“Tutto questo mare fra noi” di Beatrice Tauro, Cinquemarzo editore. A cura di Alessandra Micheli

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È la seconda volta che mi trovo in difficoltà a recensire un libro.

Mi capita quando esso rievoca lontani ricordi che custodisco dentro di me, quasi con una gelosia strana e il terrore che, un volta tolti dal cassetto della memoria, essi possano fuggire via.

Quei ricordi di un lontano passato, sono tutto ciò che mi resta di un sogno, il mio quello di diventare ponte capace di unire due cultura distanti, eppure così simili perché fatte da uomini, da esseri umani, da appartenenti allo stesso universo.

Ecco che il mio desiderio di un tempo, era unire la diversità affinché assieme potessimo costruire quel mosaico di cui tanto parlo nelle mie recensioni.

Ne parlo perché io l’ho vissuto per alcuni, meravigliosi anni, gli anni del mio lavoro come mediatore culturale.

Immagino che pochi di voi conoscano questa vocazione, perché non è un mestiere, assolutamente.

È la volontà, nata dalla curiosità e dalla consapevolezza, che la diversità sia un valore e che l’immigrazione sia la risorsa con cui il nostro mondo, la nostra cultura può sopravvivere e rendere omaggio alla vera natura dell’uomo: evolversi.

Da dove arrivano questi concetti non so spiegarlo.

Io ci sono nata con la coscienza che il colore, la religione, le attitudini siano sì un marchio di riconoscimento, ma anche solo un piccolo dettaglio.

Perché nell’altro mi ci potevo specchiare e solo con il rapporto con l’altro io potevo definire me stessa.

Solo dal racconto di storie diverse io iniziavo a scrivere la mia, solo con gli occhi stupiti di occhi simili ai miei, diversi solo per il colore ma partecipi del medesimo miracolo, quello di percepire, nominare e rendere tale la realtà potevo capirmi, conoscermi e nominarmi.

Potevo scoprire la mia composita anima, amandola per tutte quelle sfumature.

Ho sempre pensato che tutti noi appartenenti a questa dimensione umana fossimo simili all’arcobaleno.

Colori diversi ma nessuno capace di brillare da solo.

Capite che per chi come me ha nel DNA il concetto di umanità, quella vera quella fatta da sangue anima e corpo, trovare la strada per congiungere due isole distanti, fosse scontato.

E così ho iniziato a comprendere il mondo, prima dal lato fisico e poi mentale, culturale, etnografico.

Diventare mediatore, ossia ponte che unisce, era naturale.

Amavo così tanto scoprire i racconti, le storie degli altri, le leggende che la possibilità di toccare con mano quelle persone, era un dono incredibile. E in tutte le leggende, in ogni tradizione non potevo non ritrovare tracce di noi, noi esseri scesi qua in terra per una scommessa, per amore o per un cieco errore.

E cosi cantavo tra me e me mentre mi aggiravo per i corridoi del San Gallicano, le parole della bellissima canzone di Jon Bon Jovi, Santa fe:

they say that no man

is an a island…

And good things come to those who wait

dicono che un uomo non è un isola

e le cosa buone capitano a chi sa aspettare

Nessun uomo è un isola circondata dal mare, che fissa l’orizzonte in cerca di nemici, di invasori.

Terrorizzato di perdere la propria unicità, che il territorio gli scivoli come sabbia tra le mani.

Nessuno è solo in mezzo al nulla, ad attendere il giorno del giudizio, in una posizione di assoluta difesa con le armi in mano.

Siamo tutti interconnessi.

Tutti in attesa di un’occasione migliore che possa asciugare le lacrime, che calmerà il dolore e che ci darà una meta da raggiungere.

Magari a piedi, finendo per lasciare impronte di sangue sui sassi lungo il cammino.

Ma un opportunità capita a chi sa aspettare, a chi infonde la speranza in essa, a chi sa pregare quel dio invisibile e benevolo.

E che ci restituisca non solo il nostro essere persona, ma anche il senso di parole che oggi, più del gesto, ci terrorizzano.

Migrante,che non è un gerundio come il signore dei citofoni pensa.

Non è neanche un anatema o un cliché.

Né un’etichetta che ne esaurisce l’essere.

È un viaggio.

