La rubrica Viaggio attraverso la storia presenta “TRA PUGNI CINESI E SPIAGGE TURCHE” A cura di Alfredo Betocchi

Saseno 2
Isolotto di Sàseno, Albania

Delle conquiste coloniali italiane e della loro sanguinosa perdita sono pieni i libri di storia: Libia, Abissinia, Eritrea, Somalia, Albania e le isole del Dodecanneso sono nomi che ogni bravo scolaro non può dimenticare.

Oltre a questi nomi altisonanti ci sono stati, in giro per il mondo, anche alcuni piccoli territori che l’Italia ha governato per qualche tempo, obbligata dai trattati internazionali o da guerre guerreggiate.

Essi ai più non dicono nulla, eppure i nostri soldati li difesero strenuamente e con dispendio di vite umane.

Eccone l’elenco: Tiensin,in Cina (1901-1943); Adalia,in Turchia (1919-1921) e Valona (1915-1920) con l’isola di Sàseno /1915-1945) in Albania.

L’occupazione del porto cinese di Tiensin fu effettuata nell’anno 1900 da una coalizione internazionale durante le operazioni militari intraprese per soffocare la rivolta dei “Boxers”.

Erano costoro membri di un movimento in difesa dei valori tradizionali cinesi che intendevano contrastare con violenza la penetrazione culturale occidentale in Cina.

Il loro movimento era chiamato “Pugni della Concordia e della Giustizia”, perciò da Pugile in inglese = Boxer.

Essi iniziarono le proteste tagliando le linee ferroviarie, incendiando le navi europee alla fonda e uccidendo i missionari con i cinesi convertiti.

A questi atti, si aggiunse la sollevazione della gente di Pechino che bloccò le legazioni straniere. Le Potenze europee allora corsero ai ripari, armando un esercito internazionale che invase la Cina e occupò Pechino, capitale dell’allora Celeste Impero.

Le forze italiane che si erano unite a questa campagna, sbarcarono a Tiensin il 21 gennaio del 1901, in quella parte della città che era stata denominata “F” nella ripartizione concordata con gli Alleati.

La piccola area che si trova lungo il fiume Pei-ho,comprendeva un villaggio periferico, una palude e delle saline. Non era gran che come colonia ma, si sa, le grandi potenze non ci hanno mai tenuto in simpatia.

Nazioni come la Francia, l’Inghilterra e la Germania che allora, da sole, possedevano il 60% dei territori d’oltremare nei cinque continenti, mal sopportavano l’intrusione della piccola, indifesa Italia, composta all’epoca per due terzi da contadini analfabeti, ma orgogliosa di essere una giovane e libera nazione.

Il 7 giugno 1902, l’accordo italo-cinese garantì permanentemente il possesso di quel lillipuziano territorio. Gli italiani, laboriosi e tenaci, si misero subito al lavoro per bonificare la palude e costruire un quartiere moderno.

L’Italia considerava Tiensin più come un possedimento provvisorio che una vera e propria colonia. Essa dipendeva dal console italiano a Pechino che esercitava il suo potere tramite un Regio Amministratore.

Brigata San Marco

La sua popolazione oltre agli autoctoni, era composta quasi esclusivamente dai militari del reggimento “San Marco” che presidiavano anche alcuni forti nella regione.

Nel 1941, con l’occupazione della Cina da parte del Giappone, peraltro nostro alleato, la sovranità italiana fu contrastata dai prepotenti comandanti nipponici della piazzaforte di Pechino, cui Tiensin apparteneva.

Dopo l’8 settembre 1943, la situazione divenne insostenibile e, dopo una breve resistenza dei nostri militari, il quartiere fu occupato da preponderanti forze giapponesi. Gli italiani, cacciati, non ritorneranno mai più in Cina.

L’occupazione italiana di Adalia,Sbarco ad Adalia oggi rinomata spiaggia turistica nella Turchia sud occidentale, avvenne il 19 marzo 1919, in seguito al “Trattato di Sèvres”, in Francia.

L’accordo tentava di mediare tra le opposte posizioni delle nazioni vittoriose nella Prima Guerra Mondiale.

Dopo l’armistizio con la Turchia, che aveva capitolato di fronte alle truppe anglo-franco-greco-italiane, non si trovava l’accordo su come spartirsi le sue spoglie.

Ognuno reclamava per sé grandi territori, contestati tuttavia dagli altri soci.

L’Inghilterra era riuscita ad avere la Mesopotamia (oggi Iraq), la Palestina e la Transgiordania (oggi Giordania).

