“La verità sul caso Ashlyn Bryant” di Hank Phillippi Ryan, edito da Newton Compton, recensione a cura di Francesca Giovannetti

Ashley Bryant

 

 

Ho dovuto riflettere molto prima di riuscire a scrivere una recensione che portasse alla luce in maniera chiara le mie considerazioni.

Un libro che lascia qualche interrogativo aperto, a cui non tutti i lettori possono essere preparati.

L’incipit è forte, coinvolgente e interessante. Ashlyn Bryant è accusata di aver ucciso la sua bambina, Mercer Hennessey è la giornalista che si occupa del caso; hanno in comune l’aver subito, seppure in modi diversi, una perdita identica.

Partendo come legal thriller, dove si illustrano i procedimenti del processo americano, ciò che deve dimostrare l’accusa, ciò che basta invece alla difesa – il ragionevole dubbio-, il libro lascia volutamente sfumare, nel corso della trama, questa sua caratteristica, per scavare nella componente psicologica.

E ci riesce; direi benissimo, fino a quando i tratti contorti del personaggio di Ashlyn diventano, forse, eccessivamente deliranti. Mi sono chiesta se l’esagerazione delle esternazioni da parte di Ashlyn fosse funzionale al suo descriverla come una donna psicologicamente instabile: è possibile, anzi, credo che l’autrice mirasse proprio a giocare con le parole nello stesso modo in cui la protagonista gioca con la realtà

Ma realtà alternative sottoposte al lettore durante le farneticazioni  del personaggio corrono il rischio, in alcuni passaggi, di disorientare.

Diventa compito del lettore trovare la chiave giusta per apprezzare questo testo.

Se dunque si riesce a entrare in questa modalità, appare comprensibile il fatto che la vicenda si concluda senza aver senza aver chiarito le dinamiche e il movente del delitto.

Perché, se letto nella giusta prospettiva, il finale è assolutamente cristallino: non si tratta di risolvere un omicidio, ma di sviscerare la vera natura dei personaggi, si tratta di portare a galla la realtà crudele e difficile dei fatti e delle emozioni.

Ciò che si incasella molto bene in questa prospettiva è il personaggio di Mercer, madre attanagliata dal dolore. La sua routine, il suo comportamento, le sue parole sono segnate dalla perdita del marito e della figlia. Sempre presenti però, fuori e dentro di lei. È una pugnalata al cuore leggere “la sedia di Sophie” “la poltrona di Dex”, perché per la protagonista loro ci sono, anche se non fisicamente. Il dolore annebbia, confonde e indebolisce, e personalità più forti e subdole possono approfittarne. La discesa nel dolore implica una risalita, che non ha scadenza né un percorso univoco. Quindi Mercer, incaricata di scrivere un riabilitazione sociale per Ashley, sarà invece l’unica a beneficiare di una riscatto vero.

Il caso Ashley Bryant rimane dunque un libro che necessita di un preciso approccio da parte del lettore. Consigliato a chi vuole raccogliere tale sfida.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...