Write together si conclude con una festa indimenticabile..Partecipate su questi schermi il 12 e 13 febbraio dalle 21 alle 23. E …divertitevi!!!

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Le cose belle hanno sempre, purtroppo una fine.

eccoci giunti alla meta del viaggio..i racconti ci sono e bisogna solo…festeggiare! Bagordi è la parola d’ordine!

Ma la scio la parola al Sommo Profeta di Scrittori e lettori fantasy, mastro  Alessandro Gardenti.

“La prima serata si svolgerà mercoledì 12 febbraio dalle ore 21 alle 23 su Scripta Manent. Il menù offrirà cover, estratti e booktrailer!
La seconda serata si svolgerà il giorno successivo, giovedì 13 febbraio sempre dalle ore 21 alle 23 qui su Scrittori e Lettori Fantasy.
Sarà una serata a buffet, faremo domande varie ai valorosi che si sono cimentati in questa avventura.
Già, valorosi, ma chi sono questi valorosi?
Eccoli!
Ma la domanda vera è…cosa si mangia?

“La zona extramondo” di Riccardo Pietrani. A cura di Alessandra Micheli

la zona extyramondo

 

Qual’è stato da sempre il sogno proibito degli uomini?

E’ simboleggiato nella meravigliosa leggenda di Icaro.

Deciso a superare i propri limiti umani, a sfiorare il cielo cosi distante e immenso, tanto da costruirsi ali di cera e avvicinarsi pericolosamente al sole.

Ali ragazzi miei.

Sono i migliori simboli dello spirito incorruttibile che sostiene questa modesta forma umana.

Ali non solo per un volo capace di sfiorare le leggi dell’aerodinamica, ma semplicemente per essere divinità, capaci di abbracciare e non di bruciarsi con il sole, re e padrone della nostra terra.

E cosi via, fino ai migliori percorsi esoterici.

Quelli che apparentemente volevano ricreare l’oro, la vil pecunia, ma che ambivano a trasformare il proprio io in qualcosa di più eterno.

Incorruttibile.

E cosi il percorso gnostico, che desiderava farci sedere sul trono nelll’Enneade egizia.

Tanti ,troppi tentativi di diventare noi stessi dio.

Troppi per mostrarci cosi potenti da usare qualcosa che sappiamo essere dentro di noi, per comandare, nominare il mondo che ci circonda.

O per trascenderlo in favore di una favola che risuona sulla nostra pelle, nel nostro DNA.

Anche dentro questa misteriosa spirale, noi abbiamo un luogo oscuro, un energia paragonabile alla materia oscura dell’universo, che derisoriamente chiamiamo DNA spazzatura.

Proprio perché non sappiamo svelarne gli arcani misteri, perché non possiamo, o non siamo degni di farlo vibrare, di usare la giusta chiave per aprire la porta celata ai più.

Dentro quella spirale oggi cosi importante, ci cela un intero mondo, una dimensione che spesso si apre nei sogni, nelle visioni e nelle allucinazioni.

Una dimensione che vive dentro tanti racconti che echeggiano nella nostra mente stanca di tutto questo banale affannarsi, di questo formicolante consesso fattosi massa, alla ricerca della propria tana.

In quei racconti, Atlantide, Mu, Agartha, il regno di padre Gianni, si celano tutte le risposte alle nostra domande: chi siamo, dove andiamo e soprattutto cosa possiamo essere?

Noi nati da un frammento di fango impastato con una saliva divina, nati dal soffio di un creature che beffardo ci ha creato a sua immagine e somiglianza e che geloso di questo nostro ibrido essere ci ha relegato fori dal nostro vero mondo.

Noi scintille di pensiero imprigionate da qualche entità arcontica in un corpo che ci rende sofferenti e privi della nostra eredità.

Noi miseri, crudeli, assurdamente egoisti, ma fatti più alti di angeli e coronati di gloria e stelle.

Noi con la prova peggiore che un padre può dare al figlio: dimostrami di credere, dimostrami di meritarti l’eden, o la dimensione spirituale.

Dimostrami di poter tornare a casa, ma di farlo dopo aver imparato dal viaggio.

Noi che viviamo una realtà ma sappiamo come essa sia fallace.

Noi convinti che l’extramondo esiste, ma costretti per quieto vivere e per smorzare il doloroso canto, lo abbiamo relegato in un cassetto della memoria, convinti che conti solo la materia, conti solo questua struttura.

