“Un giorno verranno a chiederti di me” di Vincenzo Alba, Eretica Edizioni. A cura di Alessandra Micheli

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E’ difficile raccontarvi di un libro che è riuscito finalmente a farmi commuovere.

Non perché io sia un cuore di ghiaccio (o forse si) ma perché le emozioni sono un qualcosa di sacro e profondamente mio, che devo custodire nel cuore.

Odio le manifestazioni eclatanti di dolore, nostalgia o tristezza.

Perché apparire, nel caso di faccende del cuore, è terribilmente banale.

E sapete che la banalità non fa per me.

Sono convinta che noi uomini, siamo qualcosa di profondamente unico, un esperimento senza precedenti.

Esseri di materia e fango con una scintilla di divino.

Che tentiamo ogni istante di abbattere con le scelte più idiote.

Quando, in fondo, basterebbe davvero qualcosa di microscopico per far sbocciare quella scintilla.

E cosi tendo a recensire in modo molto asettico.

Ma ultimamente, vuoi per situazioni personali, vuoi perché il libro è un qualcosa di vivo e decide di apparire nel momento giusto.

Ci sono state parole che mi hanno toccato con mano a volte soave a volte ferma il cuore.

E costretto seppur felicemente, a dire la sua.

Un giorno verranno a chiederti di me è uno di questi libri.

Si è quasi imposto con cipiglio severamente dolce ai miei occhi.

E costretto le mie mani a sfogliarlo e in ogni capitolo, in ogni pagina mi stingeva la mano.

Perché vedete qua si parla di malattia, di morte ma anche di rinascita. Due storie apparentemente diverse si intrecciano, si guardano e forse si innamorano.

E come nelle migliori storie, una prende dall’altro, scambiandosi ruoli, e esperienze, togliendo finalmente le maschere a dei volti belli anche nella sofferenza.

Andrea troppo chiuso in se, con quella voglia di scappare che lo rendo preda di oscuri esseri privi di coscienza.

E donando loro un po’ di se, Andrea in fondo è come morto.

Barattando la sua anima con i soldi, si imbozzola in un limbo fatto di nulla.

Andrea esiste, ma non è vivo.

Non più.

E nella notte peggiore della sua vita, sullo sfondo di un umanità degradata, qualcuno, come il lampo nel cielo illumina la sua non esistenza.

E lo fa incontrare con la morte che, diventa stranamente vita.

A volte è il toccare con mano la fine del percorso che ci cambia.

Anche se non siamo noi i soggetti scelti dalla “Maledetta”.

Ma lei ci passa danzando accanto, ci toglie tutto, persino gli orpelli con cui nascondevamo il nostro spirito e ci fa vedere cosa in realtà sia l’immenso dono che un essere soprannaturale ha concesso noi, solo perché lo vedessimo con occhi pieni d’amore.

Poi c’è Laura.

Successo, apparenza, amore tutto le appartiene.

Lei è congelata in un istante infinito, che gli permette di non fissare lo sguardo né indietro, ne avanti a lei.

Laura si sente cosi morta dentro che senza accorgersene incappa tra le braccia crudeli o amorevoli dipende dai punti di vista della bianca signora.

Eppure…ecco che il contrario si manifesta a noi.

Andrea è morto pensando di essere vivo.

Laura sta morendo eppure stranamente è viva.

Viva perché inizia a affrontare un passato e lasciarlo andare.

Perché nell’ultimo respiro si fa finalmente abbracciare.

Via sensi di colpa.

Via odio per se stessa, per non aver indagato nelle stringhe della sua esistenza.

Per aver concesso agli altri di colpirla.

Per aver sostituito la beatitudine di un bacio con l’obnubilamento della fama. Lei in quel momento in cui tutti la giudicano moribonda vie.

Vive anche nel maledetto coma, che spesso si porta via le persone amate, in una dimensione cosi distante, cosi lontana da noi.

Noi che restiamo a urlare i nomi di chi amiamo e ci sentiamo cosi distrutti, perché dannatamente soli.

In quel momento Laura sente tutto.

Ascolta tutto.

E sorride oramai lieve, con quel passo delicato che oltrepassa i confini del tempo.

E ama.

Lascia che l’amore evapori da lei e si posi sulla narici di Andrea fino a costringerlo a inalarlo quel profumo.

E a vivere, finalmente svegliandosi dalla morte.

Morte e vita giocano nel libro, unite da un solo rosso filo, che si trasforma in bacio, in sogno, in contatto.

Un unico istante che redime due vita, cosi costrette da una società crudele a sentirsi sempre spezzate.

E allora Andrea racconterà a tutti noi che non apprezziamo questi meravigliosi istanti, del coraggio di chi ha voluto fissare negli occhi la maledetta e vincerla, rendendosi etera in una storia.

Che ogni volta sarà raccontata e ogni volta costringerà, come Ballo in fa diesis minore, la morte a chinare la testa e mettere ai piedi di uno straordinario essere umano, la sua corona.

Sei l’ospite d’onore del ballo che per te suoniamo

Posa la falce e danza tondo a tondo

Il giro di una danza e poi un altro ancora

E tu del tempo non sei più signora

Angelo Branduardi

***

per te 

ovunque sei,

che sorridi fiera perché la morte l’hai sconfitta

e rinasci ogni giorno nel mio sorriso

Il blog presenta “Sonetti per un anno Vignette di satira politica e quotidiana” di Carlo Marchesi. Da non perdere!!

