“2025. Sopravvissuti” di Mario Izzi, Nhope editore. A cura di Alessandra Micheli

Sopravvissuti- Mario Izzi

Di libri sui rischi di questa nostra umanità tronfia e convinta della giustezza delle sue posizioni, ce ne sono a iosa.

Apocalittici, distopici, catastrofici, mettono tutti noi in allerta denunciando l’abisso verso il quale stiamo allegramente scendendo.
Cosi incapaci di rinunciare a un sistema sociale e politico che oramai fa acqua e fuoco da tutte le parti.

Allora la mia domanda è perché leggere un ennesimo apocalittico?

Un altro racconto di come un umanità si autodistrugge perché incapace di prendere coscienza di se stessi e dei propri errori?

Benissimo.

Abbiamo capito che continuando su questa strada il risultato è la catastrofe.

Anche se non vi vedo, ragazzi miei, cosi sicuri che l’abisso ci attende trionfante, neanche quando per darvi un tono partecipate alle marce per Friday for the future.

Mi sembra l’ennesimo cocktail per darsi il tono di ribelli pur continuando a produrre scorie.

Perché evitare il declino raccontato da Izzi non basta la protesta, bisogna cambiare TOTALMENTE il nostro pensiero, le nostre ideologie e quindi il nostro vivere quotidiano.

Un vivere che, non mi stancherò mai di ripeterlo, è determinato dalla nostra percezione del reale e finché crederemo nel sistema del conflitto e della contrapposizione, il futuro e il domani appariranno sempre più illusori e sempre più improntati verso il disastro.

Però il lavoro che lo scrittore deve portare avanti è stato fatto: vi hanno avvertito e mostrato le possibili nefaste conseguenze dello scellerato agire.

Quindi, mi direte voi, il libro di Izzi è un ennesimo racconto delle possibilità future?

No.

Izzi in questo libro, sopravvissuti, vi pone di fronte a un altro dilemma, il mio e spero il vostro: cosa rende l’Umanità cosi speciale da essere celebrata persino nei canti biblici?

Siamo una specie che tende a distruggersi, tende alla sopraffazione, alla distruzione compulsiva dei doni elargiti da una divinità distante e remota, in capace di utilizzare i propri talenti per creare un futuro.

Siamo piuttosto dediti all’auto-glorificazione del se, all’ossessione per il domino e per l’apparenza, alla volontà di dimostrare il nostro valore in una battaglia costante molto donchisciottesca contro mulini a vento.

Mentre noi rischiamo l’estinzione, la terra va avanti, gli alberi continuano a crescere, i germogli a sbocciare e gli animali, felici di essersi tolti la rottura di palle rappresentata dallo stupido umano, continuano a evolversi e vivere.

Eppure, questo imperfetto essere, abbandonato persino da dio, sopravvive.

In un modo discutibile ma sopravvive.

Noi siamo li, arrabbiati, intristiti, terrorizzati e quasi rassegnati all’orrore. Eppure..

Izzi a differenza di tanti apocalittici ci pone davanti non solo la distruzione, i pericoli, l’orrore ma anche la speranza.

Già dal titolo.

Sopravvissuti, coloro che in barda alle aspettative di divinità assenti riescono a non soccombere.

Anche nelle difficoltà in una violenza appoggiata dal disordine l’umanità si aggrappa con unghie e con i denti alla vita.

E cosi alcuni comprendono il valore dell’esperienza traumatica appena vissuta, comprendendo come l’unica vera speranza di restare in gioco nel grande cerchio dell’esistenza è la collaborazione.

I sopravvissuti del 2025 si uniscono, superando sfiducia, differenze, dolori passati, e terrori.

Capiscono il valore dell’unione e tentano, nonostante innumerevoli cadute di proporre un sistema di vita diverso.

In questo libro vediamo ogni organizzazione umana fallire miseramente: l’autoritarismo delle sette, le formazioni paramilitari, l’isolamento, la rassegnazione a partecipare a agglomerati inumani pur di sopravvivere e trascinare corpi morti lungo gli anni che ci restano.

Falliscono miseramente, vengono spazzate via da se stesse.

L’unica utopia che diviene reale è quella raccontata da Tommaso Moro: una comunità con forti legami basati sia sull’emotività sia sulla logica portata avanti da Menenio Agrippa: la capacità di rendersi organismo e di cooperare perché questo viva nel miglior modo possibile, in salute e nella possibile ricerca della felicità.

