“Il principe virtuoso. Il matrimonio” di Lina Giudetti, ODE edizioni. A cura di Alessandra Micheli

 

 

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Non posso certo iniziare questa recensione ,senza ricollegarmi al primo libro di Lina Giudetti senza fare un breve excursus del primo libro, la maledizione. Essi sono profondamente collegati, un filo impalpabile che unisce gli eventi in un unicum logico che porta allo sviluppo della trama ma anche alla consapevolezza del lettore.

Quindi abbiate pazienza e seguitemi un attimo.

Tutto inizia dalla stupidità dell’uomo profondamente ingrato con una divinità benevole e quasi sprezzante dei doni che essa elargisce.

In un tempo lontano, il Dio del cielo Taranis fondò il suo regno in un piccolo e bellissimo continente che, affacciandosi sul mare, era ricco di laghi, montagne, grotte e selve incantevoli. Confinando con altri paesi, era popolato da centinaia di esseri umani poco evoluti che il Dio istruì per mille anni, facendo in modo che progredissero e imparassero arti e mestieri che non conoscevano. Insegnò loro a lavorare la terra, a scolpire la pietra, a forgiare i metalli, a fabbricare il legname e le stoffe, a navigare, leggere, scrivere e curare le malattie. Inoltre, li rese per la prima volta consapevoli di non essere gli unici esseri viventi a popolare il mondo, ma che esistevano molte razze diverse che popolavano altri regni fondati da altre divinità. Negli anni in cui Taranis governò, le classi sociali non esistevano, così prevalsero tra la gente l’amore, la pace e l’uguaglianza, tanto che il Dio diede al continente il nome di “terra felice”.

Ecco descritto con mano lieve e quasi ingenua lo stato sociale di ogni uomo prima dell’avvento delle leggi e dello stato, un età dell’oro in cui l’armonia non è specchio del volto stesso della divinità desiderosa non tanto di compagnia ma di venerazione e fede.

Tanto da creare per i suoi figli, non sudditi ma veri e propri custodi del suo sogno reso reale, un mondo oserei dire incantevole e incantato, dove sperimentare la vita terrena in attesa della ricompensa finale, ricongiungersi al soffio divino. Questa prima parte è tipica di ogni racconto epici, di ogni mito che si rispetti.

Lo ritroviamo, persino, nelle storie del Graal, nella cerca dei suo cavalieri desiderosi di riportare la pace dopo un atto disgregatorio.

Ed è quello che necessariamente accade:

La brama di ricchezza li divise facendoli diventare avidi, mentre il confronto su come fosse l’organizzazione politica dei paesi vicini scatenò in loro una forte sete di potere. Iniziarono a pensare di dover dominare il popolo ritenendo di avere qualità superiori

Ci suona familiare vero?

Il mondo idilliaco, l’età dell’oro risulta cosi perduta, dilaniata da una serpe strisciante che noi ben conosciamo la sete di potere.

Ecco che il dio da benevolo diviene improvvisamente una nemesi: pone sul suo creato e sui suoi figli una specie di maledizione che appare simile al tabù celtico chiamato Geis.

Esso, infatti, pone l’essere senziente in una situazione di totale disordine:

Mentre il cielo veniva ancora squarciato dai lampi, Taranis scese dal suo destriero e guardò tutta la gente che gli era davanti con disprezzo. «Simus, Osbert» pronunciò con la sua voce roca e imponente, «che cosa avete fatto?» gridò e l’eco delle sue parole risuonò nell’aria, come una minaccia. «Rispondete!» reiterò contrariato dal loro silenzio. «Che cos’avete fatto alla terra felice? Cosa ne è dei sacerdoti che si amavano come due fratelli, che obbedivano alle mie leggi e che mai avrebbero versato ingiustamente il sangue di altri uomini?»

E cosi quasi da un turbine di giobbiana memoria si eleva la voce del dio:

«Vi lasciai delle armi potenti da usare esclusivamente per le vostre battute di caccia agli animali, non contro gli uomini» urlò con rabbia il suo rimprovero. «Sia maledetta la vostra sconsiderata lotta per il potere e la ricchezza! Avete trasformato la terra felice in una terra di dolore, morte e disonestà!

