“L’ombra del Duce” di Michele Rocchetta. A cura di Alessandra Micheli

 

L'ombra del duce- Michele Rocchetta

 

La storia è una delle materie più interessanti perché capaci di ispirarci la domanda per eccellenza, parola magica, incipit dei più grandi romanzi: e se?

Con questo semplice quesito Philip Dick ha dato vita a uno dei più spettacolari romanzi della storia, della letteratura, La svastica sul sole.

Immaginario onirico tutto dickiano che presuppone un diverso corso degli eventi: le forze dell’asse non vengono sconfitte ma trionfano, in pompa magna e l’America, il nostro salvatore, soccombe alla loro cupidigia divenendo divisa in due frazioni.

Grazie a questa visione alternativa della storia, si possono immettere in ogni libro significati, morali, ma anche echi di eticità variegate.

Tutte però soccombono di fronte alla capacità umana di fare dell’ideologia la basa su cui agire, innalzando il Sabato come divinità suprema a scapito di quella che, flebile, invocava l’essere umano come perno sui cui la creazione ruota e dovrebbe ruotare.

L’ombra del Duce risponde agli stessi quesiti, alle stesse para che oggi si agitano dentro di noi, a quella stessa, inquietante domanda che si rende conto come la nostra amata storia sia una strana congregazione di eventi uniti in modo inesatto e per nulla stabile, divisi da una enorme lacuna.

Ed è in questo vuoto che si incuneano e si insinuano dei significati e quasi dei portali dimensionali che possono dirigerci verso altre realtà.

Dove questi elementi da noi ignorati divengono fondamentali per cambiare il corso apparentemente lineare degli eventi.

Sono opere come quelle di Michele Rocchetta che ci pongono di fronte all’immensità e alla responsabilità delle scelte umane, alla loro forza capace di scatenare un vero e proprio effetto farfalla.

In questo scenario gli eventi non sono radicali come in Dick, ma ugualmente capaci di creare conseguenze non meno pericolose o globali della vittoria del pazzo con i baffetti.

Nell’ombra del Duce è l’operazione valchiria a vincere.

La conoscete tutti vero?

Ditemi di si…

Comunque a scanso di equivoci ve la racconto in breve.

Con il termine operazione valchiria si identifica l’attentato del 20 luglio del 1944 verso Adolf Hitler, portato avanti da alcuni politici e militari tedeschi della Wehrmacht. Ovviamente la nostra dimensione vide sfumare l’eroico atto di Claus Schenck von Stauffenberg protraendo la guerra fino, immagino lo sappiate, al settembre del 45.

Con il sommo intervento di un America che si pose come, non solo il libertador, ma il referente unico del nuovo corso politico di tanti paesi.

Fu il suo protagonismo a scatenare, poi, la reazione della Russia portandoci di filato a quella guerra fredda che tanto ha inciso sulla nostra politica.

Quale conseguenza, direte voi, avrebbe avuto la riuscita dell’operazione Valchiria?

Innanzitutto la fine della guerra, prima del previsto.

Uccidere il fulcro su cui nacque il secondo conflitto mondiale, in particolare poi all’interno della Wolfsschanze (il quartier generale del Fuher) significava eliminare del tutto l’aura di intoccabilità del nazismo.

Infatti, anche la morte cosi strana di Hitler causò la non completa dissoluzione della sua idea, che fu considerata ancora sacra e inviolabile.

Tanti furono le convinzioni dell’epoca, tanto da far nascere la convinzione che, in realtà il dittatore non si uccise davvero, ma scappò in Argentina, come tanti gerarchi, morendo di morte naturale.

Il problema della fine della seconda guerra mondiale fu proprio l’incapacità di demolirne il mito.

Diverso sarebbe stato se l’attentato avrebbe avuto successo: la dimostrazione che il mostro non era quel demone sovrannaturale, non era intoccabile e non era invincibile.

E poi un’altra conseguenza è perfettamente descritta da Rocchetta, nessuna dominazione angloamericana, e la divisione dell’Italia in due tronconi, una Repubblica dell’Alta Italia e nessun Regno del Sud.

Per i protagonisti del libro infatti, la nostra storia attuale è frutto di una autentica ucronia:

L’autore, un americano che si chiama Isaac Asimov, ipotizza che l’Operazione Valchiria non abbia avuto successo. Bernardi sorrise, – Cioè, questo Asimov, si chiede cosa sarebbe successo se l’attentato di von Stauffenberg fosse fallito? – Esattamente. – Ma è semplice: Hitler non sarebbe morto e la guerra sarebbe continuata per un pezzo. Forse per qualche anno. Alberto annuì, – Certamente. In particolare l’autore ipotizza una durata di altri sei o otto mesi, in Europa. Ma la cosa interessante è data dallo scenario immaginato per il mondo postbellico. Intanto, ipotizza che la guerra nel Pacifico sarebbe proseguita fino ai primi anni ‘50, con la completa distruzione dell’arcipelago giapponese, sotto i bombardamenti alleati. Ma la cosa singolare è che immagina l’Europa separata tra blocco Angloamericano e Sovietico. La Germania divisa in due, una parte filoamericana e una parte filosovietica. Con Berlino spaccata da un muro. – Come è successo a Tokyo nella realtà. Non ci vuole una grande fantasia! E l’Italia? – Unita. Nessuna Repubblica dell’Alta Italia e nessun Regno del Sud. Solo una Italia, alleata degli americani. – Impossibile! – Sbottò Bernardi, – L’esperienza delle lotta di liberazione non sarebbe potuta finire in cenere. E Mussolini? Alberto si irrigidì leggermente, sentendo nominare il suo ultimo obiettivo, – Mussolini? Secondo Asimov non sarebbe riuscito a fuggire e sarebbe stato ucciso da una formazione partigiana prima di attraversare il confine con la Svizzera.

Un Mussolini scappato in Svizzera che, ironicamente, prende il posto di Hitler rendendo il fascismo eterno.

E da questa intoccabilità dell’idea autoritaria ci saranno conseguenze molto interessanti, capaci di avvincere il lettore fino all’ultima pagina.

Oltre a essere un perfetto, anche commovente per la sua bellezza, esempio di ucronia, il testo ci pone davanti alcune domande: è proprio nel DNA umano il non riuscire a godere dei frutti della libertà e mettere a repentaglio ogni possibile conquista?

Con l’operazione Valchiria annientiamo il nazismo, diamo respiro all’Italia e la restituiamo agli interessi del popolo e non di politici e di altri soggetti (quelli che ancora oggi la storia rifiuta, ossia mafia e delinquenza organizzata) ma al tempo stesso, danno l’avvio a altre conseguenze che mirano a conquistare l’Italia liberata e a porre l’interesse personale al di sopra dell’ideale. E’ davvero questo l’animo umano?

C’è davvero una sorta di istinto primordiale ancestrale che ci conduce verso il disastro?

Io non ho riposte.

Però credo che la vera ucronia possa, se non fornirci certezze, mettere il nostro cervello nell’ottica giusta, dirigendosi verso l’arte del porre domande.

Perché è nel porle che esiste la vera libertà e l’unica autentica possibilità di redenzione.

Dal canto mio resto con le parole meravigliose di un libro egregio, fisse negli occhi, con il ritmo di una trama che non stanca mai ma che si legge e si rilegge. E ringrazio dio per portarmi, su questo arduo cammino verso la scoperta di piccole ma immense perle letterarie, di avermi fatto incrociare l’esperienza di Michele Rocchetta.

Adesso tocca a voi farvi abbagliare dalla sua bravura.

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