“Horror metal e apocalisse”, Pietro Gandolfi, Alessio Linder, Nicola Lombardi, Giorgio Riccardi, Dunwich editore. A cura di Alessandra Micheli

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Con nelle cuffie la stupenda canzone Demon’s fate dei Within Temptation.

Mi accingo a portarvi con me alla scoperte dei nostri peggiori incubi e di conseguenza di noi stessi.

Si miei mostriciattoli.

Per conoscersi davvero è assolutamente necessario scendere se non a patti, in una sorta di dialogo con i nostri demoni.

Il destino di uno di questi esseri è proprio quello di fungere da contraddittorio in questa sorta di giudizio di secondo grado in attesa di una punizione o di una redenzione.

In attesa della scelta ultima se tornare a casa o abbracciare l’abisso.

Solo da questo strano confronto con quest’incarnazione di ossessioni, paure, limiti e persino possibilità o come amo chiamarli o talenti sotterrati per ignavia, possiamo decidere il nostro destino.

E forse non sarà fatto di luce, ne di colori brillanti, ne arcobaleni, ne unicorni pieni di glitter.

Ma lo avremo scritto noi.

E in questi giorni di penuria di libertà, di quarantena e di una sorta di segregazione dovuta al dittatore di turno (stavolta è un virus) poter dire la nostra, attivarsi e scegliere in totalmente libertà è tutto.

E’ tanto.

E’ la forza umana che si realizza.

E pertanto la Dunwich sa e conosce il valore e l’importanza dell’orrore. Sa che seppur capace di ferirci ci serve, come ci servono gli incubi a liberarci delle catene di un percorso affatto privo di ostacoli e sassi acuminati.

Conosce e sa l’importanza del dialogo con il nostro demone.

E pertanto ci offre un cofanetto con questi discorsi apparentemente diversi, con vari e diabolici simboli.

Esiste un filo comune?

Solo la volontà di ogni autore di riversare su carta quello che ogni giorno, forse per caos o per scelta si trovano a federe, togliendo da esso il velo con cui amabilmente celiano l’orrore, perché eccessivo, perché poco politicamente corretto, perché ci terrorizza, cosi come ci terrorizza la notte e regalandocelo, nella speranza che esso come fossimo dei viandanti lungo la strada per l’altro mondo, bisognosi di un nostro manuale.

In questo caso, sarà azzardato dirlo, il libro della Dunwich composto di quattro mirabili eccellenti racconti, sia dal punto di vista stilistico che di significato, rappresentano per noi quello che fu per tanti egiziani nell’antico tempo, un manuale per affrontare le insidie del regno altro, quello fatto di fili di nebbia, di numinoso e di agghiacciante.

Ecco che a partire dal primo racconto si dipana il filo che non ci fa perdere tra i sussurri, spesso seducenti che provengono dalla nebbia, una nebbia cosi fitta che sembra fatta di sostanza reale, tanto che è capace di sfiorarci con le sue lunghe scheletriche dita…

E iniziamo il viaggio.

Esso parte da uno dei più perfetti e terrificanti libri che io, amante del genere abbia mai letto William Killed the radio star.

Quanto amate la musica?

Quanto è per voi non solo fonte di ispirazione per la vostra arte, ma anche una voce, quella che sibila nel buio che racconta cose di cui voi avete timore, o che non riuscite a dire, perché troppo immersi nel vostro mondo sociale cosi ben definito?

E quando un cantante, o un gruppo o una melodia diventa quasi il grido della vostra anima, riuscite a non identificarvi con essa?

Fino a odiare, e odiare davvero tutti i detrattori della stesa. Loro che no n capiscono che dietro la metrica, il ritmo e il suono si cela il vostro mondo. E uccidere l’esecutore significa sbeffeggiare la vostra interiorità. Io di fans ne ho visti a migliaia.

E mi hanno sempre terrorizzato.