Noi che non riusciamo a ascoltare le voci che ci invitano a raggiungerle dietro il velo, dietro le stringhe di un tempo che non sarà mai davvero lineare.

In quei profondi anfratti tra i mondi che non sono altro che dimensioni contingenti, in quei solchi che creano i passaggi, noi abbiamo investito spesso ogni nostro desiderio, ogni nostra esigenza, ogni nostro tentativo di vincere sulla catena che ci tiene ancorati a terra.

Ma abbiamo smesso di osservare i limiti del cielo, superabili solo da chi, si cosparge il capo di cenere e rinnega il suo essere umano.

Il libro di Pietrani in fondo ci avverte: chi desidera rinascere nello spirito deve semplicemente lasciarsi dietro tutto, persino il mondo che lo ha nutrito, fatto crescere e educato.

Per tornare nell’eden dobbiamo mangiare il frutto della conoscenza, appartenergli e lasciare che il mondo umano esploda e smetta di esistere.

E allora il miracolo del finale si aprirà ai nostri occhi: un mondo di eterna meravigliosa beatitudine.

Ma è davvero possibile per noi oltrepassare ora i confini del corpo?

Non credo.

Perché dentro di noi accanto la DNA spazzatura che è la sostanza di cui è fatto dio, esiste un virus che ci corrompe, dal quale dobbiamo sfuggire: la violenza.

E’ la risata del demiurgo geloso di dio che ci risuona nella mente.

E finché non l’azzittiremo del tutto, l’eden ci sarà precluso.

Ed è questo il senso del testo.

Noi uomini siamo messi di fronte a una prova: scegliere di essere dei virus che ammalano la terra dove dobbiamo esercitare il LIBERO arbitrio, o provare a debellarlo questo virus, fino alla fine di quell’ardua prova.

Un libro di incanto e di disperazione.

Un libro dove la redenzione non è cosi facile da individuare.

La redenzione è qualcosa che si conquista solo sacrificando una parte del se, quella a cui siamo affezionati e che consideriamo la nostra forza: la curiosità.

Ma la curiosità senza compassione, senza amore e quindi sacrificio non porterà mai a nulla di buono.

Allora l’extramondo dovrà essere celato da una nebbia fitta, che solo i saggi, o i folli o gli artisti sapranno attraversare.

Pietrani è uno di loro.

Lasciate che vi accompagni attraverso il velo e vi faccia scoprire di cosa siete capaci, nel bene e nel male.

E poi vi lasceremo scegliere.

Scegliete con saggezza.

Un libro da non perdere assolutamente ” La notte delle gilde” di Fabio Murgano. Imperdibile!!

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Dietro ad ogni gilda si nascondono i peggiori segreti. Nessuno sa cosa accadrà e le azioni prendono vita al calare della notte, quando le tenebre diventano le tue più sincere alleate.

Così citava un vecchio libro sulle gilde e mai come adesso quelle parole sembrano diventare un’autentica profezia.

La quiete di Okland viene bruscamente risvegliata nel bel mezzo della notte: il capo della Fratellanza è stato brutalmente assassinato. Chi ha potuto commettere un crimine tanto malvagio? Le gilde, un tempo autentiche società in grado di stabilire ordine ed equilibrio, entrano velocemente in contrasto, facendo sprofondare tutte le certezze nel caos.

In questo cupo scenario gotico, ogni personaggio avrà qualcosa da raccontare, una scelta da fare per scolpire il proprio destino e quello dell’intera storia.

La guerra tra le gilde è appena cominciata…

 

L’autore

L’autore del libro è Fabio Murgano, siciliano di 35 anni. Appassionato da sempre di lettura e scrittura, ha tra i suoi autori più amati Tolkien e Martin. Autore del thriller noir Nocturne, con questo nuovo libro “La Notte delle Gilde” cerca di fondere in un unico volume trame e personaggi, e creare una storia complessa e ben congegnata.

“Il soffitto di cristallo” di Gianni Perrelli, Di Renzo editore. A cura di Alessandra Micheli

Il soffitto di cristallo- Gianni Perelli

 

Sono sempre stata refrattaria alle definizioni.

Le odiavo e scappavo da esse come se fossero demoni a rincorrermi.

E una di quelle più aborrite era Intellettuale.

Cosa significava?

Che ero un gradino sopra gli altri?

Intellettuale per me era una parola abusata, inutile.

