Cover real della nuova uscita targata Hope edizioni “Giochi Proibiti.Vegas Crush #2”, Raine Miller as Brit DeMille. Da non perdere!

 

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Giochi Proibiti è uno sport romance autoconclusivo, con protagonisti un ragazzaccio russo, campione d’hockey su ghiaccio, e una fisioterapista non proprio innocente! L’atmosfera si farà piccante, dove si fa fisioterapia…

Trama:

“C’è molto altro in me di quanto non abbia mostrato al pubblico.” – Georg Kolochev, VEGAS CRUSH

No, non bevo vodka direttamente dalla bottiglia. Non la verso nemmeno sui cereali a colazione. Non ho bisogno di andare in riabilitazione… a meno che non significhi starsene chiuso in una stanza, da solo, con una certa bionda mozzafiato. Ho esagerato con le feste, devo ammetterlo. Sì, mi sono anche guadagnato una certa reputazione da sciupafemmine, lontano dal campo di gioco. Questo perché sono stato imprudente con i miei post sui social, ma so bene cosa conta davvero nella mia vita.

Mi importa solo di due cose: l’hockey e… Pamela Jenson.
La mia fisioterapista preferita ha bisogno di me, più di quanto lei possa immaginare, perché sarò l’uomo che le farà conoscere il peccato.
Sì, proprio così.
Sarò il suo primo amante.
Peccare con Pam non è mai stato così eccitante.

Dati libro 
Titolo: Giochi Proibiti
Autore: Raine Miller as Brit DeMille
Serie: Vegas Crush #2
Genere: Sport romance
Traduzione: Marco Machera
Cover: Angelice
Data di uscita: 6 febbraio

Nuove uscite Bompiani edizioni da non perdere assolutamente!!!

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***

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È una fredda notte di febbraio del 1943 quando la famiglia Brilleslijper arriva all’Alto Nido, una villa nascosta nel bosco poco fuori dal villaggio di Nardeen, a est di Amsterdam. È al riparo delle sue mura che le giovani sorelle Brilleslijper, Lien e Janny, organizzeranno una delle operazioni di salvataggio più audaci della resistenza olandese all’occupazione nazista, proprio sotto il naso dei leader dell’NSB, il Movimento nazionalsocialista olandese, che abitano a poche centinaia di metri dalla grande casa. L’Alto Nido diventa infatti il nascondiglio per decine di ebrei clandestini, che là trovano non solo un posto sicuro dove vivere ma anche il calore di una famiglia allargata e la vitalità di una comune di artisti: mentre la guerra infuria, la villa si riempie di gioia di vivere e della musica che Lien e i suoi ospiti compongono e suonano tra le risate dei bambini. A giugno del 1944 però la sicurezza dell’Alto Nido viene compromessa. Lien e Janny sono arrestate insieme alle loro famiglie e portate nel campo di concentramento di Westerbork. È lì che incontrano Anne e Margot Frank, con cui verranno deportate ad Auschwitz e poi a Bergen-Belsen, dove Janny e Lien, che saranno fra i pochissimi a sopravvivere all’inferno dei campi e a fare ritorno ad Amsterdam, si prenderanno cura delle sorelle Frank nei loro ultimi giorni di vita.

 

L’autrice

Roxane van Iperen, ex avvocato, è scrittrice e giornalista. Nel 2016 è stata corrispondente dal Brasile per De Correspondent e ha pubblicato il suo primo romanzo. Vive a Nardeen, nell’Alto Nido.

 

 

Review party “Domino” di Bruno Cavallari. A cura di Alessandra Micheli

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Sicuramente Domino non è un libro facile.

Come sono sicura non lo è il suo autore.

E per questo non posso dirvi se di leggerlo o no.

Questo lo dovrete scoprire voi e non solo prendendo per vere le mie parole.

Ma magari osando anche un atto di coraggio e buttandovi in mezzo alle parole scritte su un foglio e rese libro.

Domino è un racconto, apparente, quasi facile nella stesura.

Ma qualcosa mi dice che l’autore ha voluto metterci molto di più, qualcosa che per la sua complessità sfugge alle nostre sciocche definizioni.

Cosi come il genere che è profondamente intimistico e velato di strane suggestioni simboliche.

Allora perché parlare di domino se è difficile inquadrarlo e raccontarlo? Perché forse siete abituati a libri immediati, troppo facili da inquadrare nella vostra strutturata mente e nella vostra ordinata esistenza.

Forse domino va letto solo perché racconta una storia, senza significati arcani o importanti digressioni filosofiche.

Forse è la ricerca del suono primordiale che, fatto carne e parole, ha dato inizio al mondo.

O forse è nel simbolo il segreto in quel vuoto che dobbiamo riempire con le nostre esperienze e con la nostra personale percezione.

Io vi dirò la mia, poi voi trovate la vostra chiave.

Quando ho letto domino, abituata a libri che volevano essere eticamente ineccepibili, moralmente giudicanti, mi sono trovata spiazzata.