D’ora in avanti, giacché avete dimenticato i princìpi di benevolenza e uguaglianza che vi impartii, questa terra rimarrà divisa in due regni come avete deciso. Non potrete più unificarla e non potrete neppure usare il tesoro che avete rubato. Rimarrà nascosto insieme a tutte le armi da fuoco, nella grande caverna che conduce da un versante all’altro di questo continente.»

La maledizione diviene al tempo stesso condanna, nel simbolo dell’oro sacro rubato si vela, però non tanto l’anatema quanto in un abile gioco di specchi la possibilità di redenzione:

Noi abbiamo sbagliato, ma devi concederci un’altra opportunità.» «Forse un giorno.» «Quando?» «Quando sarete davvero pronti e meritevoli per ottenerla e arriverà qualcuno che riuscirà a spezzare la maledizione.» «E in che modo potrà farlo?» «Con l’amore e un sincero altruismo che ormai non appartiene più a nessuno di voi. Dovrà essere un principe a rompere la maledizione del drago, ripristinando l’antica condizione di felicità di questa terra. Un principe virtuoso dal cuore puro e dall’animo nobile.»

Ecco che nella volontà di impartire ai suoi figli un insegnamento, il dio Taranis, pone all’interno di questo dramma umano una scintilla di luce: proprio nell’oscurità di un mondo votato all’egoismo e alla pazzia generata dalla volontà assoluta di potere, nascerà qualcuno capace di portare in se I semi di un nuovo mondo, dove il peccato di ingordigia sarà mondato dalla compassione.

Eccoci quindi al fulcro dell’avventura di Jamina e Aiden, entrambi partecipi di questo magnificente sfondo fantasy/politico emblemi delle qualità che servono all’uomo per uscire dalla cecità in cui, chissà per quale motivo, decide di piombare.

Un abisso di intrighi, di volontà di sopraffazione che soltanto l’unione tre il prescelto e la donna simbolo della purezza suprema potranno sconfiggere.

Nel secondo libro quindi si svilupperanno una serie di azioni capaci di portare non solo all’annullamento della maledizione ma anche a svelare il sommo progetto del dio del cielo: ossia creare una sorta di superuomo capace di partecipare alla bontà senza tempo dei divino, e unire le migliori caratteristiche umane simboleggiate e rappresentate da Jamina.

Il testo appare scorrevole e anche deciso non soltanto a raccontare l’amore, il desiderio e quella bontà di sentimenti che oggi tanto ci servono.

Il pregio di questa giovane autrice è quello di rimestare nel calderone della tradizione per dare voce a uno scenario, a un mondo che diviene quasi una sorta di ibrido tra quel mito che oggi appare troppo lontano, per quei modelli che sembrano quassi superati e il nostro di tempo, pragmatico, arido abilmente descritto nel primo libro.

E seppur Jamina cosi come Aiden sembrano apparentemente ricalcare dei cliché essi sono, in realtà eroi eterni.

Che ci piaccia o no servono, servono da esempio e da sprone.

Serve vedere la caparbietà di Aiden e la sua nobiltà d’animo.

Serve sorridere dell’ingenua innocenza di Jamina ma ammirane in fondo la forza forse meno capibile in questo mondo dove, la forza è urlata più che manifestata in azioni e volontà ferrea di non perdere i propri valori.

E cosi i due libri, che in fondo raccontano la nostra di vita, possono essere letti in due modi, come un piacevole intermezzo fantastico romantico, o come una sorta di riflessione interiore da cui far scaturire la domanda: come possiamo agire per spezzare la nostra di maledizione?

Come possiamo far nascere dalle ceneri dei nostri sogni, il nostro principe virtuoso?

Forse il segreto è sempre uno, quell’amore capace di infrangere limiti e barriere e di far incontrare, in un matrimonio sacro cielo e terra.

 

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