“Maelstrom” di Jordan L. Hawk, Triskell edizioni. A cura di Alessandra Micheli

maelstrom

 

Ogni libro di Whiborne e Griffin è sicuramente un emozione.

Ma mai come questo capitolo, Maelstrom, riesce a rispondere alle mille domande che mi vorticano nella testa.

Pungenti come spilli, a tratti fastidiose, cacofoniche eppure profondamente mie.

Sono domande che mai come quest’anno mi sussurrano le loro provocazioni, e mi spingono a guardarti allo specchio e tentare di riconoscerti e di dare ordine ai mille accadimenti che stravolgono la vita.

E come Whiborne le verità che arrivano non solo mettono in discussione la tua esistenza, la tranquillità ma anche tutte le tue idee, i valori, fino a arrivare a dirti che quel volto che osservi allo specchio non è più tuo.

Non sei tu.

Perceval è profondamente cambiato, a volte in modo brutale.

Ha permesso allo straordinario in tutti i suoi aspetti persino quelli connessi con l’orrore di colorare la sua vita.

E non è più lo stesso Perceval.

Qualcosa dentro un anfratto sconosciuto del suo sè lo ha totalmente modificato, alla radice, cosi profondamente che non è stato più possibile tornare indietro.

E forse non lo vuole neanche. Ha imparato a gestire quel maelstrom, quell’energia che sa di vita, di ogni forma di vita anche quella che abita nelle tenebre di abbracciarlo.

E lo gestisce ogni giorno, con un fuoco assurdo che gli infiamma mente, corpo e essenza.

E allora in quegli attimi la domanda insidiosa è.

Da dove arriva quel fuoco?

Dove arriva quell’energia che ti fa cadere ma mai spezzarti, quella capacità di essete acqua e di assumere strane forme restando sempre in fondo liquido?

E’ nell’eredità di un Dna sconosciuto?

Quasi alieno a questo mondo che si accontenta della banalità.

O forse è in quella cittadina, che non gli ha dato solo natali, ma amore, capacità e lo ha guidato nelle scelte.

Che gli ha reso evidente come la dicotomia che tanto piace alla mostra società, quella che divide in normali e anormali, in mostri e probi è solo una fesseria.

E che anche nell’altro, per quanto strano diverso, si cela lo stesso respiro che ci fa vagare in questa strana foschia chiamata vita attratti da una luce lontana.

Forse irraggiungibile, ma che ci attrae come falene.

Che gioca con noi con ombre bizzarre create da quella penombra che ci serve, dio se ci serve per ammirarla. Cos’è che nasce in noi, che natura ha quella forza che, in fondo ci distingue uno dall’altro e a ognuno ha donato una nota per far parte di quella stessa canzone?

E’ davvero un eredità di sangue quella che ci rende cosi meravigliosamente fragili e potenti?

No.

E’ un qualcosa che abbiamo perché qualcuno lassù o nel maelstrom ha deciso di donarci, perché attraverso di noi possa vivere appeno. Perché le energie che chiamiamo dio, divinità, soprannaturale sono senza definizione.

Non esiste in quell’energia una dicotomia possibile.

E’ come lo Jahvè che pare averci creato. Esiste ma al tempo stesso racchiude tutto, ogni contrario, ogni differenza. E forse essere in questa forma di perfezione, cosi in equilibrio cosi neutri in fondo qualcosa toglie.

Toglie la bellezza del cambiamento.

Toglie l’emozione dell’imperfetto, toglie la volontà di piangere, ridere e soffrire. Allora il maelstrom questo ingarbugliato conclave di potere ha bisogno di scegliere un uomo, un semplice uomo e donargli quel fuoco per poter vivere.

Farsi male e persino morire.

Perché ogni istante arriva dentro di lui e ha il sapore meraviglioso di quel dono che oggi, avvinti dal dolore rifiutiamo.

O vogliamo goderne con delle regole.

Non è il sangue a renderci unici.

Non è l’appartenenza o l’eredità genetica a donarci il fuoco.

É qualcosa che è nato dentro di noi e che forse un giorno tornerà a casa. Per raccontare al maelstrom ancora storie, sospiri, gemiti e lacrime.

E allora è questa la meraviglia di Perceval.

Essersi reso conto che è speciale, solo per il fatto semplice, scontato eppure magico di amare.

E sembra cosi assurdo, cosi banale.

Ed è invece il nostro miracolo.

Ed è per questo che Perceval torna sempre.

E sempre tornerà.

Cosi come solo gli amori veri, unici sanno tornare.

Un libro che mi incanta, che mi emoziona, un libro che oltre all’avventura, alla bellezza della scrittura sa ancora dirmi sorridi e spera.

