Cover reveal. Il blog presenta “Noi non siamo sabbia! di Tiziana Lia. Da non perdere!!

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«Solo fronteggiando il tuo rivale imparerai ad arginare i danni arrecati dai suoi colpi fino a discernere come schivarli del tutto e restarne indenne.»

Trama:

Strappato alla propria città, Marco non desidera affatto vivere a San Polo, un luogo che gli ha già tolto molto. Nonostante la rabbia per la propria storia e la ribellione che gli alberga nell’animo, tenta di ambientarsi. Leo e Filippo, gli amici di un tempo, sono sempre lì ad attenderlo. Eppure il desiderio di scappare diventa ogni giorno più grande, complice il rapporto conflittuale che ha con suo padre.

A vent’anni tutto appare semplice e quando la fuga diventa un tarlo, anche la sua relazione con la provocante Melania perde valore, né servono gli ammonimenti di Chiara, l’unica che fa vibrare le corde più nascoste del suo animo. Un amico cui fare giustizia, conflitti interiori e un passato che bussa di nuovo alla porta con le stesse ammalianti promesse: nel caos quotidiano sta a lui decidere o forse al suo cuore che palpita per quell’amore nascosto, prezioso, dolce e prepotente che lo stordisce. Ma le scelte a volte hanno conseguenze che bisogna pagare e Marco, determinato a prendere in mano il proprio futuro, lancerà il suo grido di guerriero per dimostrare a tutti quanto vale. La riconquista di un cuore tradito, però, non è sempre facile…

SCHEDA LIBRO

Titolo: Noi non siamo sabbia

Autore: Tiziana Lia

Genere: Narrativa young adult

Tipo di romanzo: autoconclusivo

Editore: self publishing

Data pubblicazione: marzo 2020

Formati disponibili: ebook e cartaceo

Prezzo: € 2,99/€ 15

Pagine: 400 (cartaceo)

“Se mi ami sopravvalutami” di Viviana Viviani, Controluna editore. A cura di Alessandra Micheli

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Non sono molto brava con le poesie.

Nel senso che inserire una visione totalmente oggettiva, intessuta di dotte disquisizioni sulla metrica e sull’uso di figure retoriche, non mi appartiene.

Non in quel fluido fiume di versi che mi attraversa senza però riuscire a essere vivisezionato dalla mia estrema e noiosa, mente logica.

Se nella prosa riesco a vivere di ragione e di razionalità scavando e scavando fino a riportare alla luce il significato, la poesia mi apre una percezione totalmente e oserei dire, spirituale.

Grazie alla cantilenante sequela di immagini, io non esisto più.

Sono ritmo musica e verso, sono parola che gronda di volta in volta sensazioni diverse.

Sono realtà e illusione.

Sono tutto e il contrario di tutto.

La poesia, in fondo non è che un incantesimo, capace di stuzzicare una percezione che si apre su dimensioni non consuete.

E ti fa librare come l’albatros, nel cielo.

Non è un caso il nome del blog, che evoca le suggestioni di un poeta fuori dal mondo che però nel mondo trovare stimolo per comporre.

Nonostante sia definito un visionario Baudelaire era profondamente carnale.

Non per nulla molte delle sue poesie sono state censurate perché troppo vivide le immagini evocate, troppo pregne di una sessualità per nulla eterea ma profondamente corporea, come a smentire il dogma imperante della produzione poetica, che vorrebbe la lirica un terreno di immacolato candore, totalmente slegato al gretto e banale vivere terreno.

Ecco che la poesia divine agiografica riproduzione di mondi irreali, di qualcosa di sfuggente e totalmente evanescente da non poter essere stretto in una mano.

Eppure, nonostante un mio lato mistico, considero la spiritualità una questione, come direbbe de Mello, profondamente concreta: spirituale è che vive nel mondo e dal mondo se ne distacca perché non ne viene usato.

Chi gode di ogni gioia ma al tempo stesso sa che è transitoria, che è vanesia e serve solo alla nostra sostanza formata il suo motivo di evoluzione.

