Un libro da non perdere edito da Effigi “la più antica civiltà d’italia” di Alberto Conti e Giovanni Feo.

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La più antica civiltà d’Italia

Siti sacri, templi astronomici, opere megalitiche

Origini e diffusione della cultura di Rinaldone progenitrice della civiltà etrusca

di Giovanni Feo e Alberto Conti · Scheda del libro →

Dopo la scomparsa del prestigioso autore esce un volume che ha curato interamente.

 

Siti sacri, templi astronomici, opere megalitiche

Cosa avvenne nel remoto passato in quel territorio dell’Italia centrale che oggi chiamiamo Maremma, o anche Tuscia, lì dove fiorì la civiltà etrusca e dove, prima ancora, altre civiltà e culture si erano insediate durante l’arco di diversi millenni? Quali eventi storici portarono alla nascita di una civiltà preistorica, poi della civiltà etrusca, di quella romana e infine del primo Cristianesimo?

“L’eccidio della colonna Gamucci” di Antonio Magagnino, Herald editore. A cura di Alessandra Micheli

L'eccidio della colonna Gamucci- Antonio Magagnino

L’Italia è quello strano paese che di dibatte tra due tendenze altrettanto bizzarre: il negazionismo a ogni costo e il dogmatismo.

Ogni accadimento, quindi, subisce una doppia violenza; da una parte l’incapacità di introdurre nuovi fatti capaci di ampliare e raccontare la storia in modo più competo e complesso (dogmatismo) e dall’altra  la volontà di negare sia il fatto storico sia le motivazioni.

Cosi se per uno studioso è necessaria la revisione storica ossia la capacità di correggere, modificare, migliorare, completare le proprie teorie alla luce di nuovi dati e di nuovi documenti, il negazionismo invece non modifica, né migliora, ma cancella totalmente il fatto come non avvenuto.

E’ il caso delle becere idee verso l’olocausto.

Se il revisionismo mette a fuoco in un ottica più precisa la motivazione alla base del razzismo, introducendo teorie migliorate che si concentrano sull’avvento del fenomeno e sull’evoluzione delle scienze sociali (ne è esempio il bellissimo libro di Chevallier che cerca di comprendere la genesi del razzismo non limitando la ricerca al novecento) il negazionismo semplicemente seppellisce il problema definendolo mera illusione, suggestione o peggio manipolazione.

Persino uno studioso come Marrou ha notato come spesso siamo cosi legati alla tradizione scientifica da rendere le teorie e le argomentazioni saldi fondamenti della nostra società al pari dei valori e delle leggi.

Cosi una teoria storica non è solo teoria, è fatto acclamato, conclamato e legittimato come autentico autorevole e quindi fissato come convenzione o peggio legge.

Ciò lo rende intoccabile quasi vicino all’infallibilità papale tanto da renderlo verità rivelata alla cui luce vanno letti tutti i fatti storici e scartati quelli che lo mettono in discussione.

Questa tendenza ha caratterizzato, ad esempio, il mondo dell’egittologia, quando era ferrea nella convinzione, acclamata dal conclave accademico, che le piramidi fossero solo tombe e nient’altro che tombe, isolando e deridendo coloro che, in possesso di dati, rilevamenti e schemi, proponevano diverse interpretazioni.

Questo malsano comportamento, totalmente antiscientifico diventa ideologia da difendere a ogni costo anche a scapito dell’onestà intellettuale.

L’amore per l’idea diviene cosi preponderante che siamo come i mercanti del tempio dediti al sabato e ignari del valore dell’uomo.

Chi ama davvero un ideale, chi se ne fa portavoce non può esimersi dall’esaminarlo con obiettività onde depurarlo dalla scorie che necessariamente l’azione umana cosi in bilico tra coscienza e finalità produce.

Un idea, seppur sana, sarà purtroppo inquinata dai residui non logici, dalle motivazioni meno nobili che ogni esperienza porta con se, rischiando di rendere l’ideale stesso una barzelletta.