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Questa raccolta di sonetti, rifacendosi a Giuseppe Gioachino Belli per l’ispirazione e a Luigi Pirandello per il titolo, ripercorre un anno di vicende politiche e quotidiane: le prime riguardano la singolare esperienza del governo Cinquestelle-Lega, tramontata nell’agosto 2019; le seconde danno spunto a riflessioni semiserie sul vivere comune. Con ironia, mitigata da un pizzico di autoironia, nella forma concentrata del sonetto, da degustare senza fretta.

 

L’autore. 
Carlo Marchesi (1947), laureato in lettere classiche, è stato docente di letteratura italiana e latina presso il liceo classico Manzoni di Milano. In passato ha pubblicato articoli di divulgazione letteraria e due piccole antologie su Giovanni Pascoli e sui corsi di scrittura da lui tenuti. Da anni legge e recita testi classici presso circoli culturali, scuole e biblioteche.

“Chiudi gli occhi” di Floriana Naso, Convalle editore. A cura di Alessandra Micheli

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C’era un volta una giovane piena di sogni.

Dentro era un principessa ma fuori era costretta e vestire di stracci.

Un giorno, per caso durante una delle sue passeggiate di totale relax, incontrò un uomo molto elegante, con una carrozza ricca di ghirigori dorati, di intarsi di madreperla trainata da vigorosi cavalli arabi di un biancore immacolato.

L’elegante gentleman era di bella presenza.

Unico neo, era uno strato e ritorto pelo blu che spuntava come una strana anomalia, da una barba perfettamente castana.

Quel pelo disturbava la giovane, mettendola non so per quale motivo, in allarme. Eppure il giovane era galante, gentile, premuroso e ogni giorno si presentava ora con un mazzo di profumate rose screziate, ora con i dolci di una pregiata pasticceria elegante, ora con un gioiello di squisita fattura, come se fosse lavorato dai misteriosi gnomi della montagna.

Piano piano, grazie ai doni, alle parole piene di passione, il pelo della barba sembrò meno blu.

Fino a non essere quasi per nulla notato.

Il padre della giovane sprovveduta, però, non era per nulla convinto.

La madre le sorelle la spingevano a contrarre un matrimonio vantaggioso, pieno di sfarzo che l’avrebbe messa in una condizione si sicurezza e di agiatezza senza precedenti.

Cosi, la giovane rinunciò ai propri sogni e si concesse al nostro nobiluomo.

Che la portò in una villa piena di mobili lussuosi, con tende di broccato, statue di marmo, giardini floridi, fontane zampillanti tutte d’oro.

Stanze con camini intarsiati, soffitti dipinti con le scena più belle delle leggende di tutto il mondo.

Tutte tranne una stanza, con la porta di legno scuro deteriorata che stonava con il resto al pari del pelo blu della barba.

E una chiave proibita, nascosta alla vista della giovane, che però la attraeva sempre di più sempre più irriferibilmente nonostante il veto posto quasi con ferocia dal so ricco marito.

Il resto della storia?

La giovane aprirà la porta probità e troverà una stanza piena di sangue, ossa e corpi martoriati, delle precedenti mogli del perfido..Barbablu.

E cosi il velo leggiadro che copriva la natura profonda del nostro principe azzurro, cade a terra.

E ne esce un mostro, un crudele predatore che sposa giovani vergini per cibarsi della loro prezza e restare..immortale.

Questa è la storia antica,  ma sempre poco conosciuta, del famigerato Barbablu, una satiro che anticamente le madri raccontavano alle figlie per metterle in guardia contro i pericoli dell’apparenza.

Oggi, questa storia, è relegata ne profondi meandri della nostra natura inconscia, seppellita da chili e chili di frasi rassicuranti, usate persino da chi dovrebbe proteggerci per convincerci che, in fondo quel pelo strano della barba non è poi cosi blu.

Una volta convinte che l’anomalia, in fondo, non esiste imbocchiamo nel castello sfarzoso dove tra agi e vizi si nasconde la stanza segreta.

Ecco la camera rossa non è la sede di sessuali perversioni ma del male più radicato che si getta contro la femminilità e la purezza di ogni giovane, per vampirizzarlo e succhiare dalla sua mente ogni energia.

Ecco il dramma di oggi rappresentatore nel libro chiudi gli occhi.

In un contesto di crisi profonda non solo economica ma dei valori, veniamo educate a chiudere gli occhi, persino il nostro intinto più profondo simboleggiato dal padre, viene ostacolato dalle tentazioni, suadenti del mondo dell’apparenza.

E chiudiamo gli occhi.

Davanti al baratto di noi stesse, dei nostri sogni alla ricerca di un sicurezza che, in fondo, non avremmo davvero mai, perché regalo dall’alto del vampiro di turno.

Tutti coloro che vi promettono meraviglie sono, in fondo dei Barbalu, tutti quelli che vi prospettano la via più facile sono dei Barbablu.

Tutti coloro che in cambio di benessere, identità e certezze vi chiedo il baratto dei vostri sogni sono dei Barbablu.

Tutti gli uomini che vi trattano come una fata, mettendovi in vetrina sono dei Barbablu.

Chi non vi ascolta, non vi comprende con vi guarda come un miracolo di vita feconda, ma con possesso è un Barbablu.

E allora ben venga il libro “chiudo gli occhi” a ricordarci che se osserviamo un anomalia strana, inquietante che mette in discussione anche il più fastoso contesto, dobbiamo scappare.

Via lontano.

O brandire la spada e iniziare a difenderci.

Altrimenti l’epilogo poterebbe essere davvero tragico.