“Ribelle senza causa” di Vincenzo Cantarella, Scatole Parlanti. A cura di Alessandra Micheli

Ribelle senza causa- Vincenzo Cantarella

 

Essere ribelli oggi sembra quasi una sorta di colto passatempo.

Quasi uno status di radical chic, di boriosi intellettualoidi che si beano della loro sapienza e si vantano di una sorta di ozioso rifiuto di chissà cosa.

Si è ribelli contro un sistema che nessuno sa cosa sia, perché troppo fumoso, troppo evanescente, troppo lontano da noi.

In fondo, lo si è attraverso post sui social, sulle foto di libri pomposi su intangramm.

Ribelle è oramai un altro modo per essere allineato con il potere.

Un post moderno che è una medusa tentacolare, che ha infettato tutti e che ha lanciato una ferita purulenta su ogni coscienza.

Anche su chi un tempo aveva grandi ideali.

Su chi mai e poi mai avrebbe ceduto e rinnegato l’ideale.

Cosi quando ho letto Ribelle senza causa, un libro che sentivo di dover leggere, mi sono venute in mente le parole dell’unica canzone di Vasco Rossi che io abbia mai amato, Stupendo.

E mi ricordo chi voleva Al potere la fantasia

Erano giorni di grandi sogni sai

Erano vere anche le utopie

Ma non ricordo se chi c’era Aveva queste queste facce qui

Non mi dire che è proprio così, Non mi dire che son quelli lì…

Però ricordo chi voleva
Un mondo meglio di così
Sì proprio tu che ti fai delle storie ma dai
Cosa vuoi tu più di così

E cosa conta chi perdeva
Le regole sono così
È la vita ed è ora che cresci
Devi prenderla così

Vasco Rossi

Negli apparenti sproloqui del nostro protagonista ho ritrovato un intera generazione, distrutta, demotivata e delusa.

Delusa.

Che parola terribile.

Noi che volevamo davvero cambiare il mondo.

Noi che volevamo non solo criticare e demolire ma proporre un alternativa valida a questa tentacolare medusa.

Noi che aborrivamo la finanza sposata con la politica.

Si noi, ribelli senza causa, innestati in un mondo che no può accettarci, che tanta di sedurci ma che ci rigetta.

Perché troppo alieni, troppo distanti da quel pensiero che si tiene intatto a furia di rammendi.

Oggi, dove pure il dissenso non è che una forma nascosta del consenso, essere rivoluzionari come ci raccomandava un comandante, morto per fortuna ancora puro, incapace di insozzarsi con i segreti oscuri di una politica che aveva venduto l’anima a Mammona, bisogna soltanto chiudere gli occhi.

E accettare di comportarsi nel miglior modo possibile. E cosi quei gironi che come dice Vasco

di grandi sogni

dove erano vere anche le utopie

sono sacrificati per divenire un perfetto yuppies.

Inserito nel sistema e deciso a vendere cara la pelle del popolo facendolo diventare massa.

Deciso a sostituire l’uomo con un suo perfetto clone a cui manca, però il potere decisionale.

Deciso a fermare corrompendo ogni soggetto incapace di diventare ingranaggio di una macchina che macina coscienza per trarne un uomo nuovo, perfetto in ogni occasione interscambiabile e capace di adattarsi.

Un uomo che accetta il futuro deciso a tavolino in cui la crisi non ha fatto che scoperchiare il vaso di pandora delle debolezze, che lungi dall’essere aborrite divengono il consueto e il politicamente corretto.

Uomini finti inseriti in una post modernità glaciale e immutabile, in cui nulla di nuovo o di innovativo, sconvolge la regolare routine del sistema.

Dove le regole:

sono cosi ed è ora che cresci.

E io, come Santi sono incapace di crescere.

Non in quest’Italia che assomiglia sempre di più alla visione post apocalittica di Cantarella. Non in un sistema che mania guadagni sacrificando volti divenuti sempre più indistinti e confusi.

Non in una società che deride chi, seppur nella disillusione più pura, tenta di mantenere intatta la sua etica.

E cosi al pari di Santi mi rifugio in quelle canzoni Rock che promettevano la rottura definitiva di quel muro omertoso di complicità e connivenze e che, invece erano la disperata fuga del folle e del sognatore, in un luogo desolato, dove essere accolto da un portiere di notte che ti prometteva che da quell’hotel non saresti mai più andato via.

Al pari di santi ho sentito sempre di più e lo sento tuttora la mia alienazione, il mio dolore forte di chi non riesce più a avere tra le mani la causa giusta per cui proporre un azione politica.

Ma al contempo troppo abituato ormai a ribellarsi.

E cosi questo libro è dedicato a tutti noi, che usiamo la musica per evadere, per creare il nostro oblio, il nostro Hotel California.

A tutti noi arrivati al bivio della vita a fare i conti con un se stesso che per mantenersi puro ha ricevuto cazzotti in faccia, e mostra quasi con orgoglio i lividi.

A tutti noi ribelli senza causa, eroi romantici catapultati in un mondo distopico eppure cosi tangibile in ogni orrore quotidiano.

Noi che nonostante tutto preferiamo i fantasmi del nostro passato, ai demoni in giacca e cravatta che lanciano slogan pesanti come bombe.

E in questo mare di rassegnazione, forse potremmo essere si giunti all’epilogo finale, meno fulgido di quanto sognavamo, ma con quell’ideale stretto nel pugno, cosi forte da essere colorato con il sangue del nostro disfatto credere.

Racconteranno che adesso è più facile

che la giustizia si rafforzerà

che la ragione è servire il più forte

e un calcio in culo all’umanità

Ditemi ora se tutto è mutevole

se il criminale fu chi assassinò

poi l’interesse così prepotente che conta solo chi più sterminò

Romba il potere che detta le regole

cade la voce della libertà

mentre sui conti dei lupi economici

non resta il sangue di chi pagherà

Tutto si perde in un suono di missili

mentre altri spari risuonano già

sopra alle strade viaggiate dai deboli

la nostra guerra non si spegnerà

E torneranno a parlarci di lacrime dei risultati della povertà

delle tangenti e dei boss tutti liberi

di un’altra bomba scoppiata in città

Spero soltanto di stare tra gli uomini

che l’ignoranza non la spunterà

che smetteremo di essere complici

che cambieremo chi deciderà

Pierangelo Bertoli

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