Sopravvissuti cosi diventa non tanto un apocalittico.

La desertificazione dovuta alla crisi esiste ed è la molla che fa scattare la presa di coscienza che oggi ci sfugge: la necessità di sostituire il sistema della sopraffazione con uno più equo, capace di unione, di sostegno, di aiuto reciproco.

E’ solo la coscienza che, in fondo, la crisi è nata quando abbiamo disgiunto l’indivisibile ossia gli uomini considerati parti autosufficienti di un organismo interconnesso che è iniziato il disastro.

Allora sopravvivere significa darsi una chance e la chance è solo nella volontà di provare a dare la corso della storia una direzione totalmente innovativa e nuova: invece di farci la guerra, pensate, possiamo prosperare grazie al mutuo soccorso.

Grazie alla creazione di comunità che collaborano, grazie alla volontà di ciascuno di farsi elemento per creare un mosaico bellissimo, magari imperfetto, ma ugualmente spettacolare .

La rubrica Viaggio attraverso la storia presenta “L’ETERNA QUESTIONE EBRAICA. A cura di Alfredo Betocchi

Palestina

 

La Palestina occupa un’area di circa 24.000 Km. quadrati, equivalenti pressappoco alla Sardegna ed è prevalentemente una terra agricola e di allevamento. Può essere suddiviso in quattro zone distinte:

a) le pianure costiere, con terreni molto fertili, abbondanti d’acqua e forti precipitazioni, coltivati da sempre ad agrumeti;

b) le regioni collinari, anch’esse con terreni molto fertili ma adatte a piantagioni a terrazze d’alberi decidui, specialmente ulivi;

c) la valle del Giordano col mar Morto, che si trova a 375 metri sotto il livello del mare Mediterraneo, ha un terreno che si presta a ogni tipo di coltivazione, aiutata da irrigazioni di acque pompate dal fiume poiché le precipitazioni sono scarse;

d) il deserto meridionale che si trova anch’esso sotto il livello del mare ma che si divide in due zone ben distinte per sfruttamento del suolo: la parte settentrionale è composta di terreno più fertile, mentre quella meridionale è formata da altipiani, molto erosi e aridi, e da valli e pendii scoscesi.

L’opinione pubblica è sempre stata indotta a credere dai mass-media che la Palestina fosse una terra desolata e infruttuosa, dimenticata e spopolata, abitata da pochi beduini raccolti in rare oasi o in piccoli paesi dagli altisonanti nomi biblici. Ciò non corrisponde affatto a verità: la “Terra Santa” era rinomata sin dal tempo dei Crociati per i suoi uliveti e gli agrumeti. Nel XIX secolo, erano famose in Europa, come oggi, le arance di Giaffa che erano importate in grande quantità, mentre la Bibbia stessa racconta di vigneti e campi d’orzo che imbiondivano al sole. (1)

Non vi è motivo di dubitare che lo sfruttamento del territorio non fosse continuato nei secoli da quel popolo industrioso e pacifico che è il palestinese, nonostante le numerose invasioni.

La Palestina, terra di passaggio senza precisi confini naturali, ha sempre ospitato popoli di varia etnia e religione. Le tensioni e le crisi sono sempre giunte dall’esterno, portate prima dagli arabi poi dalle armate dei Crociati, indottrinate da fanatici predicatori e spinte al massacro delle popolazioni autoctone arabe ed ebree, poi dai Persiani, dai Mongoli, dai Turchi e infine dagli immigrati ebrei, esortati a occupare la terra, promessa da Dio ben 2700 anni prima. (2)

La vita della Palestina era sempre scorsa tranquilla, sia sotto la dominazione ottomana fino al 1918 che sotto il Mandato britannico fino al 1948.

Mussulmani, ebrei e cristiani, dopo la follia omicida delle Crociate, avevano sempre convissuti pacificamente riunendosi ciascuno nei propri templi e adorando la stessa divinità, in qualsiasi modo la si fosse voluta chiamare: Allah, Jahvè o Dio.

Il fulcro della tragedia palestinese dall’inizio del XX secolo é stato lo sradicamento e lo spopolamento degli arabi-palestinesi compiuti per permettere “l’accoglienza” di emigrati di religione ebraica provenienti da ogni parte del mondo, con la conseguente creazione di milioni di profughi che, senza la speranza di un ritorno, procurarono insicurezza e conflitti permanenti oltre che il fenomeno del “terrorismo”.

