Il blog è orgoglioso di presentare il libro di Arianna Patelli “Semper vivium”. Assolutamente da non perdere!

9788831665537

Quello che Friede ricordava con maggiore chiarezza erano le venature delle sue labbra dipinte e l’impronta scarlatta che lasciavano sul bordo delle tazze da tè. Subito dopo riaffioravano le sue mani secche, mai aride, il suo gesticolare carico, il triangolo severo della mandibola, il volo degli zigomi, il sorriso di carta fine, la voce stregata.

A poco a poco tutto di lei tornava vivo, presente, ma incompleto. Mai perfetto abbastanza, una complessità inarrivabile.

Quanti erano i suoi capelli, le sue rughe, le sue lentiggini? Quanto lunghe le ossa delle braccia? Quanto densa la pelle, il colore degli occhi, il rumore del suo respiro?

Friede non sapeva più dirlo con certezza.

Ormai tutto quello che rimaneva di lei non erano che ricordi imprecisi e un cartello sbiadito appeso alla porta di quello che era stato il suo negozio. Pennarello nero, calligrafia inconfondibile, le ultime parole di Vera.

CHIUSO PER LUTTO

Proprio come desiderava.

«Quando sarò morta voglio che nessuno stacchi mai il cartello chiuso per lutto dalla porta. Voglio la polvere sui vetri e l’eternità.»

Allora Vera aveva già cominciato ad usare la parola morte più spesso del necessario; per impararla meglio, come se ripeterla la aiutasse a gestirne il significato, a prepararsi.

Adesso, a distanza di tanto, quell’annuncio sbiadito era ancora lì, tenacemente appeso alla porta del negozio di libri per costringere Friede a riconoscere che Vera, alla fine, era riuscita ad aver ragione su tutto: il negozio chiuso, il cartello che nessuno aveva staccato, la polvere. Tutto.

Fu un istinto che nasceva dall’amore quello che le mosse il braccio all’interno di uno dei rombi del cancello a soffietto, violando le ragnatele con la manica del giubbotto per arrivare a trasgredire una delle ultime volontà di Vera.

Era troppo vicina a quell’opportunità, troppo vicina al lutto nero indebolito dal battito del sole, troppo vicina alle ultime volontà di Vera. Non poteva più tornare indietro.

Credeva che il tempo perdonasse, che dimenticasse, ma non era così; il tempo non ha memoria e quindi non può dimenticare, non porta rancore e non ha bisogno di perdonare. Il tempo accantona.

Davanti a quella porta chiusa, anni dopo, distanze dopo, silenzi dopo, dentro le sue ossa fragili stava esplodendo tutto: l’affetto, il risentimento soffocato, il dolore per la lontananza, il desiderio di disubbidire un’ultima volta a Vera, alla morte e alla solitudine.

Sembra essere un caso a fermare i passi inquieti della giovane Friede davanti alla finestra della libreria attraverso la quale Vera, l’anziana proprietaria, la invita ad entrare. Friede, trincerata nell’abituale riluttanza con cui accoglie ogni novità, si trova a un tempo destabilizzata e attratta dalla familiarità con cui la donna la apostrofa. Accetterà per prima cosa il libro che lei vuole regalarle, accetterà la propria curiosità e l’impulso a tornare altre volte al negozio. Scoprirà così che Vera ha conosciuto Frei, suo fratello gemello, che anche lui aveva frequentato la libreria e che, come amava ripetere quando era ancora vivo, persino lì aveva lasciato un segno di se. Friede comincia quindi a cercare le tracce del suo passaggio, immergendosi nella ricerca al punto da essere quasi sopraffatta dal peso dei ricordi, in una affannosa risalita verso il presente.

Durante la sua apnea, però, la vita del negozio comincia irrimediabilmente a cambiare

 

 

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