“L’abisso del mito” di Veronica Todaro, self publishing. A cura di Alessandra Micheli

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Uno dei libri che più di ogni altro ha stuzzicato la mia fantasia e la mia curiosità scientifica è stato senza dubbio “civiltà sommerse” di Graham Hancock.

Si tratta di un interessante ricerca corredata da foto strabilianti di antiche e dimenticate civiltà sommerse.

Yonagumi, Dwarka, persino la regale isola di Malta, avevano qualche rovina perduta tra i fondali di un mare trasparente che, placido e sornione, faceva dimenticare la  sua selvaggia potenza, cosi diabolica da seppellire ogni traccia di antiche civiltà.

E queste vestigia appartenevano alla tradizione di più di una nazione: India, Giappone, Cina, davano ogni tanto visione di uno splendore dei tempi passati, spazzato via dalla furia degli elementi, cosi remote da aver perso ogni materialità per entrare a passo orgoglioso nel mito.

Non potevo non scorgere in questi echi del silenzio, un richiamo alla meravigliosa e platoniana Altantide cosi descritta nel Timeo e Crizia.

Proprio cosi.

La vetusta città, sorta forse nel 10.500 a.c. e spazzata da un cataclisma di immani proporzioni, forse non era leggenda, ma realtà archeologica occultata dai flutti.

Lì in quei fondali a raccontarci della sua strana struttura fatta di cerchi, la perfezione, e ricca di conoscenze tecnologiche di alto livello.

Persino la stessa sfinge, le stesse piramidi vennero datate da un azzardato ingenerare Mark Lernher verso quell’epoca cosi troppo lontana, troppo situata agli albori del tempo e troppo primitiva per immaginare una cosi feconda conoscenza tecnica.

Eppure, seppur contestate queste ardite e eretiche teorie non avevano altro scopo che riportare in auge una leggenda che ammalia i sensi dei coraggiosi, che seduce le fantasie di chi non ha paura di mettere in discussione il regolare percorso storico accettato dai più.

Di chi considera l’uomo davvero un anomalia in un creato improntato all’evoluzione.

L’uomo si presenta proprio cosi, troppo grande per seguire le orme dei suoi compagni di avventure animali e piante, e al tempo stesso cosi fragile da subire costantemente il fascino dell’arrogante e porsi come unico depositario del sapere e del potere.

Come poteva tale leggenda essere ignorata dagli artisti della parola?

Il continente perduto è stato oggetto di ispirazione per molti baldi menestrelli, nei loro canti resi libro hanno raccontato il fascino senza tempo del perduto continente, simbolo di un età dell’oro perduta, Eden da ritrovare almeno nella memoria e anche monito per ricordarci il nostro fallace e fragile cuore, cosi soggetto alle tentazioni perniciose di un comando senza compassione, reo di stratificare l’umanità in gerarchie e di disunire l’indivisibile.

Ogni concetto capace di porre l’altro come dominante, cosi improntato alla contrapposizione non fa che argentare scompiglio in un originaria armonia del cosmo cosi perfettamente descritta dalla meravigliosa parola Egizia Maat. Ci ha provato adorata Bradley, cosi interiormente conscia dei difetti umani e ci prova oggi, Veronica Todaro.

Con uno stile che prende spunto si dal calderone del mito, che non può non risentire delle influenzie bradleiane, ma che grazie a una personalità forte e unica riesce a piegarle al proprio volere, rendendo unico il materiale archetipo.

Cosi Atlantide è si l’Atlantide dei nostri sogni, scaturita dalla parole di Marion e di Platone, ma è al contempo un Atlantide speciale, ricca di profondità etica, ricca di una peculiarità personale capace di renderla totalmente originale.

Atlantide nata dall’abisso del mito e riportata in vita da Veronica è il mondo cosi come lei lo conosce e sperimenta, fatto di tante troppe differenziazioni, un mondo dove l’imperfezione e la diversità è mal accettata, dove la purezza del sangue, che ancor oggi ci perseguita, è il solo unico requisito per essere cittadini. E’ un mondo che perde la sua connotazione utopica per divenire specchio della stupidità umana, cosi incapace di gustarsi di doni della divinità e sempre più improntato a servirsene per scopi mai del tutto leciti.