Sostanza formata, sostanza che può essere edotta appunto dal contenitore e al tempo stesso il contenitore deve essere riempito dalla sostanza per poter pesare sulla bilancia della vita.

E cosi il fango, le cose di ogni giorno, quotidiane erroneamente chiamate banali, hanno la loro elegante bellezza, affatto volgare ma dotata, appunto di una poeticità non meno nobile dei voli pindarici di una fantasia caotica.

Il verso concreato a cui la nostra Viviana da origine è una poesia che è al tempo stesso leggera e profonda, che vive e si nutre di fatti che i finti intellettuali considerano banali, come se l’amore stesso il provare trasporto per l’altro da se, sia fatto banale.

Oggi l’amore è un qualcosa di profondamente necessario capace di ancorarci a una terra che ci costringe a dividere l’indivisibile: forma da una parte, cliché dell’apparenza e sostanza riservata ai possessori della gold card.

Viviana si ribella a tutto ciò ma non lo fa con la rabbia frustrata dell’intellettuale tradito, ma con la leggiadria della donna che, per sua intima essenza riesca a trovare il centro in ogni azione, in ogni emozione persino nella banalità di un amore in chat.

Oggi è il virtuale che regna sovrano.

Ci raccoglie davanti a un monitor con la sete della vicinanza, ci nutre di abbracci sognati e di amori immaginati ed è dai più irrisa e derisa.

Eppure l’amore è sempre stato essenzialmente prima accadimento mentale e poi fuoco che divampa.

Ricordo i sogni di Gaspara Stampa su carta, le passioni immaginata delle Bronte, le poesie che profumavano di resina di tanti, troppi poeti, cosi intenti a cantar l’amore staccato, per necessità o orrore dal mero contatto fisico.

Le poesie di un Leopardi non sono meno sensuali o sofferte del nostro Neruda, sono due sistemi di incontro diversi uno limitato dalla distanza che rende appunto l’oggetto più desiderato perché non consumato:

Solo le rose non colte sopravvivono. Verrò io da te un giorno quando sarò certa di non trovarti e se per un caso assurdo ci sarai il destino urlerà la sua resa.

L’altro profondamente immerso in un delirio estatico di sensi:

Non ho sovrapposto le impronte digitali per vedere se si assomigliano e nemmeno disegnato ghirigori tra le nocche delle tue mani.

Non ho contato una ad una le tue ciglia nel sonno o soffiato parole audaci nel labirinto delle tue orecchie.

Non ho ancora cercato l’orsa maggiore tra le costellazioni dei tuoi nei né dato un nome a quelle senza nome sulla volta della tua schiena.

Non conosco le risse dietro le tue cicatrici

E cosi Viviana con la sensibilità di una divinità che conosce dolore, amore e persino la morte di quei sentimenti, tratteggia un percorso umano che si dipana tra nuove difficoltà portate avanti da un distanza reale che si tenta di annullare con la passione.

Mi hai mandato una rosa fatta di punteggiatura. I petali sono parentesi e virgole le spine, io ti mando una foto in cui filtro la bellezza e il volto tu, per dirmi che sono bella, rubi la poesia di un altro. Io fingo di non accorgermene e butto ogni giorno il tuo nome nel labirinto di google.

E anche in quel virtuale che oggi gli intellettuali scappano aborriti, se si ha la volontà di osservare, si notano scampoli di dolcezza, quel non voler più venerare signora solitudine, quel basarsi più sull’interiorità stuzzicata dalla parola che apre porte sconosciute di un io che ancora oggi ha bisogno del verbo per essere creato.

Abbiamo dato troppo per scontato il toccarci, quasi sempre a livello fisico e mai mentale.

Oggi il ridicolo amor scritto, sulla lastra fredda ma luminosa di un PC ha la stessa forza sognante delle mille utopia giovanili nate sotto il ruggente sole della parola.

E per quanto noi consideriamo la poesia aliena da questi scadenti fatti umani, è in quel bisogno di sentirsi vicini ma non solo con il corpo, che possiamo ritrovare noi stessi e il senso del nostro cercare l’altro.

