La rubrica Viaggio attraverso la storia presenta: “Una mostra del 4040. Intervista al prof. Agenore Benno”. A cura di Alfredo Betocchi

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« Signori olispettatori, buonasera! è il vostro Stilicone degli Ori da Radio Himalaia che vi parla in collegamento dal Museo della Civilltà Antica qui a Mustang.

Si inaugura oggi una nuova, interessantissima mostra sulla cosidetta Epoca dei Primi Video. Come avrete studiato sui libri di storia, questa antica civiltà sorta all’inizio del XXI secolo, durò per circa cinquecento anni per poi evolversi nella successiva Età dell’Ologramma nella quale stiamo vivendo.

Già mille e cinquecento anni sono trascorsi da quell’epoca remota e pochi oggetti preziosi e rari monumenti si sono salvati dalle vicende storico-geologiche che la spazzarono via. Abbiamo qui con noi il professore Agenore Benno che ci descriverà, a grandi linee, il percorso della mostra. Ci parlerà della parabola ascendente e della fine di quegli antichi tempi. Buonasera professore».

«Buonasera a lei e a tutti gli olispettatori. La mia equipe ed io abbiamo condotto accurate ricerche nel continente sommerso che una volta si chiamava Europa e che adesso è formato dalle tre isole Pirenee, Alpine e Appenniniche.

I nostri mezzi subacquei hanno scandagliato per molti anni, nel corso di campagne sottomarine, i fondali alla ricerca di reperti risalenti più o meno al 2000 d. C.

Le nostre ricerche sono state fruttuose ma avare di oggetti. Abbiamo trovato vestiti, oggetti metallici che probabilmente erano usati per deambulare, mobili, oggetti di uso comune e rari gioielli.

L’oggetto più importante rilevato a una profondità di circa cento metri, inserito in un piccolo edificio, stretto e lungo che dall’aspetto pareva parte di un’abitazione primitiva, è quello che abbiamo chiamato “Il Trono dell’Imperatore”.

Questo manufatto costruito in materiale di colore bianco ci è pervenuto, pensiamo, completo.

I nostri colleghi, ovviamente, non sono affatto sicuri che si tratta di un trono ma per praticità i primi scopritori lo hanno chiamato così.»

«Professore, può descrivere per i nostri olispettatori di quali pezzi esso è composto? Siamo tutti curiosi di avere almeno un’anteprima in attesa di ammirare questo rarissimo e prezioso oggetto.»

«Certamente. Esso è formato da quattro reperti di diverso materiale, il più grande dei quali è il cosiddetto “Trono”. Gli altri tre sono di diversa fattura. Vi è quello che sembra un coperchio di forma ovale. Vi è poi un oggetto della medesima forma ma costruito come una cornice. Entrambi sono dello stesso colore del trono.

In un angolo dell’ambiente gli archeologi hanno portato alla luce, semi sepolta, una lunga e fine collana di materiale metallico che sosteneva a un’estremità una sorta di pendente dello stesso materiale bianco del coperchio e della cornice.

Dopo approfonditi studi, abbiamo concluso che tali oggetti facevano parte di un corredo di un potente personaggio dell’epoca. Presumiamo che costui si sedesse sul trono sul quale era fissato il coperchio ovale, mentre al collo portava, come simbolo di sovranità o di importanza sociale, la cornice. La collana metallica era presumibilmente uno scettro.»

«Professor Benno, tutto questo è molto interessante, ma abbiamo letto che la vostra equipe ha fatto una scoperta ancora più interessante. Un’iscrizione dell’epoca su una parete del vano nel quale è stato trovato il Trono. Può dire qualcosa in merito ai nostri olospettatori?»

«C’è poco da dire. Abbiamo rilevato sulla parete, peraltro molto rovinata della sala del trono, pochi segni quasi illeggibili, così composti: “Ce…o f…a t…f..re 3..8…1” .