E cosi il potere non è altro che un mezzo per affermare con forza e spavalderia un se stesso che perde il legame originario con dio, un anima brutalmente staccata dalla gratitudine, dall’empatia, un mondo che nasconde dietro un apparente perfezione il suo sentirsi solo, il suo odiare quell’oscura e invisibile mano che elargisce doni solo ai meritevoli, solo a chi in una sorta di santificata guerra, sconfigge l’unico autentico nemico: quella parte oscura che va semplicemente trasformata in luce.

Le sue eroine sono donne ribelli.

Sono donne che, come succede oggi, sfidano le convenzioni e cercano le risposte al di fuori dell’autorità costituita.

Non si accontentano di frasi fatte, o di slogan o di idee preconcette.

Sfidano, si domandano, litigano con la divinità e al tempo stesso, grazie a quella loro passione ricevono le risposte. Nel caos che si rivela una volta alzato il tappeto del comodo perbenismo solo i forti possono sopportare il tanfo della putrefazione, la realtà di ideali resi ermi brulicanti, di una purezza che non è altro che la maschera del rancore, della superbia della finalità cosciente.

Allora il mondo di Atlantide nato per proteggere le conoscenze della divinità non è altro che disordina.

Non è che il caos da cui poter rigenerare un nuovo tentativo.

Non è che la distruzione di un ideale, di un progetto di Eden.

Atlantide non è altro che l’esempio di come l’uomo riesca a fallire la prova suprema: raccogliere si i doni, seguire si le direttive divine ma non farne mai sabato da contrapporre all’uomo.

E allora il mito deve inabissarsi, perché dal disordine possa crearsi la possibilità di redenzione. E dall’abisso del mito cantare il loro monito: attento a te uomo, a mostrarsi ingrato verso gli dei.

Bravissima Veronica non solo per la capacità di creare un libro che riesca a farsi carne e sfilare davanti agli occhi come se fosse vivo, ma per darci un qualcosa di prezioso infinitamente più prezioso delle tue elevate doti di scrittrice: un significato da custodire, come un dono, nei nostri cuori oggi assediati da nuove, aberranti tentazioni.

 

Il blog consiglia una nuova uscita Dri editore “Completamente” di Mariadora Vizza

 

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La musica è troppo bella, troppo dolce e Greta ha di nuovo la pelle d’oca.
Non sorride e, forse perché non ci sono i suoi occhi a distrarmi, mi soffermo a osservarle le labbra prive di trucco, che in questo momento sono leggermente socchiuse.
Sento il cuore perdere un battito e poi un altro ancora quando lei, forse presa dall’impazienza, riprende a mordicchiarle.
Mai come ora il mio mantra mi viene in soccorso: è solo la musica, è solo la danza.
Ma vedo le mie mani tremare leggermente quando le cingo delicatamente la vita per cominciare a danzare a passo di valzer.
Il miracolo si ripropone, come ogni volta che balliamo.

Sinossi:
«Hai mai pensato che, semplicemente, i vostri corpi hanno trovato un modo per esprimere l’affinità delle vostre anime?»
 
Greta, diciotto anni e una sola passione: la danza. Timida e un po’ insicura, ma anche terribilmente caparbia e altruista, vive nel suo mondo ovattato, dove le emozioni forti si provano solo sulle punte.
Davide ha un solo obiettivo: portare in scena una coreografia da brividi, ma il sogno sembra destinato a rimanere tale. Almeno fino a che Greta non irrompe nella sua vita come un fulmine a ciel sereno. L’amore per la danza e l’intesa divampano come il fuoco, come se i loro corpi si conoscessero da sempre. Ma è davvero solo affinità artistica?
Tra passi di danza classica e moderna, pas de vals e un po’ di tango, Greta e Davide iniziano a scoprirsi, a mettere a nudo le proprie anime e a ribaltare le proprie convinzioni. Un’avventura piena di passione, dove i battiti del cuore si confondono con il ritmo della musica.
 