Non solo mani che si sfiorano ma desideri, immagini più o meno illusorie, ideali e bellezza possono manifestarsi in quelle frasi che racchiudono davvero tutto il nostro ardore.

Viviana non ridicolizza il mondo di oggi, ne per fortuna, lo accusa.

Semplicemente comprende che dietro la maschera di effimero esiste la ribellione contro la solitudine, la voglia di essere compresi, persino sopravvalutati e tentativi di sopravvivere a un vuoto che, da un po’ di anni, ci minaccia.

E cosi gioca con la rima, con una dolce ironia racconta il dramma dell’adulto, con tocchi lievi e mai frustrati strappandoci un sorriso e un sospiro di nostalgia:

Solo ieri rovesciavo formicai lanciavo sassi nel sole facevo correre cavalli in verticale cucinavo torte invisibili a Ken mi nascondevo dietro porte trasparenti dalle maniglie d’oro e di diamanti. Volavo in alto tra le loro mani e cavalcavo sulle loro schiene mentre si confrontavano assegni anelli cilindrate e io non capivo. Oggi ho una casa e un’automobile quando si rompono le faccio aggiustare e mi sveglio tutti i giorni sempre uguale: addebiti accrediti cose da sbrigare muovo i miei cavalli tre più due e compro surgelati tre per due. Non so come sia potuto accadere addormentandomi con il mio cane accanto. Un giorno mi svegliai e lui era di stoffa e io, io ero come loro.

Ma il tocco eccelso lo raggiunge con la poesia che da il titolo alla silloge: se mi ami sopravvalutami:

Se mi ami sopravvalutami non cadere nell’inganno di amarmi per quello che sono sono stanca di faticare di dovermi sempre impegnare tu indossami senza provarmi comprami senza garanzia se mi ami sopravvalutami sii bello e condannato un premio estratto a sorte un dono immeritato.

L’amore è una giostra che gira veloce, dove l’oggetto dei desideri diviene un po’ la cima da raggiungere, quella da cui si sa e si crede fortemente, è possibile osservare l’universo, il cielo, dove le stelle spiccano in tutto il loro splendore.

L’amore non può essere la banalizzazione dell’essere umano, trasformato nell’uomo qualunque.

Io amo quando riesco a considerare l’altro fonte di incessante meraviglia, un essere magico fatto di mille sottilissimi fili, pronto a stupirmi, un dono, appunti immeritato.

E’ la giusta doverosa esaltazione a un qualcosa di cosi magico che, come ripeto spesso, è considerato più importante degli angeli e coronato di rose e spine.

Se mi ami, dunque sopravvalutami.

Dammi quello status di regal divinità da cui pendere in adorazione, con riverito rispetto, come un miracolo accaduto quasi senza accorgersene nella tua vita.

Ecco che la poetica di Viviana diviene balsamo su ferite che noi stessi ci siamo auto inflitti, quando deridiamo i sogni, le illusioni, gli amori platonici, quando il verbo per noi non ha la stessa importanza di un bacio.

Quando l’altro diviene scontato e amato per la sua banalità.

Quando nascondiamo lo straordinario nella vita di ogni giorno, persino negli atti meno nobili.

Ogni volta che consideriamo la vita cosi insulsa da dover ricercare, con affanno l’acme di ogni emozione, la poesia della Viviani ci restituisce, oggi, un istante, un qui e ora degno di essere vissuto appieno.

 

Il romanzo di Tutankhamon “La città dei morti” e “Il sigillo di Anubis”. di Isabel Giustiniani. A cura di Alessandra Micheli

La mia professoressa di storia dell’università, sosteneva sempre che è nella cosiddetta piccola storia che si può individuare l’unico, vero elemento che rende questa disciplina indispensabile: lo spirito del tempo.

I secoli che passano, tra eventi più o meno sanguinari, i cambiamenti sociali e politici, le alleanze, e le conquiste, non sono altro che indicatori dell’ autentica motivazione alla base di questo strano percorso a spirale: l’evoluzione.