Ogni libro di Whiborne e Griffin è sicuramente un emozione.

Ma mai come questo capitolo, Maelstrom, riesce a rispondere alle mille domande che mi vorticano nella testa.

Pungenti come spilli, a tratti fastidiose, cacofoniche eppure profondamente mie.

Sono domande che mai come quest’anno mi sussurrano le loro provocazioni, e mi spingono a guardarti allo specchio e tentare di riconoscerti e di dare ordine ai mille accadimenti che stravolgono la vita.

E come Whiborne le verità che arrivano non solo mettono in discussione la tua esistenza, la tranquillità ma anche tutte le tue idee, i valori, fino a arrivare a dirti che quel volto che osservi allo specchio non è più tuo.

Non sei tu.

Perceval è profondamente cambiato, a volte in modo brutale.

Ha permesso allo straordinario in tutti i suoi aspetti persino quelli connessi con l’orrore di colorare la sua vita.

E non è più lo stesso Perceval.

Qualcosa dentro un anfratto sconosciuto del suo sè lo ha totalmente modificato, alla radice, cosi profondamente che non è stato più possibile tornare indietro.

E forse non lo vuole neanche. Ha imparato a gestire quel maelstrom, quell’energia che sa di vita, di ogni forma di vita anche quella che abita nelle tenebre di abbracciarlo.

E lo gestisce ogni giorno, con un fuoco assurdo che gli infiamma mente, corpo e essenza.

E allora in quegli attimi la domanda insidiosa è.

Da dove arriva quel fuoco?

Dove arriva quell’energia che ti fa cadere ma mai spezzarti, quella capacità di essete acqua e di assumere strane forme restando sempre in fondo liquido?

E’ nell’eredità di un Dna sconosciuto?

Quasi alieno a questo mondo che si accontenta della banalità.

O forse è in quella cittadina, che non gli ha dato solo natali, ma amore, capacità e lo ha guidato nelle scelte.

Che gli ha reso evidente come la dicotomia che tanto piace alla mostra società, quella che divide in normali e anormali, in mostri e probi è solo una fesseria.

E che anche nell’altro, per quanto strano diverso, si cela lo stesso respiro che ci fa vagare in questa strana foschia chiamata vita attratti da una luce lontana.

Forse irraggiungibile, ma che ci attrae come falene.

Che gioca con noi con ombre bizzarre create da quella penombra che ci serve, dio se ci serve per ammirarla. Cos’è che nasce in noi, che natura ha quella forza che, in fondo ci distingue uno dall’altro e a ognuno ha donato una nota per far parte di quella stessa canzone?

E’ davvero un eredità di sangue quella che ci rende cosi meravigliosamente fragili e potenti?

No.

E’ un qualcosa che abbiamo perché qualcuno lassù o nel maelstrom ha deciso di donarci, perché attraverso di noi possa vivere appeno. Perché le energie che chiamiamo dio, divinità, soprannaturale sono senza definizione.

Non esiste in quell’energia una dicotomia possibile.

E’ come lo Jahvè che pare averci creato. Esiste ma al tempo stesso racchiude tutto, ogni contrario, ogni differenza. E forse essere in questa forma di perfezione, cosi in equilibrio cosi neutri in fondo qualcosa toglie.

Toglie la bellezza del cambiamento.

Toglie l’emozione dell’imperfetto, toglie la volontà di piangere, ridere e soffrire. Allora il maelstrom questo ingarbugliato conclave di potere ha bisogno di scegliere un uomo, un semplice uomo e donargli quel fuoco per poter vivere.

Farsi male e persino morire.

Perché ogni istante arriva dentro di lui e ha il sapore meraviglioso di quel dono che oggi, avvinti dal dolore rifiutiamo.

O vogliamo goderne con delle regole.

Non è il sangue a renderci unici.

Non è l’appartenenza o l’eredità genetica a donarci il fuoco.

É qualcosa che è nato dentro di noi e che forse un giorno tornerà a casa. Per raccontare al maelstrom ancora storie, sospiri, gemiti e lacrime.

E allora è questa la meraviglia di Perceval.

Essersi reso conto che è speciale, solo per il fatto semplice, scontato eppure magico di amare.

E sembra cosi assurdo, cosi banale.

Ed è invece il nostro miracolo.

Ed è per questo che Perceval torna sempre.

E sempre tornerà.

Cosi come solo gli amori veri, unici sanno tornare.

Un libro che mi incanta, che mi emoziona, un libro che oltre all’avventura, alla bellezza della scrittura sa ancora dirmi sorridi e spera.

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