Biografia:
Mariadora Rita (Dora può bastare!) nasce a Cosenza ben trentasette anni fa. È mamma, moglie e lavoratrice part time. Ha una grande passione per il cibo, per il Natale e per i bei libri, che spesso le fanno dimenticare le incombenze quotidiane. Ha sempre amato scrivere, ma fino a che la sua Musa Urlante (sua figlia) non è arrivata a scuoterla dalla sua proverbiale pigrizia, non era mai riuscita ad andare più in là di un primo capitolo. COMPLETAMENTE è il suo primo romanzo, e il suo terzo figlio, dopo la sua cagnolina e sua figlia.


SCHEDA PRODOTTO

Titolo: Completamente
Autore: Mariadora Vizza
Collana: Sport Romance
Editore: Dri Editore
Genere: Contemporaneo / Sportivo
Formati disponibili: ebook 2,99€ / cartaceo 15-19€
Pagine: 465
Uscita: ufficiale 27 gennaio
Info: soniagimor.drieditore@gmail.com
 

Blog Tour “Sto pensando di finirla qui” di Ian Reid. Il nostro blog presenta “l’articolo Il lettore fra suggestione e consapevolezza”. A cura di Alessandra Micheli

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Ho sempre amato più il mondo mentale di quello che, gli stolti definiscono reale.

E’ in quei pensieri che scorrono liberi come cavalli selvaggi che io trovo il miracolo di essere umana, viva e anche in preda ai più atroci dolori.

E’ in quegli attimi che sembrano eterni senza tempo che si cela il segreto del mondo.

Un pensiero è vero più delle azioni e delle parole che diciamo.

Un azione può sembrare cosi eroica, cosi commovente.

Una madre con un bambino, un salvataggio di un cucciolo.

I gesti che mostrano al mondo in modo spavaldo il valore di tanti ideali che a parole professiamo…e le parole, cosi argute, cosi taglienti a volte, cosi capaci di sfondare i muri, di cambiare le menti.

Pensiamo ai discorsi di Martin Luther King.

Nonostante la sua morte essi risuonano ancora nei nostri cuori.

E il gesto di Rose Parks?

Ha cambiato il volto dell1america, messa di fronte alla sua perversa decadenza. Per questo siamo cosi legati a quello che chiamiamo il reale, relegando il mondo interiore nell’immaginario del folclore, del mito e del simbolo. Per noi sono giochi, sono solo divertimenti non adatti ai dotti e ai sapienti.

Conta il tangibile, conta quello che possiamo stringere tra le mani.

Eppure…siamo davvero sicuri che ogni nostra azione, ogni parola sia davvero reale?

Siamo davvero sicuri che la realtà, cosi come la definiamo noi esiste davvero?

Studi di emeriti scienziati hanno messo un mostra una verità sconvolgente: nulla di ciò che noi descriviamo come reale, esiste.

Ogni oggetto, ogni persona, ogni elemento del cosmo e del mondo, dipende da un atto profondamente mentale. Noi non conosciamo altro che la rappresentazione, spesso simbolica, che la nostra beffarda mente ci fornisce.

Abbiamo lo stimolo, abbiamo la ricezione dello stesso attraverso le sinapsi e poi la elaboriamo.

Ecco che un albero non sarà m,ai lo stesso per nessuno.

Un volto sarà differente e ricco di mille sfaccettature, e sopratutto, soffrirà o sarà benedetto (dipende sempre da noi) dalle nostre personali suggestioni.

Noi non siamo consapevoli in modo costante di questo processo. Pensate alle conseguenze se questo processo fosse davvero alla portata di tutti..nulla avrebbe più senso, persino noi stessi non avremmo più contorni ne definizioni.

Forse saremmo addirittura invisibili, o forse personaggi di storie raccontate da altri e immaginate. E l’uomo, questa creatura cosi tronfia e arrogante se solo avvertisse la sua non realtà andrebbe in crisi.

Non essere corporeo, ma solo prodotto dalla suggestione di chissà chi, del cosmo che sogna, dell’energia oscura che canta, di una storia narrata da qualche voce lontana in quell’universo che si espande e non ha fine.

E persino i gesti quelli belli sarebbero vani, senza senso apparente, senza motivazione.

La nostra stessa vita ne sarebbe limitata.

A che serve camminare se la strada su cui proseguo non è reale?