E per evoluzione si intende un qualcosa di non meramente scientifico, quando intimo e morale.

Sono le macine del grande mulino che, dando spazio a un era o l’altra, possono donarci complessivamente una visione di insieme laddove è il fulcro dell’essere umano a cambiare, è la sua mentalità, la prospettiva, i valori e persino la sua anima.

Ecco, la meraviglia dello spirito del tempo che, timido, si nasconde dietro accadimenti puramente e fintamente logici che vanno vivisezionati per tirar fuori le cosiddette radici illogiche di ogni azione e di ogni evento.

E cosi noi studiamo la storia per comprendere chi siamo e forse il mondo verso cui sogniamo di dirigerci, quasi mai simile a quello delle nostre utopie.

I grande fatti, come le battaglie, come gli intrighi politici sono, dunque, specchietti per le allodole.

E’ nella vita di tutti i giorni, in come essa dagli stessi viene trasformata, a celare il vero autentico sentimento storico.

Non è nella battaglia di Lepanto, ad esempio, il vero interesse nello storico, ma a tutto ciò che ruota attorno e che ci fa comprendere come, anche le realtà più brutali fanno nascere ibridi interessanti, fanno avvicinare le culture e creano la nostra sfaccettata identità.

E cosi una semplice guerra navale si arricchisce di quelle piccole storie che la rendono unica, che ne isolano il vero significato, che stravolgono le vite degli umili più che dei potenti, che cambiano drasticamente gli occhiali con cui guardare il mondo.

Non è tanto nella battaglia di Annibale il tratto particolare, quanto nell’impatto che esso ebbe sulla popolazione a rendere leggendarie le sue gesta.

Furono forse, i suoi 37 elefanti a diventare storia più della sua meravigliosa tattica e strategia.

E cosi bisogna, se si vuole immergersi nel passato, trovare spiegazione non tanto nel clamoroso quanto nel piccolo, nel consueto per comprendere come cambia il quotidiano di fronte alle grandi storie che irrompono quasi mai a passo leggiadro, nella nostra esistenza.

La Giustiniani lo ha compreso bene, tanto che il suo racconto del meraviglioso Egitto, specie dei periodi più traumatici, si interseca con vicissitudini apparentemente banali ma che contengono tutta la rivoluzionaria specificità di quegli anni confusi.

Di che età stiamo parlando?

Non so quanti di voi masticano le storia del sacro Egitto, ma per noi appassionati il momento più tragico e al tempo stesso più interessante, fu il periodo che va dall’ascesa del faraone eretico alla sua morte, fino a toccare il breve regno del suo sfortunato erede.

E’ in quell’attimo che si compie il vero cambiamento dell’Egitto che si troverà a dover cambiare la sua radicata identità culturale.

Amenofi IV, conosciuto più comunemente Akhenaton, fu un sovrano molto particolare, oserei dire eccessivamente particolare.

Egli, infatti operò una riforma religiosa che non toccava solo il culto formale ma sopratutto sostanziale ossia introdusse un culto solare al posto di quello “stellare” dell’antichità.

Secondo molti studiosi e io sono concorde, non si trattò di una vera rivoluzione monoteistica, come è passato nell’immaginario popolare. Non introdusse una religione rivelata che potesse dare origine e radici al cristianesimo.

Più che altro si potrebbe individuare un substrato semitico dell’innovazione tanto che, meraviglioso Freud, fu convinto di una strana e inquietante somiglianza tra Mosè e il re eretico.

Fu, quindi una solarizzazione delle divinità, riunite nella forma di Amon Ra.

Il risultato fu una sorta di religione universalistica che però è molto lontana dal vero monotesimo, tanto che Max Muller verso la fine del XIX secolo parlò di enoteismo.

Con tale termine si indica una religione che si contrappone fortemente all’animismo, ossia all’esistenza di una moltitudine di divinità ognuna con una sua identità ben definita, per passare a una divinità principiale, unica, da cui si irradiavano divinità secondarie.

Parti dello stesso tutto.