Tutti noi ci basiamo sull’intelletto e tentiamo, in questa strana vita, di orientarci al meglio, pensando, riflettendo, raccogliendo dati e proponendo teorie.

Per ogni cosa specie riguardante il nostro ambiente.

Che non è solo quello geografico o simbolico ma, sopratutto, politico.

E la politica, volenti o nolenti, ci invade ogni anfratto dell’anima e dell’organismo.

Siamo decisi a creare uno stato, con un territorio, un popolo, un’autorità decisionale espressa nei modi più consoni alla nostra cultura.

E cosi abbiamo il mondo della rappresentanza, laddove si compie il miracolo più impensato: Signora sovranità passa dalla mani del popolo a quelle del suo delegato che, resterà tale, finché sceglierà saggiamente di immergersi nella Maat cosmica e trarne le giuste leggi perché armonia regni.

Sognatrice?

Non direi.

Diciamo che sul senso politico della democrazia ho passato giorni interi a riflettere.

Mentre le mie coetanee guardavano, annichilendo il pensiero non è la RAI, girotondo di apparenza, predecessore dei social pieni di carine immagini che oggi funestano il nostro ovattato mondo, io riflettevo su questi temi.

Intellettuale?

Migliore delle altre?

No.

Semplicemente educata all’esercizio della vera libertà: il pensiero.

Un pensiero che crea mondi, universi, valori e stati.

Il pensiero che domina sovrano spingendo i più a indossarlo come una veste di cui andare orgoglioso.

E altri che lo usano indebitamente come arma per sfondare il tetto di cristallo.

Ed eccoci al tema del libro.

Intellettuale oggi è un valore, che ci permette di capire come dietro l’apparenza ci sia un derisorio tentativo di convincerci che la sostanza non serve, che tutto può essere cultura e che possiamo indossare i migliori alibi per non pensare.

Intellettuale è chi, con in mano il libro di Perrelli, inizia coraggiosamente a vedere.

E non solo il trito e ritrito, mi si scusi il sospiro esasperato, tema della parità di diritti, ma la realtà delle nostre situazioni, del nostro essere cittadini, del nostro votare, del nostro sentirci uomini.

Non esistono i pari diritti.

Perché oggi forse non esistono proprio i diritti.

Tutto è un dovere, un io posso, un io devo.

Un apparire.

E per apparire in modo da esistere, significa necessariamente sgomitare.

Oggi non ci sono assolutamente i diritti.

C’è alibi del io posso, io devo essere, io farò.

Non c’è il posso?

Potrei?

Dovrei?

Il diritto è una forma di domanda che nella sua pomposa genesi rimanda a altre domande.

E per rispondere necessariamente dobbiamo rivolgerci all’altro.

Come il diritto alla libera espressione.

Che non significa sparare ogni scoria che ci ronza per una testa non allenata alla differenziazione, ma una caotica fuoriuscita di disordine. Possiamo dire tutto e il contrario di tutto urlando invano il nome della libertà.

E se noi stessi siamo oramai orfani di diritti, il rappresentante non fa altro che cavalcarle l’onda dicendoci le frasi che il nostro disordine brama.

Non una logica analisi della situazione, con tutti i pro e i contro.

Ma slogan, frasi banali che titillano il nostro uomo qualunque sdoganato in questo secolo confuso.

Il soffitto di cristallo viene distrutto.

Da una donna.

Una portatrice di ideali nata in senso a una borghesia aliena dal contato sociale del popolo.

Che non considerato, non compreso, non individuato e nominato, diviene massa.

E la massa, si sa è ben controllabile.

Una forza caotica da usare a proprio piacimento, a cui elargire briciole. Una forza che è lo specchio distorto della nostra carenza interiore.

Non crediamo più alla politica.

Ne alla sua necessità primaria, ossia permettere la libera crescita e la possibilità equa di sviluppare talenti.

E non solo di soddisfare bisogni.

L’entità politica si rese necessaria per un evoluzione del concetto di solidarietà del clan, in un ottica più grande, più globalizzata.

La città doveva divenire quello che era la piccola comunità: luogo di incontro, scontro mai violento, dialettica e possibilità, tramite questo diritto alla discussione, a trovare la forma migliore per far prosperare tutti.

Per dare una possibilità al futuro, perché gli ideali non divenissero ideologie, perché l’umo non diventasse anonimo o qualunque.

Perché ognuno all’interno dell’agorà si sentisse libero.