Prendiamo il socialismo.

Nato in un contesto preciso, dotato di rivendicazioni che nascono dalla presa di coscienza dei diritti civili e umani di ogni cittadino, è stato poi usato come scusa per reiterare e ri-leggittimare un sistema di dominio basto sull’atavica legge elitaria: io sono il padrone e tu il servo.

In fondo, anche il comunismo reale non è stato altro che una storpiatura della società utopica sognata sin dal passato da tanti intellettuali ed è stata la scusa perché si cambiassero i sonatori ma mai la musica.

Ciò non significa che i valori nascosti e relegati nella profondità degli abissi siano meno validi: il rispetto del lavoro ad esempio, la dignità umana, una società più equa e più armonica dove la stratificazione sociale possa essere abbandonata in favore di una cooperazione sociale.

Il problema non è mai l’idea, è l’uso che dell’idea fanno i cinici e i furbi.

E cosi anche per gli accadimenti più vicini della storia vale lo stesso discorso: nessuno mette in dubbio la frustrazione della Germania umiliata.

Ma la rivendicazione doveva avvenire in seno alla legalità e non a un marcio sistema basato sullo scontro amico nemico.

Nessuna umiliazione giustifica la totale distruzione di un cittadino divenuto altro da un idea malsana e errata.

Nessuno giustifica la creazione della razza per rendere accettabile la vendetta.

Nessuno mette in dubbio la validità della protesta esplosa nel movimento partigiano, necessario per risvegliare una coscienza assopita, base popolare su cui l’azione dell’alleato poteva impiantarsi per vincere una guerra assurda.

Ma, esiste un ma.

E’ necessario per chi a quei valori ci ha creduto, per quei valori ha dato la vita distinguere tra volontà di libertà e barbarie.

E ogni guerra, guerriglia ogni atto umano rischia di sfondare il limite tra compassione e violenza cieca.

E’ quello che ha evidenziato Pansa nei suoi libri, prendendosi la briga e l’onere di raccontare anche il lato meno nobile del movimento partigiano.

E che tutti noi che a quell’azione ci credono davvero, dobbiamo aver il coraggio di affrontare, rendere manifesto e disunirlo all’idea originaria, alla base della presa di coscienza dell’errore fascista.

Non è in discussione la motivazione che spinse gli uomini a ribellarsi.

Proprio perché crediamo, tutti noi alla necessità di questa acquisizione di coscienza, dobbiamo scindere coloro che alla libertà ci credettero e coloro che si unirono alle bande per motivi molto meno nobili.

Ogni idea, ogni ideale, ogni valore ha purtroppo la sua parte oscura.

Ed è da quella che dobbiamo partire affinché il messaggio giunga onesto, pulito e forte alle nuove generazioni.

Denunciare il male presente all’interno di un azione e di un pensiero, non è snaturarlo o distruggerlo: è salvarlo dal baratro.

Perché se il virus non viene isolato rischia di contagiare l’intero organismo.

Ecco perché libri come quello che ho letto, che fanno riemergere dall’oblio dell’indifferenza le atrocità sono necessarie.

Capire come anche la miglior intenzione possa fungere da alibi per i corrotti significa rendere omaggio alla purezza dell’idea.

L’eccidio della colonna Gamucci fu un fatto di una gravità estrema.

Fu l’esecuzione in massa per motivi davvero beceri di 111 uomini, rei di aver appoggiato il regime fascista con le sue manie di grandezza.

Fu un vero crimine di guerra uno di quelli compiuti da una resistenza nient’affatto onorata che schiaffeggia coloro che fecero di tutto perché l’umanità non venisse uccisa dai difficili anni che seguirono l’armistizio.

Una situazione caotica, tremenda dove si manifestò ogni contraddizione italiana, quelle che ancor’oggi offuscano la nostra storia, che rese fragili non solo le forze armate, ma persino i cittadini.