Ignoriamo quale possa essere il significato di tale messaggio ma crediamo possa essere stata una formula propiziatoria per la carriera dell’illustre personaggio.

Purtroppo non si è trovato nessuna traccia del corpo del sovrano o chi per esso.

Posso solo aggiungere che i nostri ricercatori sono stati fortunati nel rilevare poco più in là del trono una tavola di legno quasi completamente marcita con inserita in un apposito pertugio, una piccola chiave. Sulle liste del legno vi erano incise altri due simboli sconosciuti dei quali, il primo è illeggibile perchè troppo consunto e il secondo è questo: “W”.

Come è noto, il continente Europa fu sommerso dal mare il cui livello si alzò a causa dello scioglimento dei ghiacci dei poli. La mancanza di territorio scatenò una letale guerra fra le potenze dell’epoca per il possesso delle terre e dei mari superstiti.

Questa catastrofe cancellò per sempre, verso il 2500 d.C., quella remota civiltà.»

«La trasmissione si conclude qui. Ringraziamo e salutiamo il professor Benno per la sua spiegazione così chiara e avvincente. Invitiamo gli olispettatori a venire numerosi per visitare questo Museo della Civiltà Antica, unico nel suo genere.

E’ il vostro Stilicone degli Oddi da Radio Himalaia che vi saluta. Buonasera a tutti!»

(I nomi e gli avvenimenti descritti nell’intervista sono frutto della fantasia dell’autore)

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L’autore del racconto ha pubblicato una “Trilogia delle Streghe” e il romanzo: “Ramesse XI”.

“La verità sul caso Ashlyn Bryant” di Hank Phillippi Ryan, edito da Newton Compton, recensione a cura di Francesca Giovannetti

Ashley Bryant

 

 

Ho dovuto riflettere molto prima di riuscire a scrivere una recensione che portasse alla luce in maniera chiara le mie considerazioni.

Un libro che lascia qualche interrogativo aperto, a cui non tutti i lettori possono essere preparati.

L’incipit è forte, coinvolgente e interessante. Ashlyn Bryant è accusata di aver ucciso la sua bambina, Mercer Hennessey è la giornalista che si occupa del caso; hanno in comune l’aver subito, seppure in modi diversi, una perdita identica.

Partendo come legal thriller, dove si illustrano i procedimenti del processo americano, ciò che deve dimostrare l’accusa, ciò che basta invece alla difesa – il ragionevole dubbio-, il libro lascia volutamente sfumare, nel corso della trama, questa sua caratteristica, per scavare nella componente psicologica.

E ci riesce; direi benissimo, fino a quando i tratti contorti del personaggio di Ashlyn diventano, forse, eccessivamente deliranti. Mi sono chiesta se l’esagerazione delle esternazioni da parte di Ashlyn fosse funzionale al suo descriverla come una donna psicologicamente instabile: è possibile, anzi, credo che l’autrice mirasse proprio a giocare con le parole nello stesso modo in cui la protagonista gioca con la realtà

Ma realtà alternative sottoposte al lettore durante le farneticazioni  del personaggio corrono il rischio, in alcuni passaggi, di disorientare.

Diventa compito del lettore trovare la chiave giusta per apprezzare questo testo.

Se dunque si riesce a entrare in questa modalità, appare comprensibile il fatto che la vicenda si concluda senza aver senza aver chiarito le dinamiche e il movente del delitto.

Perché, se letto nella giusta prospettiva, il finale è assolutamente cristallino: non si tratta di risolvere un omicidio, ma di sviscerare la vera natura dei personaggi, si tratta di portare a galla la realtà crudele e difficile dei fatti e delle emozioni.