Era il sogno del perfetto mosaico, laddove ogni parte di un disegno era importante sia nel tutto che nel singolo elemento.

Ogni elemento era uno schizzo di pittura che assieme agli altri trovava la sua collocazione, il suo senso il suo obiettivo.

Qualcosa non è andato.

La libertà non ci è piaciuta.

Mano a mano abbiamo perso il gusto della decisione e ci siamo orientati verso il fallace sussurro di Mammona.

L’apparenza, il sedersi aspettando un miracolo dall’alto, la suadente forza dello slogan e della faciloneria, il togliersi il pesante fardello dell’ideale e dell’impregno.

Oggi il patto è stato sancito.

E la libertà di decisione è stata uccisa.

Nessuno sa chi è il malevolo criminale che ha materialmente compiuto lo sfarcelo.

Forse il politico deciso a sfondare quel tetto di cristallo.

Forse noi stessi che desideravamo qualcuno che lo sfondasse.

Forse la crisi che ha cercato di gabbarci creando non politici ma burattini protagonisti di una commedia alla De Filippo.

E cosi il libro diviene satira politica sociale.

Perrelli racconta ogni nostro dramma con penna feroce e incalzante.

Non ci risparmia descrizioni accurate di cosa siamo noi oggi.

Ne risparmia le accuse verso i sognatori, rei di aver sognato e di aver perduto lo slancio iniziale.

L’idealista un novello martire messo da parte dagli oscuri sotterfugi di una politica che si era stufata di essere coerente.

I soldi erano come melassa capace di appiccicarsi alle mani e era impossibile sottrattosi alla sua malia.

Una donna che tentava di dare un senso alla sua soddisfacente vita, ma cosi fredda e anonima da costringerla ad abbracciare l’ideale non tanto marxista, quanto sociale della sinistra.

Una donna che, appunto perché fortunata, aveva il sommo dovere di elargire a suo modo la stessa fortuna alle periferia non solo cittadine ma del mondo.

E che credeva di poterlo fare in politica.

Uomini che fingono un dibattito e che in realtà si abbracciamo finita la diretta TV, concordi che in fondo è meglio fregarlo quel popolo involontariamente costituitosi in massa.

Io so il valore della politica.

Per quanto disgustata, arrabbiata, delusa al pari di Paolo non sono mai riuscita a diventare una Livia.

Eppure la amo ancora la politica.

Amo le sue infinite possibilità.

Amo quella sua fragilità quella sua innocenza insozzata dai desideri egoistici.

Amo ciò che è stata e amo ciò che poteva essere.

Nonostante tutto continuo a credere che il sistema politico democratico possa accontentarsi in un connubio favoloso con l’ansia riformista del comunismo.

Senza divenire dittatura.

Ma non è necessario sfidare la fauci del parlamento per agire.

Non è necessario rischiare di esserne inglobati.

Non è necessario sfidare il tetto di cristallo.

Esso è li per ricordarci i pericoli e i limiti.

Per ricordarci che, sfondarlo, significa ferirsi e cercare a ogni costo un sollievo.

Significa farsi bendare le ferite, causate dagli aguzzi pezzi di vetro, da qualcuno.

Senza immaginare che quel qualcuno userà le suddette ferite per manipolarci.

Il soffitto di cristallo non fatto per chi agli ideali ci crede davvero.

Livia lo capirà.

Paolo lo ha già compreso.

Quello che il lettore invece dovrà comprendere, è quello che si svolge all’esterno dei due protagonisti alla ricerca di un identità perduta: la grottesca recita a nostro discapito.

Quel nostro essere massa usata da interessi altri.

Quel nostro addormentare la coscienza civile con l’iper-tecnologizzazione che ci rapisce in un mondo diverso, in un dimensione totalmente edonistica, lasciando gli sciacalli a dividersi le carcasse. Quello che il lettore dovrà capire è il momento di oggi, fatto di foto di solo godimento e non di schiaffi sul volto.

Di glamour e brillantini e non più di lavoro, sudore e rivendicazioni.

Di virtuale e non più reale.

Quello che il lettore dovrà fare è piangere lacrime di sangue su una libertà rinnegata.

Da parte mia ringrazio l’autore, perché ha risvegliato in me la voglia di fare politica.

Anche attraverso una recensione, uno scritto, un dialogo.

Lo ringrazio perché oggi sono fiera, assurdamente fiera, di essere un intellettuale.