La costituzione di una forte popolazione di fede ebraica fu pianificata da una idea politica chiamata “Sionismo”.

Pochi numeri a sostegno della verità: la proprietà dei terreni da parte delle persone di fede ebraica nel 1918 ammontava a circa il 2% dell’area totale della Palestina. Quando il Mandato britannico terminò nel 1948 e fu proclamato lo Stato d’Israele, le proprietà ebraiche avevano raggiunto la modesta cifra del 5,67%, una porzione del tutto irrilevante per giustificare una spartizione del territorio. (3)

Il Movimento Sionista fu fondato da Theodor Herzl che convocò un Congresso a Basilea, in Svizzera, nel 1897. Era costui un avvocato austriaco che aveva teorizzato, un anno prima, nel suo libro: “Lo Stato Ebraico, tentativo di una soluzione moderna del problema ebraico”, il ritorno di tutti gli ebrei in Palestina. Tuttavia, dopo aver posto le basi del suo progetto, morì nel 1904, senza vederne mai la realizzazione.

Theodor Herzl

Durante il Congresso, Herzl propose, non senza aspri contrasti, l’obiettivo di creare una patria legale al “popolo” ebraico in Palestina, promuovendo una politica di massiccia emigrazione di contadini e operai ebrei da tutto il mondo, organizzandoli e unendoli attraverso “appropriate istituzioni locali” e rafforzando in loro il sentimento e la coscienza nazionale ebraica; in una parola, risuscitando lo Stato d’Israele che era stato distrutto dalle legioni romane dell’imperatore Tito nel 70 dopo Cristo (1827 anni prima!).

Su quali principi, quindi, si era basato il Movimento Sionista per affermare che gli ebrei rappresentavano un popolo? In definitiva solo tre e molto discutibili

:

  1. Tutti gli ebrei viventi discendono in tutto e per tutto dagli ebrei antichi vissuti in Palestina prima che il re babilonese Nabuccodonosor li deportasse schiavi in Babilonia nel 586 avanti Cristo.

  2. L’idea del ritorno alla Terra Promessa è una speranza che gli ebrei hanno sempre coltivato e che si sono trasmessi di generazione in generazione.

  3. L’antisemitismo è una tendenza radicata in tutti coloro che non sono ebrei.

Con questo incitamento all’immigrazione selvaggia si ignorava, intenzionalmente e del tutto, il fatto che in Palestina viveva già una popolazione omogenea e autoctona e laboriosa, sottomessa ai potenti Stati dell’epoca (l’Impero Ottomano, prima della Grande Guerra e il Mandato Britannico, dopo) in totale disprezzo, inoltre, dello Status Giuridico del territorio, spingendo per il fatto compiuto a detrimento della convivenza pacifica di quelle genti in centinaia d’anni.

Herzl spingeva gli ebrei della Diaspora a tornare in Palestina, incoraggiandoli prima a comprare poi a occupare con la forza terre già abitate, invece di invitarli a erigere uno Stato multi confessionale nel quale ebrei, mussulmani e cristiani potessero convivere tranquillamente, creando una “Repubblica di Palestina”, laica, in cui non fosse gente di una sola fede a governare lo Stato, ma “cittadini”, di qualunque fede essi fossero.

Egli scelse, in pratica la soluzione peggiore con i risultati che sono sotto gli occhi di tutti. Lo Stato d’Israele, nato nel 1948, si è circondato così di nemici feroci fuori dai suoi confini e di avversari insidiosi all’interno, creando un’eterna insicurezza ai propri cittadini e impegnandosi periodicamente in guerre sanguinose per sopravvivere (1948, 1956, 1967, 1973, 1982 e 2006 … quando la prossima?)

Non basta, esiste una questione più sottile e più grave da analizzare: la confusione voluta che viene fatta tra Ebraismo e Sionismo.

Chi è “l’Ebreo”? E’, come persona, un cittadino di qualunque nazione di religione ebraica o è parte di un popolo a sé stante, disperso, che vive provvisoriamente all’estero in attesa di tornare presso il proprio focolare nazionale?

