“La solitudine di Asterione” di Danilo Parente, Santelli editore. A cura di Alessandra Micheli

La solitudine di Asterione- Danilo Parente

 

La meraviglia della nuova tecnologia virtuale è quella di annullare le distanze.

Oggi possiamo passeggiare, anche se in modo virtuale, in ogni parte del mondo.

Possiamo viaggiare con il pensiero in ogni paese, abbracciare ogni cultura impadronirci persino delle lingue.

Io, che non sono una cima con gli altrui idiomi, grazie a certi programmi riesco a dialogare in inglese, francese e tedesco con gli altri.

Una possibilità immensa, che quasi annienta il respiro.

Ma, nonostante questa capacità di rendere vicini gli altri siamo dannatamente soli.

Questo costante flusso di informazioni, questo essere sempre in mezzo agli altri, ha però modificato sostanzialmente la qualità della vita.

Siamo in contatto con mille follower ma incapaci di guardarci negli occhi. Possiamo raccontare ogni istante della nostra vita attraverso foto e post, ma il nostro io più profondo resta inascoltato.

E cosi la solitudine diventa il nostro peggior incubo.

Vedo persone che si affannano a riempire i vuoti, che temono l’attimo in cui il silenzio avvolge le loro giornate.

Osservo una cacofonia di voci che nulla hanno del ritmo incantato della parola.

Sono frasi a vuoto, prive di significato la cui semantica risolta compromessa.

Sono senza significati solo suoni in grado di sconfiggere quel demone che ci costringe a fare i conti con il nostro passato, con le sensazioni e con le emozioni.

Anche la lettura diviene qualcosa da far risuonare ingombrante nei social, tanto che spesso si invoca quella capacità di farla uscire dai melanconici palazzi dell’io per catapultarla nella furia di un mondo che viaggia veloce.

La solitudine di Asterione ci mette davanti proprio a questo strano nostro vagare, dispersi disillusi, quasi catatonici, alla ricerca costante dell’eccesso, dell’acme dell’emozionalità spinta fino al suo estremo.

Di amori resi strabilianti, fuori dagli schemi, di quel mostro mordere a ogni costo la vita, di lavora per poter apparire e mai per acquietare quell’anima assetata.

Un anima svezzata a alcolici che hanno il potere di stordire.

E’ il pensiero che viene offuscato.

E’ la fantasia che viene sacrificata sull’altare dell’apparenza.

Asterione teme il silenzio, teme le verità che esso porta con se e lo riempie di progetti astrusi, di amori fallaci, di parole dettata più per riempire gli spazi che per comunicare.

Le emozioni in questo libro sono ingabbiate, sono addomesticate.

Persino i libri vengono usati per darsi un tono, per contribuire a quella corsa che ci vuole personaggi e mai persone.

Asterione deve concorrere con gli altri in questa gara che porta verso il vuoto.

Un vuoto oche si amplifica, che ci divora e che come un vampiro si nutre di noi.

Fino a lasciarsi vuoti.

E’ il dramma di oggi.

Quel non immergersi nei sogni solo per godere di un attimo di pura estasi.

Di non amare quella solitudine che in questo libro come nella vita, non è una condanna o un dono.

Spesso odo parole sconvolta verso me che mi ritaglio spesso attimi in cui io resto in compagnia della persona che conosco di meno e con cui voglio essere in costante amicizia: me stessa.

E’ a lei che dedico ritagli di tempo, hobby, letture e esperienze.

Quello che il mondo richiede a Astreirone è soltanto di ballare la danza scelta dal burattinaio di turno.

La sua anima, invece, chiede solo di essere saziata.

E da questo insanabile contrasto che l’anima ne esce sconfitta.

Allora Asterione non è più persona.

Forse è numero, forse è oggetto, forse è ingranaggio di questo meccanismo erroneamente chiamato vita.

E allora non si può non piangere verso tutti quegli Asterioni sacrificati sull’altare di questa vita illusa, ferita e vilipesa.

Sai cos’è, che non va, Chiudere in scatola la libertà. Non ci sto, Vado via. Cerchiamo scampo nella fantasia

Ora passo tutto il giorno a ridere. C’è la gente chiusa nei barattoli, Non capiscono ma sono secoli, Che vanno su, che vanno giù… Mi diverto se li sento piangere, Sono chiusi tutti nei barattoli. Si lamentano ma sono secoli, Che vanno su che vanno giù…

Renato Zero

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