“Il taccuino della vergogna” di Frank Gramuglia 96 Rue de la Fontaine. A cura di Alessandra Micheli

Il taccuino della vergogna- Frank Gramuglia

A quell’ora c’erano solo i furgoni dei netturbini che scendevano
infreddoliti a scaricare la spazzatura.

Solo allora, osservandoli, capivo che non ero l’unico stronzo ad averlo
preso in culo dalla vita.

Ma ora tutto ciò era lontano.

Avevo un lavoro dignitoso che mi toglieva la libertà, ma mi forniva il denaro.

E solo da questo estratto che il mio cuore ha perso un colpo.

Mi sono riconosciuta proprio li.

Io che avevo mille sogni, mille progetti e una grande passione per il sogno e la fantasia, si proprio io, sono stata costretta dall’autorità invisibile a scaricare merda per vivere.

Magari non realmente ma metaforicamente.

Ma l’ho fatto.

Seduta nella mia scrivania, ad avvizzire giorno per giorno, accontentandomi del premio di fine mese, e bramosa, troppo bramosa di vita.

Magari ho fatto scelte diverse da Federico.

Non è riuscita ne la trasgressione ne il vizio a darmi una parvenza di candida piuma per volare.

Spesso noi abbiamo davvero bisogno del peccato per diventare uomini e non solo persone inserite in un ingranaggio che ci stritola.

Lo aveva capito Baudelaire, lo aveva raccontato Wilde.

Oggi è Gramuglia a farsi crudo profeta di giorni senza poesia.

Di giorni sprecatati a accarezzare le nostre catene.

Giorni persi a scordare il sommo dolore che albeggia nel nostro cuore.

A dimenticare noi stessi.

E cosi in questo libro donne, sesso, irriverenza, idee eccessive tanto da far rabbrividire i benpensanti.

C’è tanto.

Ma l’anima, quella no.

Si manifesta solo se Federico scrive e può riversare tutto il suo amaro disincanto, per questa vita che sorride maligna quando ci prende per il culo.

Quando promette e agita il tovagliolo rosso davanti ai nostri sensi cosi pronti e decisi a raggiungere un oltre tanto millantato dai vincitori.

E invece è sempre più lontano, miraggio che ai vinti viene dato quasi beffardamente, per fargli comprendere come, le promesse della vita, i sogni di ragazzini sono maciullati dalla rabbia di chi, in fondo non ce l’ha fatta.

Siamo un popolo di perdenti che ride sulle sconfitte altrui.

Siamo tutti uniti nella lotta tra poveri, felici solo di una briciola, felici solo se l’altro piange quelle lacrime che non riusciamo a versare noi.

Ogni calcio di Federico è un calcio ridato all’altro per vendetta.

Cosi in una malsana spirale, purtroppo cosi realista e cosi vera, che non c’è nulla da dire, nessuna speranza da appuntarsi al petto.

E cosi chi più e chi meno insegue il suo fantasma, convinto che sarà lui a toglierlo dall’abisso, che sarà qualcosa che conquistata a ogni costo che ti restituirà la capacità di guardare ancora il cielo, senza sentirsi un vinto. Allora il peccato sia la nostra ultima tomba.

Allora che la trasgressione sancisca la nostra personale ribellione contro un sistema che ci fiacca e ci distrugge.

E forse di maledetto qua non esiste un romanzo.

Esiste una vita che ci costringe a essere albatros che camminano a terra, goffi, ridicoli, soli e disperati.

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