Questo è il grave equivoco ancora oggi irrisolto e che continua ad autoalimentarsi, creando polemiche e discussioni perfino fra gli stessi ebrei.

La gente di fede ebraica ha sempre sofferto sulla propria pelle questo dilemma.

Ecco qualche esempio tratto dai libri di storia:

Alla fine del XV secolo gli ebrei furono espulsi dalla Spagna, accusati dei più orrendi crimini (oltre al fatto di aver crocifisso Gesù), di fare sacrifici umani e di rubare i bambini cristiani.

In Russia, in Polonia e nei paesi dell’est europeo, gli ebrei furono discriminati, perseguitati e sterminati con le stesse accuse in sanguinosi “pogrom” (4).

In Italia, negli Stati pre unitari, essi erano rinchiusi in ghetti e costretti a vivere in determinati luoghi delle città, potendo praticare solo l’usura e piccolo artigianato, alimentando così altre calunnie e persecuzioni.

Nel XX secolo tutti sanno quello è successo, gli ebrei sono stati considerati una razza a sé stante e sterminati a milioni.

E’ naturale che sognassero la fine di queste persecuzioni e la fuga dagli stenti, in una Terra Promessa che Dio aveva dato loro quattromila anni fa, come insegnano i rabbini ancor oggi. Ma la Storia non può tornare indietro senza far pagare a qualcun altro un altissimo prezzo da pagare. (Vi immaginate l’Italia che rivendica l’Impero Romano? O la Grecia quello Bizantino?)

Il messaggio di Theodor Herzl ha dato voce e forza a chi sosteneva che l’Ebraismo non è una religione ma un’etnia a sé stante (cos’altro intendeva con “il Popolo Eletto d’Israele?) ed è esattamente l’opposto di quello che avrebbe dovuto predicare per sradicare l’antisemitismo che tanti lutti ha causato.

Semanticamente, l’antisemitismo dovrebbe comprendere tutti i popoli semiti, quindi anche gli arabi.

Nei mass media non si sente mai affermare che la pace in Palestina deve passare “da una convivenza tra credenti nello stesso Stato”, ma che essa deve poggiare sulla “convivenza di due Stati e due Popoli, separatamente” alimentando il razzismo di uno Stato che insegue dopo migliaia di anni la purezza della razza ebraica, chiudendo dietro a un muro di cemento gli abitanti autoctoni e innocenti di quella sfortunata terra di nome Palestina.

  1. La Bibbia. Numeri. Cap. XIII, 29 e segg.

  2. Ibidem, Esodo. Cap. XXIII, 20 e segg.

  3. S.Adawi. “Raccolto amaro” pag.12 – Ed.Est, Roma, 1970

  4. in russo “devastazione”

Ancora una volta il re del crime vi terrà incollati alle pagine fino alla fine. Victor è divenuto ormai un personaggio di culto, tanto da arrivare sugli schermi con la trasposizione cinematografica di Killer, per la regia di Pierre Morel.

unnamed

 

Sinossi:

Victor, con il suo ultimo lavoro sporco per una fazione dell’agenzia di intelligence americana, si è creato nuovi nemici potenti e ogni sua mossa può essere l’ultima. Vive braccato dai sicari di un intermediario a cui lui stesso dà la caccia, e da poco si trova anche nel mirino di Antonio Alvarez, un funzionario dell’agenzia di spionaggio americana che essendosi fatto strada fino a raggiungere i piani alti può finalmente scovare l’assassino che gli è sfuggito durante un’operazione a Parigi.
Non gli rimane altro che sparire per un po’ dalla circolazione, ma chi può aiutarlo in un’impresa del genere quando ha così tanti nemici alle calcagna? La sua amica-nemica Raven, una ex agente della CIA pericolosa e braccata da molti, deve rendergli un grosso favore, sarà forse lei la sua unica via di fuga?

L’autore:

Tom Wood è considerato uno dei maestri del thriller internazionale.

È nato nello Staffordshire, in Inghilterra, e oggi vive a Londra.

Scontro finale è il settimo romanzo della serie che vede come protagonista lo spietato sicario Victor, preceduto da KillerNemicoIl gioco, La cacciaIl giorno più buio e Nessuna scelta, tutti pubblicati da Timecrime.

Victor è divenuto ormai un personaggio di culto, tanto che Killer, primo capitolo della serie, è diventato un film (2016) per la regia di Pierre Morel.