Migrare significa spostarsi, ma non solo con il corpo anche con la testa. Chi affronta il mare, impervio fino a lasciarci la vita, lo fa sopratutto con la sua anima.

È quella che trasloca portandosi appresso il sua corpo.

Devi cambiare tu per primo, accettare che i tuoi sogni, nel posto che hai eletto a casa, siamo impossibili da realizzarsi.

E non soltanto perché non hai seminato bene, e innaffiato il tuo giardino con le lacrime.

Semplicemente per una svista.

Perché dio quel giorno dormiva, o era distratto.

E ti ha collocato non nel giardino delle delizie, ma nella geenna del terrore.

Ha infarcito il tuo silenzio di bombe e lastricato le strade di morti.

Fino a che o ne resti assuefatto o ne resti disgustato.

Sono gli ultimi quelli capaci di dire no, e non semplicemente voltare gli occhi, che prendono e salpano in barconi di fortuna.

La loro mente ha immagazzinato un dolore oltre ogni limite.

La disperazione ma anche la smania ribelle di dire no, voglio una vita diversa.

Voglio che il sole baci anche me perché sono stanco dell’umidità delle ombre.

Che ghignano soddisfatte per la distrazione e il sonno di dio.

Migrare non è solo un viaggio.

È  una forma di redenzione che deve passare per l’abisso.

Ma non la redenzione di chi lascia l’orrore, o la povertà, o le culture arroccate su se stesse e i propri privilegi.

Ma la nostra di redenzione.

Di noi convinti che in fondo bastiamo a noi stessi.

Convinti di essere il popolo eletto di turno.

Convinti della necessità dell’oblio che possa cancellare ogni verità. Convinti che in fondo chi ha la ricchezza è perché è stato graziato dall’amore divino.

Il resto sono peccatori, sono miscredenti, sono fannulloni.

Mentre noi probi, meritevoli non ci accorgiamo che nelle nostre opulente tavole, banchettiamo con cibo contaminato dal loro di sangue.

Tragica direte voi?

Per ogni migrante morto in mare una coscienza è stata pagata, è stata comprata.

È stata corrotta.

Per ogni morto in mare c’è un simpatico gadget per noi.

Nato dal petrolio, dallo sfruttamento, dalla malavita, dalla nostra stolida complicità.

Per ogni morto in mare è l’umanità che paga lo scotto più alto: si perde. Perché perde il valore autentico di ogni persona.

Non ci servono persone, ma merci da utilizzare finché non ne resta più nulla, finché una vota spolpato lo lasciamo a marcire negli angoli dell’esistenza.

Private del loro nome, della loro identità e rese indistintamente prodotti. E chi non partecipa al grande gioco della vita a quella musica cacofonica e stonata è solo un folle, un matto o un idealista.

Come se il temine stesso ideale, fosse la peggior onta di questo strano secolo senza dignità.

Ma non tutti sono disposti a ascoltare la musica del passo d’oca del Re assiso sul trono.

C’è chi decide di cambiare proprio melodia.

Chi alla distanza emotiva contrappone l’empatia.

Chi allo sfruttamento contrappone la cooperazione.

Chi alla paura contrappone la speranza, chi alle ruspe contrappone la vanga con cui crearlo il giardino.

Chi alla violenza verbale atta a costruire muri con cui oscurare la vista dell’altro, contrappone il martello per abbatterle quelle distanze.

Chi invece di lasciare che le erbacce stritolino gli alberi, contrappone la falce con cui eliminarle quelle erbacce.

Tutto questo mare tra noi è cosìun libro non solo di denuncia ma di speranza, oggi che il migrante è diventato l’acerrimo nemico di una società morente.

Perché solo una società così habisogno costantemente per esistere del cattivo di turno.

Cantiamola una canzone diversa.

Anche se questo ci costerà qualche perdita.

In fondo Amina paga lo scotto di voler essere una voce capace di cantare la fine della canzone cambiando non solo i suonatori ma le note.

E cosi ogni personaggio di questo libro.

Ma la bellezza del canto finale, sconfiggerà anche la morte nascosta in questo mare, che ci divide e invece dovrebbe unirci.

Non lasciate che del denaro insanguinato, compri la vostra coscienza

Ma la tua coscienza è l’unica cosa che puoi portare nella tomba

Jon bon Jovi

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