La Francia ebbe la Siria, il Libano e il porto di Alessandretta (fondata da Alessandro Magno, oggi Iskendurun, in Turchia).

La Grecia si tenne la Tracia fino al fiume Evron.

L’Italia, che già aveva dovuto digerire l’amaro boccone della rinunzia alla Dalmazia

(da almeno mille anni di proprietà veneziana), si vide esclusa anche da questa ricca torta in territorio ottomano.

Nel clima piuttosto caotico del “prendiamo presto quello che c’è da prendere”, il governo italiano, stizzito, fece sbarcare a sorpresa le sue truppe ad Adalia, occupando di fatto quasi tutta la costa meridionale turca e un vasto altopiano all’interno in direzione di Ankara.

Ovviamente i nostri “alleati” non accettarono questa prova di forza e soprattutto i greci che rivendicavano Costantinopoli – oggi Istambul (e, sotto sotto la vorrebbero ancora ma…non si può mai dire) e quasi tutta la Turchia continentale, in nome del diritto storico del defunto Impero greco di Bisanzio, caduto nel 1453 1 in mano agli Ottomani.

Sembra un paradosso ma ricordiamo che l’infinito conflitto arabo-israeliano è iniziato da una analoga rivendicazione degli ebrei di terre ataviche, che risale al regno biblico dei re Davide e Salomone, caduto nel 70 d. C. ad opera dell’imperatore Tito Flavio Vespasiano.

Alla Conferenza di Parigi del gennaio 1919 i rappresentanti italiani erano assenti a causa dei colloqui con la Jugoslavia sul possesso della città di Fiume.

La Grecia, a nostra insaputa, ottenne di intervenire militarmente in Anatolia.

L’offensiva greca sorprese i turchi che passarono di sconfitta in sconfitta ritirandosi quasi fino ad Ankara. L’offensiva spazzò via non solo le forze ottomane ma anche i piccoli distaccamenti italiani.

Questi, per non sparare su un alleato, si ritirarono ad Adalia. Con un accordo segreto (che non venne rispettato!) l’Italia avrebbe rinunciato ad Adalia e a tutte le isole del Dodecanneso, meno Rodi. Poi…colpo di scena!

I turchi, al comando del giovane Mustafà Kemal detto Ataturk (ossia “Padre della Patria”), con un’improvvisa controffensiva, ricacciarono i greci ributtandoli nel mare Egeo, facendo sfumare il loro sogno per la restaurazione di un impero greco-bizantino.

L’Italia potè però tenersi il Dodecanneso, Rodi e, fino al 1921, la città di Adalia.

Il caso di Valona e dell’isola di Sàseno, in Albania, è un caso a parte.

Saseno

Nel 1915, pur di far entrare l’Italia in guerra contro l’Austria e la Germania, Francia e Inghilterra le promisero molti territori, disattendendo poi quanto sottoscritto.

Fra le tante, anche la città di Valona e Sàseno, l’isoletta posta di fronte alla sua baia.

Il possesso di questa città faceva sì che l’Italia potesse controllare, nel punto più stretto, l’entrata nel mare Adriatico (tra Otranto e Valona).

Dopo la Grande Guerra, il neonato Regno d’Albania pretese Valona e l’Italia, stanca di guerre, vi rinunciò il 3 agosto 1920, tenendosi però l’isolotto strategico di Sàseno.

L’isola è sempre stata disabitata e per i militari questo fatto era un’ottima occasione per armarla al riparo da occhi indiscreti.

Nel 1939, con l’occupazione italiana dell’Albania, il Possedimento di Sàseno, che dipendeva dal Ministero degli Esteri, cessò di esistere essendo assorbito dal neo regno d’Albania.

Nel 1945, dopo la sconfitta dell’Italia, nacque la Repubblica Popolare d’Albania e anche l’isolotto tornò alla madrepatria.

Oggi la Marina Militare Italiana, nell’ambito degli accordi d’assistenza alle forze armate albanesi, ha ripristinato sull’isola di Sàseno una base per contrastare il contrabbando di armi, droga e l’immigrazione clandestina.

***

Note

1Anche oggi, in Grecia, c’è una squadra di calcio chiamata A.E.K., Athletiki Enosis Kostantinoupoleos, ossia Unione atletica di Costantinopoli il cui emblema è identico al vessillo dell’Impero bizantino, aquila bicipite nera su fondo oro. E’ insomma la squadra della capitale perduta.

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