E’ un ragazzo che ha la sua esistenza sconquassata da un piccolo semplice e banale elemento un cuscino.

Anzi sono vari i cuscini lo strano lascito che stravolge la sua vita.

E perché?

Da quel momento la vita noiosa del protagonista, sempre in bilico tra un vorrei e un farò, tra un aspettare e un restare fermo.

E già qua mi sono riconosciuta in lui.

Per troppi anni io ho lasciato che la vita accadesse, cosi decisa a gustarmi il conosciuto e il quotidiano tram tram, con la sua cantilenante nenia che mi addormentava e mi faceva vivere in un piacevole torpore.

Bastava che la mia testa fosse pervasa da fallaci farò e da strani vorrei. Ogni tanto l’arte faceva sbocciare l’esistenza, per poi farla riposare di nuovo in attesa, di chissà quale treno.

E poi arriva la vita, lo straordinario anche in un qualcosa di cosi banale. Come un cuscino.

Soffice e bianco come una nuvola.

E in quel cuscino la mente, lungi dal riposare, stranamente si sveglia.

Ma non è importante il simbolo del cuscino.

Non pensate troppo, non cercate l’ovvio, o il segreto.

E’ semplicemente che qualsiasi cosa di uso comune, qualsiasi emozione, qualsiasi evento considerato naturale ci sveglia.

E non sempre lo svegliarsi è piacevole.

Ma necessario.

E cosi Alessio improvvisamente si rende conto di essere vivo.

Di avere il cuore gelato.

E per scaldarlo deve conoscere l’altra parte della luna, in ogni suo aspetto.

Dal complesso al semplice, dall’esasperante al piacevole.

E cosi sfilano tanti troppi forse, archetipi di donna, l’intellettuale, la feroce, la fredda, la superficiale.

E in ogni cuscino tolto tolgono un po’ della sua voglia di dormire. Di rilassarsi di adagiarsi.

E in ogni cuscino tolto si sveglia un po’ di più la sua voglia di arte.

Cosi il protagonista vero del testo non è ne Alessio, né l’eredità, neanche le tante immagini di donne, neanche lo stile che a tratti osa e sperimenta, che mette a confronto termini opposti e li fa convivere in una stessa frase. E’ il domino.

Perché da qual momento in cui Alessio si sveglia il gioco diventa vita e la vita diventa gioco.

Avete presente il domino?

Basta una spinta, un soffio di vento e tutte le tessere cadono, una dopo l’altra una in auto all’altra.

Fino a che i soldatini ritti in piedi, cosi fieri e cosi orgogliosi del loro bianco e del loro nero, divengono solo un mucchio di plastiche da osservare.

Ed è in quel momento che la vita sboccia.

E si decide di rimettere in piedi le tessere o sistemarle in un modo diverso.

E’ il domino che ci fa agire, ci fa disperare, sparolacciare, ma stranamente vivere.

Allora io spero che qualsiasi cosa, che sai una raffica di vento, un eredità, una delusione o un amore, possano far crollare tutto il vostro gioco, e farvi ricominciare da zero.

A vivere stavolta.

“L’urlo dell’innocente” di Unity Dow, Edizioni le Assassine. A cura di Chiara Iucci Linaioli

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Neo, una bambina di dodici anni, sparisce in una zona rurale del Botswana. Dopo un’indagine frettolosa, la polizia locale dice alla madre che la figlia è stata assalita e uccisa dalle bestie feroci. Cinque anni dopo, la giovane Amantle Bokaa viene inviata in quel villaggio sperduto dell’Africa per assolvere un tirocinio nel locale ambulatorio, e lì per caso ritrova in uno sgabuzzino una scatola dalla misteriosa etichetta. La scatola contiene qualcosa che riporta al caso ormai archiviato e dà luogo alla ricerca della verità, verità che risulterà ben più terribile e pericolosa di quanto Amantle potesse inizialmente immaginare.”

Occorre una buona forza interiore per affrontare questo thriller.

Ma partiamo con ordine.

Come lettrice sono onnivora: affronto ogni genere, sebbene prediliga argomenti leggeri e temi di certo non impegnati dal punto di vista emotivo.

Circa un mese fa, mi fu proposto “L’urlo dell’innocente”.

Nulla di nuovo, un giallo, un caso di sparizione, l’ennesima indagine di una persona curiosa…

Ah, ma l’autrice è particolare: si chiama Unity Dow, e viene dal Botswana.

Intrigante: l’autrice è nata nei luoghi in cui si svolge la vicenda.

Punto a favore.

Non è la solita autrice da 20 ghostwriters blasonata che sforna un volume a semestre, facendo ricerche sul campo di una settimana.

Ah, ma sai che la Dow è un pezzo grosso?

Ah.

Rapida ricerca sul web (cito la rivista online NotizieNazionali.it, non me ne vogliate che non ho tradotto tutto dall’inglese da sola):

Unity Dow, giudice, attivista per i diritti umani, scrittrice e ministro del governo del Botswana è nata in un’area rurale dove i valori tradizionali erano dominanti; ha frequentato Giurisprudenza all’Università del Botwsana e dello Swaziland e poi a Edinburgh in Scozia, suscitando con la sua educazione occidentale un misto di stima, ma anche di sospetto.