Diciamo che forse, Akhenaton fu un proto-cibernetico.

Ma bando alle ciance filosofiche…quello che va sottolineato, dunque, è la conseguenza sociale e politica di tale “innovazione”: il riunire le varie personificazioni della natura sotto un unico elemento, significava limitare sensibilmente il potere sacerdotale.

Se la divinità era secondaria e emanazione dell’unico, anche il potere della casta andava a diminuire.

Fu quindi più che manovra religiosa profondamente politica, evitando la delega del sacro a un clero specializzato.

Aton, permise la percezione immediata dal divino in netta opposizione alla divinità quasi nascoste del pantheon stellare.

Ciò significava la perdita costante di influenza di Osiride e di tutte le pratiche funerarie egizie: grazie a Aton tutti potevano sperare nel paradiso del Duat.

Se per molti storici l’influenza sul popolo fu minima, quella sul clero e sull’èlite fu sicuramente di grande importanza.

L’assolutismo teocratico ne usci rafforzato, raggiungendo quasi lo stesso potere del diritto medievale del re.

Mentre il popolo continuava in fondo a venerare le divinità tradizionali, capaci di rassicurare un identità messa in crisi non solo da questa riforma ma dalle pressioni ai suoi confini da parte di ittiti e Mitanni, le alte cariche dello stato iniziarono una sorta di muta ribellione.

Dopo la sua morte e l’avvento la regno del re bambino Tutankhamon, la situazione mostrò tutta la sua crisi interna:la messa in disparte di istanze locali in favore dell’amministrazione centralizzata, provocò un sistema di corruzione, intrighi contro cui, più tardi dovette combattere il faraone Horemheb.

Ecco che la Giustiniani usa, come scenario per le avventure/disavventure di Nimaat proprio questo contesto di transizione.

Ricco di complotti, di insicurezza, di tradimenti e di valori messi in discussione, i protagonisti si muovono sul filo del rasoio alla ricerca di un identità del se, messa in discussione proprio dai cambiamenti.

Il culto di Aton messo poi da parte dal Tutankhamon che ristabilì, forse costretto, l’antico culto pone i nostri protagonisti in una sorta di limbo in cui tutto è confuso e nulla è certo.

Lo stesso rapporto tra padre e figlia Thutmosi e Nimaat sembra richiamare questo conflitto tra il faraone, padre di tutto l’Egitto e i suoi sudditi, che non si riconoscono più nelle leggi e nelle sue parole, non si riconoscono più in una terra che ha visto troppi ripensamenti, che è sta preda di troppe rivisitazioni, e di poche certezze.

Che non riesce più a essere immagine del cielo e della Maat cosmica e troppo immagine del principio caotico di Seth.

E cosi nel primo libro, la città dei morti o la città Set-Maat, la nostra eroina, tenta di trovare se stessa attraverso la manualità creativa, trovandosi, però il blocco di convenzioni sociali che la osteggiano e al tempo stesso la stimolano, fino a costringerla a infrangerle.

Nimaat è l’immagine di un Egitto che non si arrende e che tenta d salvare se stesso coniugando il passato con il presente, un presente meno coinvolgente meno certo e meno avvolgente.

L’Egitto di questi libri appare cosi fragile, in costante pericolo non più unito sotto lo sguardo benevolo degli Dei.

Essi si sono ritirati, essi hanno sciolto l’Enneade, e lasciato i propri figli abbandonati, nel caos.

Nel sigillo di Anubis è il dio dei morti a dominare.

Con il suo sguardo di fuoco osserva il mondo conosciuto sfaldarsi lentamente, sotto giochi di potere che compromettono il legame originario tra la terra e il sovrano, tra il sovrano e il popolo sempre più in balia di scelta più impronta alla ragion di stato che al raggiungimento della vera unica finalità del patto di governo degli antichi: la concordanza di cielo e terra.

Ecco che si assiste non solo al crepuscolo di una dinastia, ma di un intero paese. L’Egitto di Nimaat non sarà più quello raccontato nelle leggende, lontano dal Zep Tepi, lontano da ogni sogno e da ogni utopia.

