“Lucrezia” di Rita Angelelli, Mezzelane editore. A cura di Alessandra Micheli

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Quando ho un libro tra le mani la prima parola che mi balza alla mente è rispetto.

Non per l’autore che è solo un tramite, ma per quel qualcosa di vivo e vibrante che sta cercando di parlarmi.

E so, ormai sono avvezza al miracolo, che ciò che mi dirà non sarà qualcosa di scontato o di evidente nella superficie della trama.

Ma sarà il suo profondo e alieno significato, quello inviso ai più, alla totalità di una massa cosi attratta come una falena dalla candela, al significato immediato.

Un libro è un viaggio, a tratti faticoso a tratti pernicioso.

Un arrampicata dove ogni passo richiede costante e continuata attenzione.

Basta una distrazione per cadere nel vuoto, cosi come basta un attimo di superficialità perché il libro smetta di parlare e si chiuda in un indignato mutismo.

E’ cosi per la maggior parte dei racconti, troppo ancorati ai io sono abituato, io vorrei di più, io lo scriverei in maniera diversa.

Questo capita, sopratutto con i libri complicati scaturiti da uno stesso complicato tramite, che sono anche dispettosi, perché inonda il cammino verso la meta, il significato, di abili trabocchetti.

Lucrezia è uno di questi libri.

Contiene più voci, più volti più sfaccettature.

Va sollevato velo per velo, come nella famigerata danza araba, per trovare il suo centro.

E il centro che troveremo non è sicuramente fatto di arcobaleni e unicorni, di rosa e sentimenti puri, ma non per questo meno importante per noi, abituati a tempi distratti e a tratti crudeli.

Lucrezia è una donna che ha tutto.

O almeno cosi la percepiamo.

Tanto che la sua frustrazione, la sua inquietudine a un lettore meno avvezzo ai misteri appare fastidiosa.

E in fondo Lucrezia deve dare fastidio.

Deve risultare antipatica, a tratti infantile e a tratti odiosa.

Nonostante il successo che sicuramente molti di noi le incideranno, lei non è felice.

Anzi.

E’ arrabbiata.

Incazzata con il mondo.

Mai contenta e sopratutto incapace di controllare quella strana rabbia. Persino il suo partner l’eterno adorabile amico, a volta ha uno sbuffo di impazienza.

In fondo, apparentemente, i suoi problemi sono problemi di ogni giorno, problemi comuni, problemi da scrollarsi addosso con noncuranza, problemi che non possono, ai nostri occhi, giustificare questa sua strana anomalia.

E che anomalia è?

Lucrezia non riesce a dominare i suoi demoni.

Tutti noi, volenti o nolenti, siamo in balia di parti oscure, causate da un educazione, sbagliata, da piccole sconfitte o da umiliazioni più o meno grandi.

E abbiamo imparato, perché cosi è consono, lasciare che essa non scalfiscano la nostra patina di persone per bene.

Il nostro obiettivo è restare eleganti, assertive e ottimiste fino alla stoltezza.

Sono stata derisa?

Pazienza cercherò di assecondare gli altri per far parte del loro branco. Non ho un padre amorevole?

Cercherò di essere una brava bambina compassionevole.

Non ho una fisicità accettabile dalla società?

Non devo prendermela per i commenti sprezzanti, è colpa mia e tenterò in ogni modo di assecondare le immagini della società.

Sono stata tradita?

Accetto la debolezza dell’uomo chiudendo un occhio con disinteressata eleganza. Oppure chiuderò la faccenda con sommo savoir fair, cosi come si conviene a una signora.

Tradisco?

Devo espiare la colpa somma di ogni donna, ossia di essere fatta di desiderio.

Cosi sarò bene accetta e protetta dalla stessa società che, in fondo, mi ha manipolato, togliendo di torno la pericolosissima e istintuale natura di lupa.

Nessun ghigno solo educati sorrisi.

Chiunque non accetta queste diktat è isolata, considerata deviante e non verrà protetta dalla comunità, ma coperta di biasimo.

Se l’è cercata, sussurrano.

In fondo è lei che non si vuole bene, diranno le comari del paese. Che sarà mai un paio di corna, asserirà la matrona.

E cosi la donna edulcorata, privata del suo lato istintivo, sarà coccolata, protetta, una Santa Goretti a cui nessuno deve poter far del male.

Diverse sono le Maddalene, le Bocche di Rosa, le Meduse, le Giuditta che sono stufe dei soprusi degli Oloferne di turno.

Lucrezia in fondo, nonostante la sua immensa fragilità non ci sta.

Non ci sta a un padre assente, troppo preso dal suo ruolo di latin lover.

Non ci sta a un marito fedifrago, ne a una matrigna crudele, che la vorrebbe una sottomessa Cenerentola in lacrime. Non ci sta neanche al biasimo dei più, perché decide di dare sfogo alla sua frustrazione, alla rabbia, all’azione sconsiderata.

Non ci sta neanche a essere giudicata perché, per riprendere in mano se stessa, si da alla pazza gioia.

Non ci sta a ricalcare con un atteggiamento obbediente e ossequioso, i m modelli femminili imposti.

Lei è carne e forma, non vole essere deserto e sostanza.

Eppure è preda del biasimo di un mondo che non accetta le donne libere. Quelle che reagiscono alla prigionia non con l’aria da martire ma con la dignità di una divinità, quelle che lasciano le catene per diventare acque per assetati, per i prigionieri, per gli ultimi.

Quelle che non abbassano mai gli occhi e infrangono ogni giorno i divieti.

E cosi il potere che ci vuole bambole appese a un filo creato dal Barbablu di turno, tenta di azzittire Lucrezia.

Di punirla per la sua autonomia e per quel suo dimostrare al mondo che il piacere è libertà.

E so, perché lo so, che leggendo il suo strazio, il suo dolore infinito qualche voce sussurrerà in fondo se l’è meritato.

Perché tutti noi, siamo stati educati al binomio deviante uguale punizione.

Ma Lucrezia è più forte persino della depravazione, della brutalità e della violenza.

E’ la forza indomita che non si arrende mai.

E’ la femminilità selvaggia, a tratti pericolosa che rompe ogni confine, che spezza il limite e che rifiuta il vivere cosi imprigionato di noi, puerili marionette in mano al dittatore di turno.

Infatti, la società la rifiuta.

E si immerge nel mondo che le appartiene, quello dell’immaginario, del mito, della leggenda. La sua femminilità rigenerativa si ritira dal mondo.

E a ben vedere, nell’atto finale, forse siamo noi a perdere. E a trovarci disperatamente soli e spaventati, senza la forte e acuminata mano di Lucrezia a spronarci.

Un mondo senza la femminilità ribelle, è in fondo un mondo che muore.

Inesorabilmente.

Un mondo senza Lucrezie è un mondo di sopraffazioni e di orrori.

Riflettiamoci prima di chiudere in faccia la porta alla nostra Lucrezia.

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