“Layla” di Massimo Piccolo, Cuzzolin Editore. A cura di Alessandra Micheli

Copertina.ai

 

Ho sempre avuto una profonda curiosità verso il cosiddetto esoterismo. So che per una che si è sempre definita amante della scienza quest’affermazione appare quasi contraddittoria.

Eppure se ci pensiamo bene fin dagli albori dell’umanità ciò che era nascosto era semplicemente ciò che no si conosceva se non con l’immaginazione.

Nei vecchi libri di mitologia celtica si accennava spesso ai dardi degli elfi.

Questi piccolissimi spilli penetravano nella carne e facevano ammalare.

Erano invisibili e pertanto impossibili da individuare se non quando il soggetto colpito non mostrava strani segni: sudori freddi, bolle sul corpo, rossori e febbri altissime.

Fin da piccola (perché ero già un piccolo genio) non potevo non riunire questa leggenda all’azione dei virus sul nostro corpo, anch’essi invisibili, anch’essi portatori di mille sintomi diversi.

E cosa dire dei racconti mitologi della creazione di stampo egizio? Impossibile non leggervi un riferimento all’astronomia. Fu grazie al meraviglioso mulino di Amleto che si comprese come la leggenda in fondo non era che un racconto poetico di antiche e dimenticate scoperte scientifiche.

Il mulino stesso sede di uno strano dio non era altro che un modo per parlare di un fenomeno importantissimo come la precessione.

Cosi, negli anni fecondi della mia gioventù perduta mi sono messa a indagare più approfonditamente i libri sacri ritrovando e cercando di trovare in essi i loro vero fulcro fatto di dati, sperimentazioni e fatti.

E cosi, quando ho avuto l’onore di leggere Layla ero quasi preparata, pronta a assorbirei il messaggio profondo del testo: che in fondo la vita stessa è e resta, anche con tutta la tecnologia che possediamo un vero autentico mistero.

In ogni momento apparentemente banale noi possiamo scorgere le tracce del divino. Attraverso un monumento, attraverso un calcolo integrale, attraverso la proporzione aurea che tanto serve a magnificenti edifici per poter brillare attraversando i tempi, attraversato la musica che è resta matematica, suono e numero e richiama il racconto di quel verbo lontano che diede forma al caso.

Lo troviamo nei racconti dei fantasmi, nelle ghost stories che albeggiano nelle città più impensabili di questa nostra bella Italia, come Napoli, Torino, Roma.

Passeggiando per i vicoli di Napoli non è difficile entrare in un ambiente sacro, reso ancor più imponente dall’opera pregiata di un artista, un certo Sanmartino capace di dare vita alla materia inanimata, capace di rendere il velo che copra il cristo impalpabile e reale tanto che la mano sente il bisogno di sollevarlo.

E cosa dire delle meravigliose macchine anatomiche di un grandioso principe, il principe della scienza ammantato si da una funesta aura, di alchimista e di servo di Satana, con la sua voglia di scoprirei luoghi più segreti dell’universo e di andare li, dove anche gli angeli esitano.

E passeggiando per Roma, nella piazza più caratteristiche della città vecchia, la signora esausta da troppo malgoverno, in quel parco dalle ville voci e dai mille colori che resiste strenuamente ai tentativi di omologazione, non sarà affatto strano trovarsi di fronte alla porta del marchese di palombara, con i suoi segreti che profumano di chimica e puzzano di zolfo.

E vi consiglio anche di fare un altro a Bomarzo, e attraversare come in un avventura cavalleresca il parco dei mostri, un alchemico percorso di morte e rinascita, e sostare per un po’ dentro la bocca del demone, e sentirsi pronti a uscirne totalmente cambiati, coni sensi quasi distorti da una meraviglia capace di far tremare.

In ogni parte, nonostante un modo che desidera essere controllato, che desidera il ritorno di un grande fratello capace di toglierci il fardello del libero arbitrio l’esoterismo sarà il mezzo con cui l’umanità tenterà la sua strenua difesa.

E’ grazie ai simboli, ai riti strani, alle strette di mano particolari che la democrazia ebbe una speranza di emergere, che forse l’America ebbe il suo primo afflato di vita, che poterono essere ideate le carte dei diritti. Che Napoli, in questo libro misterico come ogni antico rituale torna a essere la riverita signora dei flutti, il luogo in cui il sommo pulcinella usci dal ventre del Vesuvio portando con se quella guascogna irriverenza che rese possibile l’essenza stessa della ribellione: la risata.

E’ nel ridere dei potenti che pulcinella, Pasquino e ogni eroe popolare hanno preparato il terreno per i nostri diritti, per sconfiggerei n modo non violento l’oppressore.

E l’oppressore è oggi il rischi odi una società tecnocratica che si sostituisce al tatto, all’odorato, alla vista, all’esperienza diretta.

E questi ragazzi non sono altro che le vere energie di un modo che non è ancora pronto a sentirsi sconfitto: l’ingenuità, la curiosità, la bellezza, la grazia, il mistero e persino la disperazione dei vinti, che nonostante il sommo desiderio di diventare evanescenti non cedono alle leggi di un società che rende morti i vivi e fa dei vivi dei cimeli di morte.

Layla non è solo un racconto omaggio alla bella e perduta città di Napoli.

E’ un omaggio a quel segreto dell’uomo immortalato da poeti.

Letterati, scienziati, saggi, mistici e esoteristi che non permette alla vita di degradarsi in un qualcosa di scontato e di banale.

Come Layla noi siamo capaci di risorgere, di continuare a cercare il sole capace di scaldarci le membra congelate dall’indifferenza. Perché se è vero che:

I veri fantasmi sono le persone strappate alla morte che hanno però già abbandonato la vita

e’ vero anche che la vita è quella forza propulsiva, quel movimento circolare che non intende abbandonare noi.

La vita qua mostrata in ogni sfaccettatura dalla gioia al dolore, dalla delusione alla frustrazione, dalla necessità alla condivisione, è la vera protagonista, tanto da amare chi si arrende e spronarlo se mi si permette il termine, a darei in culo a ogni fallimento.

Perché come disse Einstein in ogni stringa del tempo c’è la possibilità di ricreare un nuovo presente e dare origine a un diverso futuro.

Per te, che sei lassù tra le stelle

per te

e che sai che non servono le stringhe del tempo per tornare da me

perché sei nel mio sangue

e rinasci ogni mattina nei miei occhi.

 

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