Impegnata nella difesa dei diritti delle donne, è stata tra le fondatrici di EmagnBasadi, la prima organizzazione femminile del Paese. Si è occupata dei diritti dei gay e ha partecipato anche alla creazione di Aids Action Trust.

Prima donna giudice dell’Alta Corte del Botswana, si è impegnata molto per la democratizzazione delle leggi del Paese, per esempio nell’ambito del diritto di famiglia.

Personaggio poliedrico, ha dimostrato il suo valore anche come scrittrice; nei suoi libri spesso emergono i conflitti tra i valori occidentali e quelli tradizionali, ma anche i problemi riguardanti i rapporti tra uomo e donna in un continente afflitto dalla povertà come quello africano.

Dow ha contribuito al libro Schicksal Afrika (Destino Africa) dell’ex presidente tedesco Horst Koehler (2009), e ha spesso fatto parte di missioni dell’Onu in Sierra Leone e Ruanda.

Oltre al conferimento della Legion d’onore francese, Unity Dow è stata menzionata al Women of the World Summit nel marzo 2011 come una delle 150 donne che “scuotono il mondo”.

Dal 2013 è entrata in politica e da allora ha più volte rivestito il ruolo di ministro.”

 

E questa è una sintesi. La sua biografia, in realtà, è quasi più lunga del romanzo stesso.

Vivendo io in un Paese dove, di solito, si identificano le persone di colore con i venditori ambulanti – come se non fossero in grado di fare di meglio nella vita – avere esperienza di una personalità così complessa, vivace, attiva è stato un ulteriore punto di fascinazione.

I suoi traguardi farebbero impallidire un intero corpo diplomatico.

Ho iniziato la lettura con la curiosità di assaporare un modo diverso di narrare.

La curiosità mi è morta in gola con le prime pagine.

Non ho modo di esprimere con efficacia il raccapriccio che il caso immaginario (ma del tutto plausibile) di questa bambina scomparsa mi ha lasciato dentro.

La Dow non fa paternalismo, non scende nel patetico, non angoscia volutamente. Espone. E deride con amaro realismo quello che (con ogni evidenza) è una realtà travestita da fiction.

Un Paese africano in cui coesistono città e internet a foreste con leoni e giraffe, dove si vive nelle capanne tradizionali e si utilizzano le siepi come luogo di decenza… e dove si considerano i bagni in casa come una soluzione poco igienica. “Fare gli escrementi dove si mangia e dorme è folle” (non sono le testuali, ma il senso è lo stesso).

Dove la burocrazia e il lavoro sono una vocazione per pochi e un patetico, fantozziano modo di trascorrere le giornate per la maggior parte.

Dove per avere un nome si deve fare il battesimo, usando il nome inglese che decide la direttrice della scuola (se vai a scuola), ma le scelte di vita seguono le tradizioni animiste di sciamani, stregoni e ritualità magiche di remoto, superato retaggio.

Dove essere una persona rispettabile significa dare di più alla moglie che alle diverse amanti con cui fai figli.

Dove l’uomo decide se prendersi cura dei figli o destinarli all’inedia.

Dove lo stupro è la norma e le ragazzine delle medie si prostituiscono nei cespugli con uomini di mezza età per ottenere vantaggi nella cerchia del villaggio/paese/città.

E dal magma di queste verità disgraziate, quasi grottesche (la corruzione, il non fare per paura del malocchio, il normale accettare gli abusi perché l’analfabetismo della maggioranza della popolazione li rende incapaci di capire/reagire ai soprusi), esce il caso.

Uno dei tanti.

Uno dei tanti irrisolti, dove molti sanno e tutti girano il volto dal lato opposto.

Tutti, esclusa la protagonista.

Un alter-ego della Dow: una giovane laureanda in giurisprudenza, che combatte per i diritti degli ultimi, che non si spaventa, che non crede nella stregoneria, che sa come mettere in scacco le autorità.

Una supereroina?

No di certo.

La Dow dispiega un caso reale. E tale è l’epilogo: in piena coerenza con il resto dell’ambientazione.

Ammetto di aver pianto nei brevi flash-back che illustravano la chiusa dell’indagine.

Di rabbia, e orrore.

Perché aldilà della fervida immaginazione dell’autrice, il libro è una denuncia sociale.

Il caso risolto è l’unico finto delle migliaia di casi veri che accadono in Botswana e in centinaia di regioni dell’Africa.

Gli abusi sono gli stessi da secoli, e non importa se la zona è in pace o in guerra.

Nessuno combatte i mostri interni perché sono in primis coloro che stanno ai vertici a perpetuarne la tradizione.

E il pensiero vola alla realtà, alla cronaca, alle persone che decidono di affogare in mare piuttosto che restare “a casa loro”.

Ebbene, leggendo questo libro, forse un po’ gli darete ragione.