Ma la sto raccontando io attraverso il mio cervello?

E cosi allora solo il pensiero è davvero reale.

Tutto il resto un illusione, creata a tavolino da chissà chi, felice di vederci brancolare affannarci a vivere al meglio a raggiungere chissà quale premio.

No.

Non potremmo mai sopportarlo.

Eppure….

qualcosa dentro di noi, dentro quel cervello che è il vero motore di questo strano organismo umano ci spinge a andare fuori dai confini ben tracciati.

E cosi nascono i libri e quei libri con quell’atmosfera onirica, tra sogno e realtà, tra dimensione dell’immaginario e fatto concreto. In quei libri l’unica autentica paura è scoprire la risposta alla domanda che ci facciamo da sempre: noi esistiamo?

O siamo solo il prodotto di una mente che ci asseconda e ci consola di perdite, di questa estrema solitudine che in fondo accompagna l’artista che ci ha messo in questo strano labirinto per topi.

Perchè svelare la risposta, vederla danzare attorno a noi, capire che siamo noi a raccontarci storie, a creare persino l’altro a cui affidiamo il cuore, non siamo altro che noi, può portare alla pazzia.

O alla disperazione.

O alla morte.

Ecco perché Reid ci accompagna lentamente in questo mondo strano fatto di simboli, cosi oscuro e cosi terrificante, fino all’agghiacciante rivelazione finale.

Sospesi tra suggestioni, emozioni e sensazioni che tentano di scappare, mentre l’uomo che chiama ci vuole solo dare un regalo importante: la consapevolezza.

Allora il lettore avrà tante reazioni.

Avrà paura.

Si sentirà soffocato.

Si sentirà braccato.

Sentirà che la realtà gli sfugge di mano.

Solo e senza speranza per un futuro di un tempo che non esiste, che non potrà mai esistere perché il mondo non è quello che ci hanno raccontato. E poi ci sarà il secondo lettore.

Quello che durante la lettura si sentirà a casa.

Lui già sa che tutto quello che gli serve lo può produrre grazie a quel collegamento diretto con dio, che è la mente.

Che non esiste una sola realtà ma mille, cento, diecimila realtà.

Che i personaggi di carta non sono meno corporei di quelli di carne e sangue.

Vedrà l’orizzonte e potrà di suo pugno colorarlo anche di amaranto, di verde, di fucsia. E riderà mentre gli altri urleranno sei pazzo.

Ma se ne fregherà perché saranno solo fastidiosi sussurri.

Il secondo lettore non avrà paura di sapere che è il sogno del sogno più grande. Non avrà paura dell’altalena che cigola, perché sa che può trasformarla quando vuole.

Amerà camminare in bilico tra onirico e dimensione quotidiana.

E ogni tanto un salto consapevole nel buco del coniglio lo farà sereno. Conosce i mostri e con loro incurante degli artigli fa un girotondo sfrenato.

Conosce gli angeli e prende da loro a prestito le ali.

Sa il valore della suggestione e conosce l’importanza della consapevolezza.

Entrambi per lui sono reali, cosi come reale è quel cammino che non ha paura di percorrere, di mete che non ha paura di raggiungere.

Solo per lui non sono cosi fondamentali.

Sono solo i mondi in cui la storia che è narrata, di cui lui è protagonista, decidono di fargli attraversare.

Non ha importanza il successo o l’insuccesso, la convenzione o la fatica. Sono solo parole e con il pensiero può trasformarle quando vuole.

Non ci sono vinti ne vincitori, c’è solo l’immensa libertà di sapere, che dopo questo strano viaggio ce ne sarà un altro, un altro ancora. I personaggi delle storie non hanno paura di non essere reali.

Non hanno paura di essere sognati, di essere pensieri.

Semplicemente è cosi leggero che si sente ogni tanto una nuvola spinta da un vento.

E tu lettore, sei pronto?

Hai deciso se vivere di suggestioni o di consapevolezza?

Nel momento che hai scelto, l’uomo che chiama assumerà per te, il volto che hai deciso: oscuro o luminoso, crudele o rassicurante.

Io ti aspetto al Dairy Queen con la mia limonata in mano.

Raggiungimi se hai coraggio.