“Fragilità” di Victoria Van Oosten, Io me lo leggo editore. A cura di Alessandra Micheli

Fragilità-Victoria Van Oosten

 

Leggere Victoria Van Oosten è un’ esperienza che oserei descrivere come estatica.

Eppure ti lascia una sorta di inquietudine interiore.

Non perché non sia un talento, anzi talento è un termine riduttivo.

Ma quest’autrice  davvero sembra non esistere.

Victoria è quella figurina eterea e evanescente che come il quadro di Rembrandt ” La ronda di notte”, passa luminosa attraverso epoche e stili.

Ma non li impersona, non li copia, non ne trae ispirazione.

Lei è quello stile.

Lei è quello scrittore.

Se con errori e malintesi portava in questo ramo temporale la Austen, con “Fragilità” richiama lo spirito e la penna dei miei amati autori americani, dalla Wharton con “Estate”, a Henry James con lo splendido “Ritratto di signora”, per poi planare lieve e elegante e cogliere l’essenza dei personaggi femminili di Forster con il libro “Camera con vista”.

E cosa dire della suggestione flaubertiana?

Come non riconoscere un po’ di Emma Bovary nei tratti della nostra Julie con quell’ansia di vivere cosi sognante e ingenua, che si scontra con la perfidia di una vita che non è affatto una distesa morbida e ricca di erba, ma piuttosto un percorso irto di sassi acuminati che feriscono i pedi, così fragili, così delicati.

E così nell’intera lettura, questo sogno che si scontra con la realtà, questo tempo che sfugge e che si ripresenta a chiederci il conto, con questi personaggi che recitano a soggetto, cosi incapaci di lasciarsi andare.

Con quest’incapacità di parlarsi di essere uomini e donne sullo stesso livello, senza differenze, così fragili e nudi di fronte allo sguardo dell’altro.

Fragilità che permea con sofferente malinconia ogni pagina, ogni parola.

Fragilità di una donna così rinchiusa nella sua consuetudine, nel suo ruolo in una Francia che si affacciava verso un mondo in tumulto, così ricco di opportunità e cosiìferoce contro il progresso.

Un mondo dilaniato dalla tradizione che combatteva cattiva contro l’evoluzione di questo tempo che fugge.

Fragilità di Edmond cosi incapace di essere se stesso, cosi perduto tra la voglia di carriera e la sua vera identità che nel testo appare sottomessa, disillusa quasi inesistente.

Con la volontà di affermarsi, di cogliere a piena mani i frutti labili del terzo impero, con la volontà di gridare al mondo “ci sono anche io”.

Tutto così di fretta, tutto così pieno di devo e mai vorrei.

Incapace di capire e comprendere l’animo così bizzarro e così ricco di una moglie bambina sposata, forse, per motivi che nulla avevano a che fare con l’amore.

Così deciso a ritagliarsi un ruolo all’interno della famiglia a scapito di sentimenti e effusioni, ma così incapace a resistere alla purezza di un animo che sembra bambino, forse immaturo ma per questo aperto al futuro e all’interiorità.

Due anime simili eppure diverse, due pedine sullo scacchiere della vita, difficili e complessi, incapaci di farsi accettare da una società che frenava il necessario cambiamento di un 1848 che avrebbe cambiato del tutto l’assetto dell’Europa che si ancorava a vecchie tradizioni, impersonate dalla benefattrice, la marchesa d’Anguien.

E così ancora una volta l’umanità deve scendere a patti con la convenzione.

La passione va frenata, va quasi combattuta, va relegata nei vicoli bui di una coscienza che deve ballare il girotondo della storia.

E la fragilità si fa personaggio.

E investe i destini di tante, troppe giovani donne come Emma, come Isabel, Charity, come Lucy, che spinte da una famelica sete di vita, si ritrovano fragili di fronte a un mondo che non è pronto per loro.

Che non è pronto a lasciarsi andare e lasciare che la passione, non solo fisica, sgorghi da loro e colori il mondo.

Un libro che sa penetrare nel profondo, ritagliarsi un posto e restare lì a parlarti ogni minuto, ogni istante, anche dopo la parola fine, divenendo, così, eterno.

Dicono che c’è un tempo per seminare

E uno che hai voglia ad aspettare

Un tempo sognato che viene di notte

E un altro di giorno teso

Come un lino a sventolare

C’è un tempo negato e uno segreto

Un tempo distante che è roba degli altri

Un momento che era meglio partire

E quella volta che noi due era meglio parlarci

C’è un tempo perfetto per fare silenzio

Guardare il passaggio del sole d’estate

E saper raccontare ai nostri bambini quando

È l’ora muta delle fate

C’è un giorno che ci siamo perduti

Come smarrire un anello in un prato

E c’era tutto un programma futuro

Che non abbiamo avverato

È tempo che sfugge, niente paura

Che prima o poi ci riprende

Perché c’è tempo, c’è tempo c’è tempo, c’è tempo

Per questo mare infinito di gente

Ivano fossati

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