Perché la potenza del suono diviene quasi un arma che rende folli i loro occhi, e acuminate le loro sferzanti parole di difesa.

Cosi l’identificazione diviene cosi profonda che…il fans tende a indossare la stessa pelle dell’artista.

Ma non sempre è un bene.

O meglio non lo è nella fantasia del nostro autore.

E cosi Pietro sorride a dire il vero è quasi un ghigno, a continua a trascinarci nel suo incubo, anche quando non vorremmo.

E io dopo la lettura, mi guarderò bene dal deridere i neomelodici.

Non si sa mai.

Quando credevo che nessuno poteva terrorizzarmi più di cosi, e senza eccessi di splatter si è mostrato a me Alessio Linder con L’ultima fermata di Marty Red.

Il suo orrore è poetico ma non meno sferzante.

E mi racconta un altra storia che sa di declino e depravazione.

Quando l’arte diviene strumento di potere.

Quando il successo diviene solo un mezzo per la sopraffazione.

La musica lo sapete permette all’eternità di entrare nelle nostre affaticate vite, rendendoci capace, con un canto, persino di gabbare la morte.

In questo senso è la redenzione degli ultimi, la possibilità dei sognatori ma..anche il campo di azione di un tetro dio chiamato mammona.

Che con un sorriso fatto di affilati denti ti chiede il peggiore baratto che si possa firmare: il successo in cambio di te stesso, rendendo la musica, la vera libertà la catena con cui trattenere gli spiriti.

Marty Red scenderà proprio li in quell’antro oscuro.

Ma lo farà con la purezza di chi ama.

E forse allora nonostante le minacce il dio mammona lo lascerà in pace.

E finito l’orrore direte voi?

Assolutamente no.

Il peggio arriva con Nicola Lombardi con il suo La cisterna.

E credetemi la claustrofobia che ci ispirerà, la voglia di aria e l’orrore richiamato dalla sua arte non ti lascerà più.

Si appiccicherà alle tue membra e si abbevererà del sangue di una strana emozione chiamata speranza. Nel futuro distopico della cisterna non esiste redenzione.

L’umanità è morta.

Sotterrata quasi senza colpo ferire, o rimpianto.

E’ la dittatura, quella volontà di porre un nuovo ordine morale, semplicemente distruggendo la morale stessa.

Pensateci ogni volta che inveirete contro il male con la stessa veemenza con cui difendete, apparentemente il bene.

Pensateci quando non date ascolto ai pianti, non importa da chi provengano.

O iniziate a creare la vostra cisterna con le parole.

Leggete e rifletteteci.

E poi si arriva al capolinea.

Tutto quello che abbiamo vissuto, nella mirabile penna di Giorgio Riccardi, con Vesuvio Breakout si svela: siamo in fondo morti viventi.

In balia di una natura che ci rifiuta proprio perché incapaci di vivere. Intenti a divorarci uno con l’altro.

Intenti a approfittare di ogni distruzione che apra uno spiraglio per primeggiare.

Siamo in fondo senza anima, solo corpi che camminano in uno scenario apocalittico, che è la realtà di tante zone lasciate a se stesse.

Perché parco giochi per i mostri al potere, i vampiri che si agitano nelle banche, i parlamentari che sono zombi affamati.

In cerca dei nostro cervello e del nostro pensare.

Quattro racconti diversi, divisi tra poesia malinconia e orrore senza fine, orrori reali, vicini a noi eppure cosi ostinatamente ignorati.

Dei libri dalla cruda e nefasta bellezza, capolavori del genere.

Libri che ancora si agitano in me, decisi a non lasciarmi andare neanche dopo l’apparenza parola fine.

Perché l’ultima pagine non è affatto la fine ma solo l’inizio.

E forse, se saremo fortunati scriveremo noi la prossima storia, tentando di allontanare quel mostro tentacolare che la bravura dei nostri autori hanno evocato con l’arcano potere del verbo.

 

 

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