In mancanza di un governo, in assenza di direttive, già permeati di dubbi atroci circa l’alleanza tra Hitler e Mussolini, furono preda facile per coloro che agivano non per il bene dell’Albania ma per motivazioni private e per nulla nobili.

La IX armata italiana schierata in Albania si trovò a vivere in prima persona in un territorio ostile (seppur dai documenti emerge come il colonnello Gamucci fu uno dei carabinieri più amati e stimati da una popolazione distrutta e affamata) la difficoltà maggiore per tutto il disagiato esercito italiano: l’indeterminatezza e la confusione che derivava dal non aver chiare direttive sull’atteggiamento da tenere con gli ex alleati.

Era quindi un armata oramai collassata, indifesa e fragile e sconfitta.

Fu, quindi, non un atto di guerriglia ma un atto di crudeltà senza motivazioni politico strategiche: quello che emerge dal resoconto di Bardelli è una mediocrità sconcertante e rende vivo il saggio di Arendet appunto sulla banalità del male, uno strisciante pericolo che invade tutti colori che, di fronte a una situazione al limite, si fanno corrompere abbandonando ogni parvenza di umanità.

La guerra è un evento straordinario che nella sua eccezionalità si muove come una medusa con i suoi tentacoli urticanti segna profondamente le persone rendendole folli di dolore e bramose di sangue.

E’ questo il lato meno bello che deve emergere in un autentica repulsione: non per annullare il valore storico della resistenza, non per mettere in discussione la sua importanza o efficacia, ma per tenerla al riparo da color che desiderano sottometterla violentarla e usarla a loro vantaggio.

Un libro importantissimo per il suo valore storico e umano.

Da leggere.

Assolutamente.

“La borsa” di Solène Bakowski, edizioni Le Assassine. A cura di Francesca Giovannetti

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Soffocante.

Un testo devastante dal punto di vista emotivo.

Porta quasi al limite della umana ragione mettere a fuoco il fatto che è pura casualità essere nati al momento giusto, nel posto giusto, dalla madre “giusta”.

Un testo al limite della umana follia, dove la morte intreccia la vita con disturbante normalità: perché solo così poteva essere. L’autrice porta il lettore nel delirio della protagonista, riuscendo a  empatizzare con il male. In fondo… come sarebbe potuta andare a finire diversamente? In fondo… anche io mi sarei comportata così, in fondo…non è colpa sua. L’inevitabilità del male radicato, rabbioso, malato.

E mentre si precipita giù, ecco che arriva il vero fondo: è una palude.

Illude, l’autrice, gioca subdolamente facendo intravedere la via del riscatto.

Una parola che dà paura e speranza: cambiamento.

Sola, povera, invisibile: ecco la protagonista alla quale siamo vicini, alla quale vorremmo dire “ce la puoi fare!”.

Pazza, crudele, spietata, persa: ecco la protagonista  della quale pensiamo “ non lottare, sei segnata!”

E segnata lo è davvero, nella mente e sulla pelle, con una voglia rossastra sul viso che diventa l’indicatore del male: più è evidente, più è malvagia, più scompare, più si avvicina a un equilibrio.

È un escamotage narrativo eccellente. Quello che siamo dentro appare fuori e gli altri ci vedono e spesso ci giudicano. Così, buttata ai margini di una Parigi rumorosa e impegnata, ecco la nostra protagonista e la sua misera, sì, proprio misera, vita.

Una penna impietosa ed efficace che scava nel proibito, nell’abisso del male.

La narrazione in prima persona porta l’immedesimazione quasi al limite. Impazzisce la protagonista, impazzisce il lettore, in una simbiosi comprensibile dell’assurdo. Un thriller psicologico perfetto, con minuziosa cura nella descrizione degli stati d’animo, dei caratteri, delle situazioni.

Una scrittura che si apre sui meccanismi perversi di psiche perdute.

Approcciarsi a un testo del genere non può essere definito semplicemente lettura; qui si va ben oltre la parola perché si è catturati nella mente.

In poche parole: un capolavoro.