sì il fallimento di tante ideologie e di tanti ideali che infarciscono le parole del politico di turno.

Rappresenta si il nostro tentativo di risolvere le contraddizioni e i conflitti negandoli o adattandosi ai compromessi che essi, costantemente partoriscono.

Quindi il margine della notte è il solito documento di accusa di stampo dickenserniano verso un mondo che non riesce a raccontarsi e a risolvere i suoi contrasti a riempire le cesure tra il politicamente corretto e la volontà di soddisfare i bisogni primari, lasciando che esso si riempia di scarti come violenza, distruzione e perdita di sé.

Ma.. esiste un grande ma.

Il personaggio scelto è la chiave di lettura di tutto il testo.

Il nostro amato Michelino, il simbolo di una società che relega la creatività nella tenebra dell’inconscio.

Un protagonista che fa emergere ogni falsità quando crediamo di essere perfetti cittadini.

Lui che alza il tappeto sotto cui nascondiamo il marcio e ce lo mostra beffardo.

Lui che conosce il limite tra buoni e cattivi, che sguazza nel grigio che rende più autentico quel nostro affranto dibattersi tra bianco e nero. Michelino ci ha raccontato come in realtà fossero le sfumature a dominare l’animo umano.

E come fossimo noi sbagliati a voler per forza far combaciare la realtà con il concetto che la racchiude e la ingabbia.

Nel margine della notte non c’è solo degrado.

C’è l’uomo con tutte le sue sfaccettature.

L’odio razzista è solo frustrazione per i sogni svaniti all’alba. E allora ci resta solo l’invidia, la rabbia di non essere i privilegiati in un mondo che determina il valore umano dalla riuscita economica.

Il successo è solo il tentativo di riscattare un etichetta affibbiata alla nascita, considerata degradante. Allora l’immigrato, che odia se stesso e la sua origine, non fa altro che sbattersi dalla mattina alla sera per conquistare i premi che la società occidentale mostra come indispensabili per definirsi uomini.

Senza pensare che il baratto peggiore è quello della propria identità, a favore della crescita del sistema. E cosi si partecipa felici salla stratificazione tra vinti e vincitori. Come se avessimo bisogno di qualche stereotipo per essere rispettati.

Le donne perdute sono solo le illusioni di un mondo perfetto che si scontra con la verità di una dimensione che ha bisogno come un vampiro di mangiarsi ogni energia. La violenza del killer non è altro che un amore imbrattato dalla realtà di una città, di un mondo che oramai ha perso se stesso.

Ecco che i margini della notte non sono altro che uomini che ci guardano con occhi affranti dalla voragine di questo mondo che ci rende tutti vittime.

Chi sceglie di perdere la propria onestà, di Michelino che per reagire al male compie altro male.

Di qualcosa che ci comanda e ci rende burattini.

E allora capisco l’amore di Pasolini per questi margini.

La la vita non cerca altro che un occhio attento compassionevole per essere guardata e magari da quello sguardo curare ogni ferita.

A volte la storia meno nobile va solo raccontata, va solo fatta emergere dall’invisibilità per tornare a dire la sua.

Magari a urlare contro il destino infame.

Ma per essere, esistere e raccontarsi.

Ferdinando è il menestrello che al pari di de Andre queste storie non le scorda e la regala a noi. Magari non saranno storie di eroi veri. Non saranno sogni brillanti di unicorni e brillantini, di vampiri buoni e sexy. Ma sono quelle che ci servono perché la vita ai margini non venga dimenticata ma venga onorata con l’impegno personale di ognuno di noi di onorarla, magari con una parola, una canzone, un libro o una recensione.

Nel margine della notte c’è tutta la poesia di cui abbiamo bisogno.

Perché è solo dal fondo dall’abisso che si vedono davvero le stelle:

Se tu penserai, se giudicherai da buon borghese, li condannerai a cinquemila anni più le spese ma se capirai, se li cercherai fino in fondo se non sono gigli son pur sempre figli vittime di questo mondo.

Fabrizio de Andrè

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