Ciò che si incasella molto bene in questa prospettiva è il personaggio di Mercer, madre attanagliata dal dolore. La sua routine, il suo comportamento, le sue parole sono segnate dalla perdita del marito e della figlia. Sempre presenti però, fuori e dentro di lei. È una pugnalata al cuore leggere “la sedia di Sophie” “la poltrona di Dex”, perché per la protagonista loro ci sono, anche se non fisicamente. Il dolore annebbia, confonde e indebolisce, e personalità più forti e subdole possono approfittarne. La discesa nel dolore implica una risalita, che non ha scadenza né un percorso univoco. Quindi Mercer, incaricata di scrivere un riabilitazione sociale per Ashley, sarà invece l’unica a beneficiare di una riscatto vero.

Il caso Ashley Bryant rimane dunque un libro che necessita di un preciso approccio da parte del lettore. Consigliato a chi vuole raccogliere tale sfida.

A San Valentino, una storia di amore per sé stessi e per la vita, un grande romanzo di amicizia e resilienza “Fiori di loto” di Manuela Chiarottino.

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Tu devi conoscerti e amarti per prima, lo hai detto, ma ancora non lo pensi nel profondo, e credi che un uomo non possa vederti davvero per quella che sei, oltre il passato e i suoi segni. Esplora ogni tua crepa colmata, amati, fai risplendere l’oro di cui sei ricca e mostralo al mondo, all’uomo che incontrerai: se lo fai, lui capirà e ti amerà, se è lui quello legato al tuo cuore.»

 

 

Fiori di loto di Manuela Chiarottino Prefazione di Mariangela Camocardi (Scrittrice e presidente di giuria del Premio Letterario “Verbania for Women”), commento finale di Arianna Garrone (Direttrice dell’Istituto Artemisia Formazione in Counseling Relazionale e Coaching), appendice a cura della Dott.ssa Etta Finocchiaro (Medico Chirurgo Specialista in Dietologia e Scienza dell’Alimentazione presso Ospedale Molinette di Torino).

Perdere o vedere irrimediabilmente cambiata una parte di sé, a causa di un male crudele o di un destino scritto da qualcun altro, è un’esperienza traumatica che segna nell’intimo.

Segni e cicatrici tatuano la pelle e non solo, scavano nell’animo e minacciano di chiudere il cuore, facendoci dubitare dell’immagine di chi eravamo, chi siamo e saremo. Da una ferita, però, può sbocciare una vita nuova, con radici ancora più profonde e variopinte, così forte da ergersi oltre il fango dei ricordi e le paure, schiudendo i petali su un mondo tutto da esplorare.

Laura ha subito la mastectomia e sta reinventando una seconda esistenza circondata dai volumi della sua libreria, ma qualcosa le impedisce di aprirsi davvero alle possibilità che ha di fronte e forse all’amore.

Ah-lai conserva sul viso le tracce di una storia lontana, e nei piedi le conseguenze della fasciatura; fluttua come un giunco nel vento, eppure il suo spirito non si è mai spezzato, nemmeno dopo aver provato la fugace gioia di un sentimento vero e travolgente. Un incontro nato quasi per caso, nutrito dalla condivisione, dai racconti e una nuova consapevolezza del proprio Io: un’amicizia delicata come il loto e altrettanto preziosa, tenace e indimenticabile.

 

L’autrice

Manuela Chiarottino è nata e vive in provincia di Torino. Vincitrice del concorso “Verbania for Women 2019” e del “Premio nazionale di letteratura per l’infanzia Fondazione Marazza 2019”, ha abbandonato una carriera da informatica per dedicarsi a tempo pieno alla scrittura, passione innata che coltiva in modo prolifico, approfondendo in particolare le tematiche dei sentimenti e delle relazioni in diverse sfumature. Tra le sue pubblicazioni: La bambina che annusava i libri (More Stories, 2019), La custode della seta (Buendia Books, 2019), Tutti i colori di Byron (Buendia Books, 2018), vincitore del concorso “Barbera da… Leggere 2018”, Il gioco dei desideri (Amarganta, 2018), Cuori al galoppo (Rizzoli 2016), Il mio perfetto vestito portafortuna (La Corte, 2016), Ancora prima di incontrarti (Rizzoli, 2015) e molti altri.