Il suo ultimo regalo al mondo sarà appunto la città dei morti, dove un giovane Carter scoprirà tesori inestimabili ma anche la maledizione che accompagnerà il giovane sfortunato sovrano per tutta la vita: essere stato incapace di divenire il collante tea passato e futuro, figli odi tempi fragili, figlio di una decadenza che, forse è inscritta nel DNA delle grandi civiltà.

L’Egitto, da allora non sarà mai più lo stesso.

Diretto verso il declino, si lascerà alle spalle un passato glorioso quasi sommerso dalla sabbia del tempo.

Tra amori e lacrime, tra avventure e meravigliosi intrighi, l’Egitto dei miei sogni mi parla attraverso il contesto tornato a vivere grazie alla penna talentuosa di Isabel:

Arriverà il momento in cui si vedrà che gli Egiziani hanno onorato gli Dei con sincera pietà e assiduo servizio; e si vedrà che tutta la nostra santa adorazione sarà stata inutile e inefficace

Perché gli Dei torneranno in cielo dalla Terra.

L’Egitto sarà abbandonato e la Terra che una volta fu la casa della religione rimarrà vuota, sprovvista della presenza dei suoi Dei.

Questa terra e regione sarà piena di stranieri; e gli uomini non si occuperanno più del servizio per gli Dei,ma anche…; e l’Egitto sarà occupato da Sciiti o Indiani e da qualche razza dei paesi barbari della zona. Quel giorno la nostra terra più sacra, terra di santuari e templi si riempirà di funerali e cadaveri

. e questa terra che una volta fu santa, una terra che amava gli Dei e nella quale , come ricompensa della sua devozione, gli Dei si degnarono di risiedere sulla Terra, una terra che fu la maestra dell’umanità per santità e pietà, questa terra andrà aldilà di ogni fatto crudele….

Oh Egitto, Egitto, della tua religione non rimarrà che racconto vuoto, a cui i tuoi stessi in futuro non crederanno; non rimarranno altro che delle parole scolpite e solo le pietre parleranno della tua pietà.

E in quei giorni gli uomini saranno stanchi della vita, e smetteranno di pensare all’universo come degno di rispetto e ammirazione.

E così la religione, la più grande di tutte le benedizioni, perché non c’è niente e non c’è stato nè ci sarà cosa che possa considerarsi una benedizione più grande, sarà minacciata dalla distruzione; gli uomini la considereranno un peso e arriveranno a disprezzarla.

Non ameranno più questo mondo che ci circonda, questa opera incomparabile di Dio, questa struttura gloriosa che egli ha costruito, quella somma di beni composti da molte forme diverse, questo strumento con il quale la volontà di Dio opera su quello che lui ha fatto, favorendo diligentemente il benessere dell’uomo, questa combinazione e accumulo di tutte le molteplici cose che possono provocare la venerazione, l’adorazione e l’amore di chi è osservante.

Si preferirà l’oscurità alla luce e la morte sarà considerata più redditizia della vita;nessuno alzerà gli occhi al cielo; i pietosi saranno considerati pazzi e gli empi saggi; il pazzo sarà considerato un uomo di valore e i malvagi buoni.

In quanto all’anima, e la credenza che è immortale per natura o può sperare di raggiungere l’immortalità, come ti ho insegnato, si burleranno di tutto ciò e si convinceranno che è falso.

Nessuna parola di reverenza o pietà, nessuna dichiarazione degna del cielo e degli Dei del cielo, sarà ascoltata o creduta.

E così gli Dei si allontaneranno dall’umanità, una cosa grave! E rimarranno solo angeli malvagi che si mescoleranno con gli uomini e condurranno i poveri disgraziati con la forza verso ogni genere di crimini insensati, guerre ruberie e frodi e tutte quelle cose ostili alla natura dell’anima….

Così la vecchiaia scenderà sul mondo. La religione già non esisterà più e tutte le cose saranno disordinate storte, tutto ciò che è buono scomparirà.

Asclepio III